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L’Hospidale de’ pazzi incurabili

Testo tratto dall’opera omonima di Tomaso Garzoni (Venezia, Presso Giovanni Battista Somasco, 1586)

Trenta celle per altrettante forme di follia da cui (ancora oggi) ci salvano solo gli dei: è questo il tragicomico ospedale dei pazzi incurabili di cui racconta, alla fine del Cinquecento, Tomaso Garzoni, il canonico erudito di Bagnacavallo celebre nell’Europa di quel tempo.

Sonetto sopra la Pazzia del mondo

Altri co’ pìè và misurando i passi,
Altri parla Latin, né sa, né intende,
Chi tra se stesso per la via contende
E chi crede saper tirando sassi.

Chi sempre ride, o sempre muto stassi,
E chi le sberetate [i salamelecchi] ogn’hora attende,
Chi canta, chi balletta, o gli altri offende,
Chi d’ogni cosa meraviglia fassi.

Chi è troppo ingordo, e chi fà il troppo avaro,
Chi si lascia adular da la bugia;
E chi crede di Giove andar a paro.

Di queste tutte, mio Signor, qual sia
Desidero saper, se pur v’è caro,
la più perfetta, e la maggior pazzia.

[...]

Discorso III - De’ Pazzi scioperati, o trascurati

Fra la schiatta de’ matti, è cosa honesta enumerarsi ancora certi scioperati, overo trascurati, i quali pare, che sempre nelle cose loro addormentati siano, e da cotanta ignavia sovrapresi sono, che in loro si verifica a un certo modo il proverbio di Diogeniano, cioè, che dormono il sonno d’Epimenide, mostrandosi nelle attioni, et negocii, non dirò inculti, e rozi, ma negligenti, inerti, e dormiglioni affatto. [...] Perché veramente un pazzo di questa sorte è tanto sonnacchioso nelle sue operationi, che si può dir quasi morto. Là onde Messer Dante, havendo riguardo a questa miserabil gente, disse i seguenti versi al proposito d’essi:

Fama di loro il mondo essere non lassa,
Misericordia, et giustitia gli sdegna,
Non ragionar di lor, ma guarda, e passa.

Ma, se gli essempi de’ moderni hanno forza di fare più noti al mondo questi infelici, si può notar per segnalato essempio quello di Cauccio da San Lupidio, il quale, andando all’hostaria a Sinigaglia, mentre che i suoi compagni cenarono allegramente, e stettero per due hore a tavola, stette egli due hore et un quarto ad allacciarsi una strenga d’una scarpa; e quando l’hosto, credendo che l’havesse cenato con gli altri, lo dimandò per metterlo a dormire, dimandò un pontiruolo da farci un buco di nuovo, parendoli che quella scarpa non stesse ancora a modo suo.

Ma non è meno famoso l’essempio di Marchetto da Piombino, il quale, andando a Roma per trovarvi un padrone, et imparare qualche mestiero da guadagnarsi il vitto, trovò per strada uno intoppo d’uno sasso, qual cominciò co’ piedi a urtare innanzi, e non arrivò alla prima porta di Roma, che tutti i suoi compagni, che erano partiti seco, tornando adietro, lo videro distrutto pur intorno a quel sasso per cacciarlo avanti; ove finalmente alla presenza di quelli se’ l pose in sacca e disse che, come arrivava alle mura di Roma, era disposto d’urtarlo in tal modo dentro, che mai più desse fastidio a’ forestieri che andassero a Roma.
Hor questi miserabili et infelicissimi soggetti, di senno et intelletto privi, havendo bisogno del lume d’Apollo, di quello come di tutore mantengono l’insegna dinanzi alla cella [dell’ospedale], mentre stanno all’oscuro et al buco nel tenebroso hospitio della dementia loro. Per questo con solenni preghiere invochiamo il Divo Apollo in aiuto d’essi, dicendo:

Oratione al Divo Apollo per i Pazzi scioperati, e trascurati

O Sacro Apollo da’ Greci detto Febo, che con gli aurei crini consoli e rallegri l’uno e l’altro Hemispero, a tutti grato, a nessuno scortese, a questa cieca e trascurata turba di pazzi porgi de’ tuoi divini raggi luce tale, che per te senta d’essere nella mente illustrata; e godendo del tuo lume deifico essalti quella virtù che uccise i superbi Ciclopi, che saettò gl’iniqui figliuoli di Niobe, ch’estinse il maledetto serpente Pithone, onde ne trasse il nome di Pithio a te così glorioso.
Aiuta tu cultor del fiume Amphriso, habitatore di Parnaso, amatore d’Helicona, Signore del fonte Caballino, padrone del lauro, inventore della lira, maestro dell’Astrologia e prencipe della Medicina, questi poveri trascurati, i quali hanno bisogno di rimedii interiori per dare luce al cervello patiente, al senno destituto, all’intelletto offuscato, alla memoria persa; e, sì come sei chiamato Pronopio, per haver liberato i Boetii dalle zanzare, Lemio per haver guarito i Siciliani dalla peste, Erethibio per havere sanato a’ Rhodiani le marovelle [le emorroidi], così ti prego che a questi epitetti nobili alla tua deità convenienti, et a quegli altri di Timbreo di Cataone, di Cylleo, di Teneato, di Larisseo, di Tilpossio, di Leucadio, di Philleo, di Lybissino, di Smyntheo, di Patareo da Patara nella Lycia, di Cinthio da Cintho in Delo, di Cyrrheo da Cyrrha, di Clorio di Marmorino dal castello Marmario, vogli che s’aggiunga anche quest’altro di Medico da Trascurati, acciò per tutto il mondo sia celebrato con eccelse lodi il nome tuo.

Hor, se pietoso havrai cura di questo, come de’ popoli predetti, vedrai dinanzi all’imagine tua consecrato un paro d’occhiali di quei di sessanta nel tempio di Delfo, come per segno vero d’havere guarito e risanato una gente insensata come questa, e sempre ti sarà dato questo honore, che i ciechi vedono lume per mezzo de gli occhiali d’Apollo al naso loro. Fà dunque presto et ispedisci il soccorso, perché ogni poco, che tu indugi, di pazzi trascurati diverranno pazzi balordi affatto.

[...]

Discorso XIII - De’ Pazzi dispettosi, o da tarocco

Alcuni hanno nel cervello inserto un spirito sí fatto che, quando qualche volta avviene che si tengano offesi o ingiuriati da qualcuno, con una pazza volontà cominciano a un tratto a contender con quello; e secondo che dalla banda [dalla parte] dell’offensore vanno moltiplicando l’ingiurie e l’offese, cosí dalla banda sua crescono insieme con l’odio i dispetti continui; onde la cosa si riduce a tale, che taroccando col cervello bestialmente seco, acquista il nome di pazzo dispettoso e da tarocco.
Potrebbesi forsi porre fra gli antichi essempi quello di Cleomede Astipalense, huomo di forze prodigiose nominato da Plutarco, il quale defraudato d’un certo premio alla sua virtù conveniente, entrò in tanto dispetto per questa cosa, che un giorno s’accostò con le spalle a una colonna, che sostentava la scuola comune, nella quale erano tutti i figliuoli de’ primati, e gettandola a terra furiosamente, uccise il maestro, e tutti quei gioveni insieme. [...]

Per un gran matto da tarocco ne’ tempi moderni è battezato da tutti un certo quanquam per lettera [un certo sbruffone], o un certo Belphegor [demonio], cosí fatto, che per un becco d’una pulice [pulce] vuole amazzare tutto il mondo, e quando entra sui balzi e sul carro matto non ha paura di tutta l’artelarìa [l’artiglieria] del duca di Ferrara, perché il dispetto et il livore li tolgono l’antivedere, il pericolo, e la botta, che al suo furore è soprastante. Onde a proposito si va raccontando che un giorno, dicendoli uno “testa di violino”, mosso da una grandissima escandescenza per causa di questa parola, li menò un pugno sí fatto che, urtando in una colonna, si ruppe tutta una mano et il braccio ancora; e poi che vide il suo danno palese, entrando in maggior sdegno del primo, li tirò d’una balla di marmo, per coglierlo nella fronte, la qual dando nel muro e ripercuotendo indietro, diede nello stomaco a lui, tanto che, acceso in un tratto di doppio furore, andò con la testa per urtare nella pancia di quello; e ritirandosi egli, colse con la testa nel pariete [nella parete], e se la franse tutta, et all’ultimo, non havendo altro da sfogarsi, tirò indiscretamente un rutto da basso, dicendo: “Hor piglia questa, dapoi che non mi posso vendicare in altro”.

Un gran matto dispettoso e taroccante fu Christoforo da Crispino, il quale, perché uno li disse un giorno (essendo bruttissimo d’effigie): “Voi sete [siete] pur il bel giovene”, aborrendo l’ironia di costui, li tirò d’una formetta di caseo [formaggio] nello stomaco, e perché colui prese il formaggio e se’ l portava via per mangiare, gli slanciò dietro un cortello c’haveva, e pigliando anco colui il cortello, per servirsene in tagliare il formaggio, essendo presso alla bottega d’un fornaro gli tirò dietro una man di pane, la quale raccolta pur da costui, per servirsene da mangiare col formaggio, volse tirarli all’ultimo dietro un boccale senza vino, che gli venne per le mani: ma dicendo colui: “Fratello, empilo di grazia di vino”, e slanciando dietro, entrò per questa parola in tanta rabbia che, correndo a una fontana vicina, glie’l volse gettar dietro pieno d’acqua; ma colui ridendo, e fuggendo a guisa d’un Partho insidioso, disse: “Compagno io avrò il cortello, il pane et il formaggio, rèstati tu col boccale e con l’acqua, che siamo quasi pari”, e così illuse l’ultimo colpo del matto dispettoso, il qual s’avvide in fine, che restava con grandissimo scorno di questa sua mattesca impresa. [...]

Questi tali adunque sono meritatamente addimandati pazzi dispettosi, o matti da tarocco, et hanno nell’Hospidale una cella che tien fuora per insegna la dea Nèmesi, alla quale in tanto loro bisogno ricorriamo per aiuto, essendo quella Dea che di questa sorte di matti communemente ha cura.

Orazione alla Dea Nemesi per i Pazzi dispettosi, o da tarocco

Con quanto ardor si puote, con quanta vehemenza n’è concesso, a te diva Rhanusia da gli antichi detta, perché in Rhanunte citta dell’Asia vedi il simulacro tuo per man di Fidia fatto, ricorrendo imploriamo il tuo massimo aiuto e favore, perché contra questi pazzi dispettosi non sappiamo essere miglior rimedio che l’aiuto di quella Dea, che punendo e castigando i facinorosi, e delinquenti, è meritamente tenuta per medica delle piaghe di questi pazzi.
Però [perciò], se quel soccorso habbiamo che da una Dea sí giusta sperarne lece [è lecito], sappi al sicuro [per certo] che, grati ai tuoi favori, offeriremo nel tempio di Adrasto a te consecrato un cesto d’agli e di scalogne, e tutti salutaremo il nome d’Adrastia, sbruffando fuori gli odori dispettosi, argumenti evidenti d’una tal salute partorita a costoro, per cui la presente orazione t’indirizziamo. Salvagli adunque, e rimanti in pace.

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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