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Luce e tenebra. Vita di Torquato Tasso

Testo tratto dal romanzo omonimo di Alvaro Torchio (Lecce, Manni Editori, 2016)

Le vicende e i turbamenti di Torquato Tasso, che a Ferrara visse anni cruciali e diede forma al suo poema più celebre, sono stati romanzati dallo scrittore Alvaro Torchio.
In un mattino di dicembre del 1565 il poeta, appena ventunenne, è giunto per la prima volta all’isola di Belvedere, la delizia estense sul Po. Viene accolto sotto l’ala protettrice del cardinale Luigi d’Este, che gli presenta suo fratello, il duca Alfonso, e la donna che sta per sposare, sorella dell’imperatore d’Austria. Poco dopo il corteo nuziale si sposta in città, dove Torquato rivede Lucrezia, una giovane che qualche anno prima gli aveva incantato il cuore...


Per la prima volta a Palazzo Schifanoia, Torquato ebbe occhi solo per i convitati, non degnando d’uno sguardo le grandi allegorie dipinte quasi un secolo prima sulle pareti della Sala dei Mesi. Attese con pazienza il proprio turno osservando i gentiluomini vestiti di indumenti sfarzosi, coi calzoni rigonfi a metà coscia e le calze attillate, le donne in abiti lunghi di seta o fustagno con le complesse capigliature adorne di perle e rubini e i religiosi in saio o in tonaca. In quanto a lui, grazie a un donativo di venti scudi d’oro ricevuto dal cardinale, si era procurato abiti adatti all’occasione e quel giorno indossava un farsetto di rascia e un’elegante mantellina di seta.
Al servitore che lo guidò fino al posto riservatogli per il pranzo nuziale chiese chi fossero i commensali più vicini.
«A destra Giovan Battista Pigna [umanista e letterato ferrarese] e a sinistra un domenicano di cui non rammento il nome».
Il primo a raggiungerlo fu il religioso, un tale fra Niccolò Bentivoglio, che gli si rivolse senza preamboli: «Ho avuto la ventura di leggere alcuni dei vostri sonetti, messer Tasso, e mi compiaccio con voi per l’erudizione e il bello stile. Tuttavia, colgo l’occasione per ammonirvi».
«A cagione degli argomenti che tratto?».
«No di certo» precisò il domenicano. «La bellezza femminile fu cantata già dai poeti antichi e non sarò certo io, umile frate, a oppormi a tale necessità. Vi invito, piuttosto, a compiere un’opera meritoria per la vostra anima».
«Vi ascolto, padre».
«Fareste bene a magnificare in rima non solo il trionfo d’Amore, ma anche il ben più onorevole trionfo della Chiesa Romana sull’eresia».
Torquato, a replicare come avrebbe voluto, rinunciò nel rammentare gli inviti paterni alla prudenza, comunque liberato dall’obbligo di un commento grazie al sopravvenuto silenzio generale, avendo il duca e la duchessa sua sposa preso posto a tavola.
Alfonso II volse lentamente lo sguardo all’intorno e batté le mani con grazia. Il brusio ricominciò all’istante e il pranzo ebbe inizio mentre i buffoni eseguivano capriole al centro della sala fingendo di temere i levrieri del duca, dai quali si fecero rincorrere tra le risate dei commensali. Fu poi la volta della musica, eseguita in una camera adiacente per non disturbare le conversazioni.

Mentre il Pigna lo ignorava parlando con un altro cortigiano seduto alla sua destra, Torquato spiluccava il cibo, gli occhi fissi su Lucrezia Bendidio, fiore appena sbocciato e già colto dal marito Baldassarre Machiavelli.
Quando il pranzo ebbe termine, liuti e violini eseguirono una gagliarda. Alfonso II e Barbara d’Austria si alzarono e il duca condusse per mano la sposa al centro della sala nel silenzio improvviso dei commensali. Le fece un mezzo inchino e Barbara esibì una serie di saltelli prima su un piede e poi sull’altro. Il marito, malgrado la possente corporatura, non meno abilmente eseguì gli stessi movimenti e si produsse, imitato dalla moglie, in vari passi a gambe incrociate. Nelle loro movenze gli sposi mimavano il corteggiamento, fermi, di tanto in tanto, a fissarsi negli occhi, per poi riprendere la danza. A un tratto la musica fu interrotta, i duchi indietreggiarono, venne il turno di altre coppie. La gagliarda fu ripetuta, poi la musica mutò annunciando una gavotta.
Torquato si diresse in mezzo ai ballerini, tra i quali figurava un aitante e disinvolto Luigi d’Este, che al posto dell’alba cardinalizia esibita al Belvedere indossava un farsetto rosso e azzurro dalle maniche rigonfie sotto le spalle ricoperte da una mantellina.
Dalla fila delle dame, i cavalieri, a turno, ne scelsero una dando inizio al ballo e le dame, in seguito, fecero lo stesso con gli uomini. Capitando a Torquato di danzare con Lucrezia, il cuore gli martellò nel petto. Per pochi istanti la sua mano toccò quella di lei, ricordandogli i balli nel palazzo padovano degli Este, ma il volto della donna era come scolpito nel marmo, lo sguardo distaccato. La gavotta li separò presto e il cardinale, violando ogni regola, si avvicinò alla sua amante prendendo a volteggiare con lei.
Conclusa la gavotta, la musica annunciò una volta. Luigi d’Este e Lucrezia Bendidio rotearono insieme nel ballo sfrenato, imitati da poche altre coppie, finché, nel culminare di quell’esibizione che umiliava il conte Machiavelli, il prestante cardinale sollevò in aria la sua dama.
Per Torquato, la felicità provata sull’isola di Belvedere era un ricordo sbiadito e lontano. Attese il momento adatto per congedarsi dagli sposi e uscì da Palazzo Schifanoia.

Il cielo era ancora grigio, l’aria resa più fredda dal vento. Immerso in cupi pensieri, egli si incamminò verso il Castello superando, appena svoltato l’angolo, una figura avvolta in un saio nero, con la cocolla che copriva la testa.
«In questa corte si balla la danza delle streghe!», disse alle sue spalle il domenicano.
Torquato si girò a fissare il volto del frate.
«Che un uomo di chiesa come il cardinale» riprese il religioso «mostri un tale spregio per i dettati del Concilio tridentino è cosa intollerabile. Non siete d’accordo con me?».
«Sappiate, padre Niccolò» dovette precisare lui «che io sono un cortigiano di Sua Signoria».
«Ma siete prima di tutto un cattolico, o almeno lo spero».
Torquato provò un impeto di rabbia. «I miei rispetti», disse senza aggiungere altro, e affrettò il passo.

*

Le impalcature di legno delle tribune erano adorne di teli colorati, la piazza ricoperta da uno strato di sabbia. Ai lati si assiepava una moltitudine attirata dal torneo e dal cielo sereno. Udendo squillare le trombe, la folla attese che l’araldo annunciasse i nomi dei duellanti, ma invece, nella sorpresa generale, dalle scuderie uscì uno sparuto cavaliere ricoperto di elmo e corazza che fece procedere il cavallo al passo fino a portarsi di fronte al palco ducale, dove rimase immobile.
Torquato, perplesso, dalla tribuna laterale scrutava il palco dei duchi per capire se approvassero la novità, ma non riuscì a distinguerli per il gran numero di dame e cortigiani attorno a loro.
Intanto, un secondo cavaliere entrò nella piazza.
Guardando meglio, Torquato si avvide che il primo era esile, inadatto a un torneo, e l’armatura indossata più ornamentale che efficace. Il suo avversario, un individuo aitante, dotato di una vera armatura, diede di sproni costringendo l’inseguito a fare lo stesso. Ben presto i due passarono al trotto, finché il primo fermò il cavallo e si volse, arrestandosi l’altro a poca distanza.
Con una voce sottile che sorprese gli astanti, il primo cavaliere gridò: «O tu, perché mi insegui?».
«Seguo la mia natura!», rispose con voce maschia l’avversario. E sguainata la spada si accostò al nemico.
Costui parve esitare, poi impugnò la sua arma dando inizio a una finzione di duello con lenti gesti da teatro, affondi e fendenti parati come in una danza. Fu una contesa di breve durata, poiché il primo cavaliere, emesso uno strillo acuto, lasciò cadere la spada e l’altro gli puntò l’arma alla gola mantenendola ferma. Lo sconfitto sollevò la visiera e apparvero due occhi inquieti. Toltosi l’elmo, svelò i capelli biondi e la folla udì Lucrezia Bendidio domandare: «Che porti, o inimico implacabile, che m’hai fatta tua prigioniera?».
«Porto guerra, la guerra d’amore dell’uomo che vuol conquistare la donna amata!». Dette quelle parole, il vincitore si tolse l’elmo a sua volta, suscitando la sorpresa dei cortigiani in tribuna. Luigi d’Este scese agilmente da cavallo e aiutò la donna a smontare, sorreggendola, poi la prese per mano e si recò insieme con lei sotto il palco. L’inchino del cardinale e della sua amante fu seguito da un applauso generale.

*

Quella sera, nelle vie del centro, in un affollarsi di maschere, gente del popolo, venditori e curiosi, tra saltimbanchi, mangiatori di fuoco e ovunque, nelle piazze e ai crocicchi, spettacoli di marionette e suonatori ambulanti, ben poca voglia era rimasta a Torquato di restare e immergersi nell’atmosfera di gaia animazione cittadina: troppo amara, per lui, la visione di Lucrezia pubblica amante. Dunque scelse di tornare alle sue stanze, dove sedette subito al tavolo. Col foglio bianco sotto gli occhi, nel ripensare alla scena del primo pomeriggio diede forma all’idea appena concepita, facendo di Lucrezia, femmina dissoluta, un’eroina, Clorinda, circonfusa da un’aura di pura idealità. Luigi d’Este, uomo di chiesa e di mondo, incline al peccato più che alla preghiera, divenne un cavaliere cristiano, Tancredi, che inseguiva una guerriera pagana dalle belle fattezze celate sotto l’armatura. Lei, traditrice del marito, nel poema si sarebbe gravata di un’altra colpa, l’essere pagana; e come, nella realtà, lo stesso suo amante e cardinale della Chiesa di Roma avrebbe potuto mondarle l’anima mediante il sacramento della confessione, così, nella trama poetica, in veste di soldato cristiano l’avrebbe liberata dall’empietà battezzandola con l’acqua di un ruscello.

Torquato non sapeva dove avrebbe inserito l’episodio, il poema sulla crociata essendo ancora un labirinto di idee e fatti narrati in cui, con fili di storia e di poesia, c’era da intessere un lungo ordito, ma già avvertiva una febbre, un groviglio esaltante di emozioni. Considerava strana la sorte, l’avere lui assistito a un rituale amoroso dal quale, con la gelosia e il dolore, era venuta anche l’idea del duello tra un cristiano e una pagana, Clorinda, per certo una nobilissima creatura adatta a recitare nel teatro della poesia. Di qui, grazie alla sua memoria, l’eco precisa delle parole pronunciate dall’illecita coppia di fronte alla corte, che volle inserire nei versi composti di getto, per subitaneo impulso, immaginando Tancredi inseguire Clorinda, tragicamente ignaro del bel corpo nascosto sotto l’armatura nemica:

Segue egli impetuoso, onde assai prima
che giunga, in guisa avien che d’armi suone,
ch’ella si volge e grida: “O tu, che porte,
che corri sì?”. Risponde: “E guerra e morte”.


Mentre scriveva le prime ottave del duello, in un angolo buio della stanza che le candele accese non riuscivano a rischiarare, apparve una figura. Indossava abiti dai colori sgargianti in una foggia di cortigiana eleganza, ma i contorni del volto sfumavano nell’oscurità.
Abituato a quel fantasma, Torquato non si scompose. «Vattene» disse. «Non voglio parlarti». E riportò lo sguardo sul manoscritto.


 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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