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La lunga strada di sabbia

Un testo di Pier Paolo Pasolini tratto dal volume omonimo (fotografie di Philippe Séclier, Roma, Contrasto, 2014)

Estate 1959: inviato dalla rivista “Successo”, Pier Paolo Pasolini percorre tutte le strade che costeggiano i mari d’Italia, al volante di un Fiat Millecento. Da quel memorabile reportage, nell’anno in cui ricorre il quarantesimo anniversario della sua morte, abbiamo scelto le pagine che raccontano il passaggio da Rimini al delta del Po.

Verso Rimini, agosto

Cominciano le spiagge bilingui. Le insegne sono tutte in italiano e in tedesco: “Bagnino - Maister”.
Lo spiaggione di Cattolica, ormai stratificato, raffinato, impreziosito, ipertrofico, da anni e anni di grande uso, è pieno di donne: gli uomini si perdono, quasi non esistono: o sono adolescenti con gli occhi cerchiati, o umili scagnozzi, o dei fuchi.
Ecco su un moscone, una schiena michelangiolesca, un profilo bruno sotto i capelli corti, due braccia tutto muscolo: sembra la statua di una fontana barocca. Nascosta sotto quei pettorali, sotto quei bicipiti, piccola come una lumachina, c’è una tedesca chiara chiara. Parlano a bassa voce, un soffio, lui le stringe una mano con la mano, e ogni tanto ne bacia il polso. Sono lì, sul moscone, fuori dallo spazio e dal tempo. Intorno a loro, altri due giovanotti, altre due tedeschine, racchie. Arriva una barca a vela, con due bagnini striscianti e pancioni, e tante tedesche, anziane, sbarcano al suono d’una radiolina tenuta in mano. I bagnini fanno i galanti, con la visieretta sugli occhi e i capelli unti.
Un bagnino insiste con una brutta tedesca, infelice e ridente, a ripetere una frase che deve rivestire significati simbolici, come il “fare cattleya” di Proust: “E allora, mangiare ranocchi, stasera? Mangiare ranocchi?” “Sì, sì, sì, sì” fa la tedesca, con un sorriso tremendo, e facendogli segno di tacere, ché altrimenti lei vomita. E se ne va, paperando sulla spiaggia con le commilitone. Anche la tedeschina abbracciata si sgancia da sotto il tetto di muscoli del cascamorto ricopiato dalla Cappella Sistina: è dura, sprezzante. Infila gli zoccoli. Lui si alza, di conserva. Ahi. Così appare grasso e basso. Da statua fluviale si fa tappo. Lei se ne va, per l’arenile, tra il caos dei mosconi, degli ombrelloni, delle sdraie, delle gambe. E lui dietro, come un vecchio formicone. Le prende la mano, supplichevole, intenso. “Quando ci vediamo?” le chiede. E con questo si mette la coscienza a posto. Lei semplice, secca: “Domani”. “Domani!” lui aggiunge, mortificato, sfatto dalla passione. Lei scompare. Anche questa è fatta. Il conquistatore, quasi con sollievo, va verso i compari, e insieme si allontanano per la spiaggia, piano piano, muti, ghignando, con passo stanco, guardando intorno, cercando, tra il numero sterminato di donne.

Ora cominciano le spiagge della mia infanzia e della mia adolescenza: non saranno più scoperte, ma verifiche.
A Riccione, andavo in villeggiatura quand’ero ginnasiale. Arrivo: non riconosco quasi più niente. La nouvelle vague dei bagnanti e degli industriali, ha dato alla spiaggia una nuova violenza, un nuovo senso, in cui trionfano i giovani di ora, che, del nuovo, sanno tutto.
Il vialetto centrale, con le due file di alberi verdi verdi, la sua angustia proto-novecentesca, i suoi bar fitti come eserciti schierati, è rimasto pressappoco uguale. Mi siedo a un tavolo e, dopo tanti anni che non lo facevo, prendo un gelato.
Allora, quando, con intima gioia, il gelato lo prendevo tutti i giorni, tutto era qui più assoluto e più eterno. Le giornate erano lunghissime, delle entità dotate di vero valore e di vera durata: il periodo delle vacanze era un periodo della vita. Ciò che capitava era sempre un messaggio, o aveva un significato puro e pieno.

A Riccione ho avuto la mia prima avventuretta, così passata di moda. Ho ancora la fotografia, a casa. Lei era un’allieva ballerina, della mia età, quattordici, quindici anni. Era a villeggiare con la scuola, cioè con un’altra dozzina di compagne, carine e avventurose come lei. Nella fotografia, sta in piedi sul sedile di una barca a vela in secco: è in costume e sta appoggiata con un braccio alzato all’albero: le gambe sono tenute strette, in posizione elegante, e in testa ha un berrettino bianco con la visiera, da vecchio lupo di mare. Parlavamo, ma molto poco, sulla spiaggia: lei, certo, più audace di me, sotto gli occhi lontani delle compagne.
Partì improvvisamente dopo due o tre giorni. Io stavo mangiando nel giardino della pensione: mangiavo quasi con rabbia, per l’intima soddisfazione – di cui ancora mi resta un ricordo perfetto – riempendomi del dolce caffellatte, della marmellata, del burro della pensione: ed ecco che passa una carrozza. È piena di ragazze: tutte le ballerinette, gremite in quel poco spazio. Mi vedono: è un solo urlo. Io esco sulla strada, sul vialetto illuminato dal sole mattutino di agosto: tutte agitano le braccia verso di me, gridando: “Addio! Addio!”. Lei, la distinguo appena, con gli occhi allegri, pieni di sgomento e incertezza.

Porto Corsini, agosto

Spiaggia per soli ravennati. Che arrivano ai loro stabilimenti, contro il mare di lacca, sulla spiaggia di calce.
Il canale del porto giunge fino in mezzo al mare, con due braccia sottili di massi.
Qui infuria la ragazzaglia della periferia, del contado, del proletariato che lavora alle fabbriche che l’ENI ha costruito lungo il canale da Ravenna a qui, quasi nuove cattedrali, nuovi Sant’Apollinari.
Mai vista tanta rozzezza e violenza. Ravenna, isola, area marginale e quindi conservatrice. Bizantini? Goti? Questi giovani, piccoli di cranio, grossi di mascella, nasuti, sono scatenati. Non fanno che buttarsi e uscire dal canale, con urla animali.
Due, sui massi, rincorrendosi, si sputano addosso, per scherzo, scatarrando e urlandosi a pieni polmoni “Sumèr, sumèr!” (somaro). Giù nel canale, tre giovani lanciano la loro barca a vela, per divertimento, contro quelli che fanno il bagno: roba da lasciarli secchi, da spappolargli il cranio.

Verso Chioggia, agosto

Devo dire la verità: dopo Ancona la “bellezza naturale” finisce (intendo dire lungo il mare). L’ultimo residuo della grande venustà italica, meridionale, appenninica – la collina marchigiana – si appiattisce di colpo, si annulla. Sopravvivono sorde, impolverate collinucce, dietro pinete sconsacrate, peste. Il pratico la vince su tutto: la spiaggia si fa funzionale: bagni d’acqua e di sole, confortati dalla presenza di una potente organizzazione. Io che ci faccio, qui? Centinaia di migliaia di borghesi mi tolgono il respiro: sono i padroni, loro. Sulle spiagge romagnole, il tacere è bello (per questi giorni di ferragosto): bisognerà venirci con Fellini, d’inverno.
Ma, dopo Porto Corsini: la Bellezza ritorna. E allora, correre in macchina, su, verso Chioggia, diventa una vera, esaltante avventura, per gli occhi, per il cuore.
Qui, intorno al delta del Po, l’uomo pare aver vinto: ma è una vittoria precaria, stentata, la sua. La palude, imprigionata, repressa, traspare in ogni luogo, diffonde nell’aria la sua profonda, vergine, selvaggia, nordica, malinconia.
Tutto è impregnato d’acqua dolce, rafferma: le smisurate distese di prati, gli alti argini sui canali, le boscaglie corrose, le file di pioppi: tutto è legato, impastato, fuso, da una mano di grigio, da un tono di suprema, umile malinconia.
È il romanico di Pomposa che domina ancora i lidi, Volano, il Lido degli Estensi, la stupenda Mesola.
Chioggia è la clausola degna di questo viaggio sul delta: fuori dallo spazio e dal tempo, rozza Venezia senza storia, puro calco di una bellezza pura, è come sulla cima di un geroglifico, sull’estremità di un sogno geografico, campestre, lagunare e marino: dove puoi evadere, eludere ogni tuo dovere, concederti, tra un popolo felice, una pura vacanza.

[Un ringraziamento particolare per la pubblicazione di questo brano, oltre che all’editore Contrasto, va alla cortesia di Maria Grazia Chiarcossi, erede e studiosa di Pier Paolo Pasolini]

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri
 

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