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La macchina del tempo sospeso

Testo tratto dal libro omonimo di Alfredo Vigarani (sottotitolo “Tra Bologna e dintorni”, Bologna, Editutto, 2014)

Originario di Casalecchio di Reno, Alfredo Vigarani ha raccolto nel suo primo libro una serie di racconti che partono dalla reminiscenze del passato, o dall’osservazione del paesaggio contemporaneo, per aprire alla riflessione.

Ricordo con chiarezza il grande cespuglio di alloro, allo stesso tempo accesso e cuore del boschetto, il luogo più marginale e misterioso del giardino di villa Fantuzzi. Era il luogo dove aveva spazio la libera evoluzione della vegetazione, una mezzaluna pulsante e selvaggia, al confine con il retro della proprietà dei Vannucci, dominata da numerose Gaggie Arboree, snelle e incuranti del caos di noccioli, prugnoli, viburni, vilucchi ed edere che tappezzavano i livelli più bassi, sino al suolo, ai lati dello stretto sentierino che l’attraversava. Il bosco allora non mi pareva ancora così fascinosamente distante e indifferente alle insulse inclinazioni della vita umana, ma partecipante passivo di queste, quale spazio scenico o addirittura, direi oggi, come folla di ieratiche comparse da teatro classico.
L’accesso al boschetto era governato dal misterioso, enorme cespuglio d’alloro; era impenetrabile e ricco di mistero, perennemente oscuro e circondato da un materasso d’edera dalle foglie enormi e informi che da sempre occultavano alla vista il pozzo, solo vagamente intuibile dalla forma della biomassa prensile del rampicante.
Accolto ai piedi del cespuglio e rispettato dalle edere, una singolare presenza: un piccolo frammento errante di cemento, forse ciò che rimaneva di una scala dal profilo curvilineo, trasformata in pietra dell’ascolto, dell’attesa e del gesto atavico. Era qui che la mia nonna paterna, l’Angiolina, mi accompagnava, si sedeva assieme a me, quasi che gli abiti neri del suo lutto interminabile fossero attratti dalla massa oscura dell’alloro e qui, seduti composti sul gradino, come solo lei sapeva comporsi e indurre alla compostezza e all’autocontrollo, e io a corrisponderla per compiacerla, apriva le porte a un sapere antico. Ella ripeteva le fole, intrise da un laico moralismo che da tante generazioni le nonne recitavano ai loro nipoti. Non si trattava né di Biancaneve né di Cenerentola, ma di racconti terragni dove venivano sublimate la vita, la morte, i vizi, le virtù e il rispetto dei ruoli nelle varie posizioni sociali.

Di quelle tre o quattro narrazioni, esposte con il tono della sentenza, ricordo vagamente quella di Bartulén con la Bartulèina, nella quale, in una commedia degli equivoci, il protagonista si trovava in cantina per cagare e, sbagliando contenitore, utilizzava il vaso della marmellata, dopodiché subentravano briganti, portoni che invece di essere chiusi venivano sfilati dai cardini e briganti i quali, fortuitamente, venivano accoppati attraverso l’immancabile frattura dell’osso del collo. E poi grotte, tesori nascosti, strie, uomini travestiti da donne o da preti.
La morale, sempre quella, i cattivi e quelli che non hanno voglia di lavorare devono morire, in una logica dalla quale solo i potenti venivano esonerati, non per indulgenza verso di loro, ma per impotenza di fronte all’arroganza del potere. Al mât dal Davî, come personaggio incarnazione della malvagità assoluta, ho sempre pensato fosse tratto dal comportamento eccentrico e criminale di qualche personaggio della famiglia Davìa, casato dell’aristocrazia bolognese. In uno dei due aneddoti, il protagonista invitava a un gran ballo, organizzato nel suo palazzo con la prescrizione che i suoi ospiti dovessero danzare scalzi. La sorpresa, per gli invitati, consisteva nel trovarsi a porte chiuse a dimenarsi su di un pavimento reso rovente da ventiquattro ore di esposizione al fuoco! Mentre lo scellerato, al sicuro, si godeva la scena ridendosela a crepa pancia!
Il secondo episodio, ben diverso per crudezza, vedeva il nostro cinico protagonista affacciato a una finestra del proprio palazzo di campagna interloquire con i mendicanti giunti per la questua nell’antistante ampia cavallerizza, che non potevano rendersi conto del pericolo mortale al quale andavano a esporsi. Al mât dal Davî, infatti, garantiva loro l’elemosina solo se fossero stati in grado, con un salto, di raggiungere il davanzale della finestra dal quale egli era affacciato, chiarendo che l’alternativa al fallimento dell’impresa era la morte certa.
Inutile dire che il divertimento consisteva nell’osservare la disperazione di questi disgraziati, nel cercare vanamente di raggiungere quel davanzale e, ormai stremati, di implorare pietà, una pietà che non sarebbe mai arrivata, mentre al contrario sarebbe giunta loro la schioppettata che avrebbe posto fine alle miserie di una vita di stenti.

Come non vedere in questi racconti la testimonianza viva, ancora freschissima, del ricordo delle feste gioconde, magnifiche e crudeli, celebrate per secoli e secoli a ogni ricorrenza nelle strade e nelle piazze della Bologna dell’Ancien Régime? Dopotutto l’ultima festa della porchetta, grassa e gioconda apoteosi corale dell’effimero e degli eccessi, si era consumata solo nel 1796, appena novantasette anni prima della nascita di mia nonna Angiolina. Festa di tutta la città, di norma celebrata il 24 d’agosto, della quale ci sono pervenuti i bandi e tante testimonianze dell’epoca. Ma il clima di questa e d’altre feste viene evocato, meglio che da altri, da Antonio Zanolini ne Il Diavolo del Sant’Ufficio.
Per giovedì grasso, il patriziato si trovava nei palazzi verso piazza Santo Stefano, e dalle finestre, una volta che il popolo minuto giù in strada era accalcato ben bene, iniziava il lancio di ogni ben di Dio. Tutto questo in un’orgia di odori e rumori, ovunque diffusi, tanfo di urina stantia sotto i portici e di acque morte dai canali vicini, olezzo umano tra la folla, dolciastro e penetrante, alitosi di stomaci alterati e aromi di dentature marce, uniti in un unico fiato emesso con la detonazione della festa. L’espressione di un desiderio avido, gioioso e rabbioso, manifestato con il groviglio di membra in movimento per occupare con la forza spazi già occupati da altre membra, da altri sensi vigili che moltiplicavano per osmosi il contagio euforico di questa gioia primordiale.
Dai crocicchi e dalle piazze più vicine giungeva l’eco di saltimbanchi e imbonitori, guitti e irriverenti cantastorie accompagnati da ritmi di sottofondo. Sinfonie popolari di cembali, vielle e buccine, mescolate ai cigolii delle macchine sceniche a reggere incerte impalcature lignee legate tra loro e grida e motteggi rivolti ai signori.
Rumori delle feste, odori di cibo disperso, più o meno raffinato ma, ciò che più importava, del tutto gratuito. Dietro ai nobili davanzali l’odore buono della cera per pavimenti in cotto; ma dai corpi avvolti da ricchi panneggi sarebbero trapelati gli stessi afrori dei corpi in spasmodico movimento giù in basso, solo acuiti, se possibile, dal tentativo di camuffamento operato con l’abbondante aspersione delle quintessenze più rinomate, violente e dolciastre, giunte dalla Provenza o dai porti del Levante, attraverso Venezia.
All’inizio del festino erano semplici pezzi di pane e di ciambelle, e un’umanità scomposta, animata da una gioia furente, si contendeva da subito con violenza il cibo, per una volta piovuto dal cielo. Poi formaggi, polli, uova crude che, infrante al volo, insozzavano chiunque; in un’escalation di cibi, sempre più ricchi e sempre più centellinati. A volte, perfino, in questo crescendo, alcune monete d’oro! Lanciate là, dove la confusione era già indescrivibile, per concludersi poi con il clou della festa: il lancio, a pezzi, come consuetudine, di una porchetta cotta a fuoco lento e sapientemente tranciata sul posto dall’esperto scalco.

Difficile che ci scappasse il morto, ma comunque, di sicuro, diverse costole rotte e tutte di povera gente, nel tentativo di saziare stomaci insaziabili. Era normale, anche nella città del Liber Paradisus, che i potenti godessero del loro status attraverso l’esaltazione dell’indigenza della plebe. In una forma, in questo caso, particolarmente perversa perché resa lecita dall’autorità morale della Chiesa, quale strumento per assolvere, da buoni cristiani, nell’ambito di un sano divertimento (come direbbero i vescovi di oggi), alla prima delle sette opere di misericordia corporale: “Dar da mangiare agli affamati”.
Dalle finestre di quelle residenze, e sotto gli sguardi di terracotta del Circasso, del Moro, del Demone e di tutte le altre teste, convenute in palazzo Bolognini, a rappresentare allo stesso tempo l’etnografia rinascimentale e i mostri antropomorfi comuni a tutti i miti e a tutte le religioni. Da quelle finestre, dicevo, si affacciava e si divertiva da secoli anche al mât dal Davî, smascherato però nella sua cinica e feroce identità dalla saggia aneddotica popolare, che si incaricava anche di tenere accesa la fiammella di una via d’uscita almeno per il più arguto dei questuanti. Il quale, con la scusa del dover prendere una buona rincorsa, riusciva a guadagnare la distanza necessaria per uscire dalla gittata del moschetto, e darsi così alla fuga. Salvare la pelle. Questo era il massimo concesso alla povera gente, questo era ciò che emergeva dai suoi racconti asciutti e ben sostanziosi, vere e proprie parabole veriste. Difficile pretendere la giusta punizione nei confronti dei potenti quando, peraltro, nemmeno veniva socialmente pretesa.
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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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