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Le tre melarance

Favola della tradizione italiana rielaborata da Monica Morini per il progetto “Fiabe senza Corona” (a cura del Teatro dell’Orsa e della Casa delle Storie di Reggio Emilia)

Da sempre la forza antica delle favole ci aiuta ad affrontare meglio le avversità, più che mai in tempi difficili come quelli che viviamo: è questo il senso di “Fiabe senza Corona”, la raccolta di favole lette e musicate promossa dal Teatro dell’Orsa e dalla Casa delle Storie di Reggio Emilia, disponibili liberamente online. Vi facciamo ascoltare un classico della tradizione popolare italiana, narrato da Lucia Donadio e Chiara Ticini, e musicato da Gaetano Nenna, con la regia di Monica Morini.

C’era una volta un principe che non voleva prendere moglie. Nonostante l’insistenza del re, suo padre, e della regina, sua madre, che volevano a tutti i costi un nipotino. Ma, lui, niente! Non ne voleva sentir nemmeno parlare. Gli anni passavano, le lune scivolavano sulle lune e il principe non aveva ancora preso moglie.
Un giorno, mentre era a tavola con il re e la regina, il principe stava tagliando una ricotta, quando... si ferì a un dito e una goccia di sangue cadde sulla ricotta. Il principe rimase incantato nel vedere quell’unica goccia rossa in quel mare bianco di latte.
«Ecco! È così che la voglio! La mia sposa dovrà essere bianca come il latte e rossa come il sangue!».
«Ma, figliolo! Se è rossa non è bianca, e se è bianca non è rossa!».
«Non mi importa! Andrò io stesso a cercarla, sparso per il mondo!».

Il principe mise la strada sotto i piedi e, cammina cammina cammina, attraversò valli e pianure, pianure e valli. E, naviga naviga naviga, attraversò mari e fiumi. E, galoppa galoppa galoppa... Un giorno arrivò in una terra molto lontana. Nel mezzo di un fitto bosco, da dietro un cespuglio, comparve una vecchina: «Bel giovane, da dove vieni? Cosa fai da queste parti?».
«Gentile nonnina, è una storia molto lunga, come la strada che ho percorso per arrivare fin qui. Ma, per farla breve, io sto cercando una fanciulla bianca come il latte e rossa come il sangue».
«Figliolo, se è bianca non è rossa, se è rossa non è bianca! Ma, poiché vedo che hai a lungo viaggiato, voglio farti un dono. Prendi queste tre melarance. La tua ricerca è terminata! Portale a casa, e, quando sarai a un giorno di cammino dal tuo palazzo, apri la melarancia. Ma, ricorda, fallo accanto a una fontana. Ricorda! Solo accanto a una fontana!».
Il principe prese i tre doni, i tre frutti rossi come tre rubini, li mise nella sua bisaccia e di nuovo rimise la strada sotto i piedi. E, galoppa galoppa galoppa... E, naviga naviga naviga... E cammina cammina cammina... Quando fu a un giorno di cammino dal suo palazzo, impaziente, prese la prima melarancia e la aprì.
Apparve una fanciulla bianca e con le labbra rosse come il sangue: «Oh mio bel principe, gentil signore, dammi da bere, presto! Per favore!».
Allora il principe si mise a correre, a cercare una fonte... Per molto tempo la cercò: non la trovò. E, dopo molto, vide la fonte, prese l’acqua e tornò. Ma la fanciulla era sparita.
Allora, impaziente di rivedere quel prodigio, prese la seconda melarancia e, senza pensarci, la aprì e... apparve una fanciulla ancor più bianca e con le labbra ancor più rosse della precedente: «Oh mio bel principe, gentil signore, dammi da bere, presto! Per favore!».
Allora il principe si mise a correre, tornò alla fonte, prese l’acqua tra le mani, che continuava a cadere e... una volta arrivato dalla fanciulla, lei era sparita: «Basta! Devo essere meno impaziente e aspettare di arrivare alla fonte!».
Il principe fece cento passi, e, una volta arrivato alla fonte, prese l’ultima melarancia, e la aprì. Apparve una fanciulla ancor più bianca e con le labbra ancor più rosse delle precedenti: «Oh mio bel principe, gentil signore, dammi da bere, presto! Per favore!».
Questa volta, al principe, bastò allungare una mano per prendere l’acqua. E la gettò sul volto della fanciulla, che questa volta... non sparì. Ed era tutta tutta tutta nuda: «(Ma non posso di certo portarla a palazzo così! Cosa diranno mai, mia madre e mio padre? La coprirò con il mio mantello!) Dolce fanciulla, tieni! Tieni il mio mantello. Vedi quel ramo? Sali lì, su quell’albero, e aspettami. Tornerò con abiti degni della tua bellezza. E, una volta arrivati a palazzo, tu diventerai mia sposa».

La fanciulla si sistemò in cima all’albero e, aveva appena finito, quando arrivò a prendere acqua alla fonte una brutta vecchia strega. Era acida come il latte andato a male, aveva l’umore storto come una camicia infilata al contrario, era tenebrosa e scura come un temporale. E, nel chinarsi per riempire la brocca alla fonte, vide il riflesso della bella fanciulla arrampicata sull’albero. E credette di vedere sé stessa: «Oh! Ma come sono bella, questa mattina! Mi dicono sempre tutti: brutta vecchia! E invece guarda che labbra rosse, che incarnato delicato, sono proprio bella! Bella!... Chi è che canta? Eh? Chi è che canta! Chi sei? Che fai lassù?».
«Sono la fanciulla della melarancia, sto aspettando il mio principe. Tornerà per prendermi e portarmi a palazzo con sé. E, una volta arrivati a palazzo, io diventerò una principessa!».
«Una principessa, eh? Ma, cara, non vorrai andare a sposarti a palazzo con quei capelli, tutti arruffati! Vieni, scendi, che ti pettino!».
«Ma il principe mi ha detto di aspettare proprio qui!».
«Ma, tesoro, sono brava a fare le trecce! Vieni! Scendi!».
«Ma non posso! Non posso!».
«Ho detto: scendi!».

La strega, tanto fece e tanto disse, che convinse la fanciulla a scendere. La fanciulla si mise a sedere accanto alla vecchia, che cominciò a pettinare i capelli della giovane, livida di invidia. E, di nascosto, prese un fuso incantato. Quando... Colpì la fanciulla al centro del petto. Ma lei, la fanciulla, non morì! Si trasformò in una colomba bianca, e andò a posarsi su un ramo vicino.
La strega si arrampicò sull’albero al posto della fanciulla, e, non appena si fu seduta, dall’orizzonte comparve il polverone del corteo regale, e davanti a tutti stava il principe che lanciava il suo cavallo al galoppo per arrivare il prima possibile dal suo amore: «Scendi! Amor mio, Scendi! Scendi, amor mio! Scendi... Amor mio...?».
«Sì!».
«Ma sei tu?».
«Sì!».
«Sei proprio tu?».
«Sì!».
«Ma sei diventata così... così... scura!».
«È stato il sole, col suo calore, che mi ha cambiato di colore».
«Anche la voce ha qualcosa di... strano!».
«È stato il vento, che soffia e ruota, che mi ha reso la voce roca».
«Prima eravate così... così... diversa, ecco!».
«È stato il sole... il vento... Succede!».

E siccome il principe era un uomo di parola, invitò la strega a scendere: l’avrebbe portata a palazzo, per sposarla, nella speranza che tornasse bella come prima.
Nel frattempo i genitori del principe, davanti al portone del palazzo, aspettavano impazienti il ritorno del loro figliolo per vedere finalmente qual era la fanciulla che gli aveva rapito il cuore. E già immaginavano i deliziosi nipotini che avrebbero avuto! Ma, quando la strega scese dalla carrozza, rimasero pietrificati.
Ma, d’altronde, se un principe promette, un principe mantiene, e dunque cominciarono i preparativi per le nozze. La strega cominciò subito a dare ordini a tutti: «Tu, tesoro... pulisci!».
«Tu, carina... cucina!».
«Tu, caro... lucida!».
«Tu, tesoro... cuci!».
Pulisci-cucina-lucida-e-cuci! Pulisci-cucina-lucida-e-cuci! Pulisci-cucina-lucida-e-cuci! Pulisci-cucina-lucida-e-cuci!
«Pulisci! Cucina! Lucida! E cuci! Io... me ne vado a dormire!».

Tutti si davano un gran da fare. I cuochi cucinavano giorno e notte, notte e giorno. E i sarti cucivano l’abito nuziale giorno e notte, notte e giorno. Tutti si davano un gran da fare, tranne la strega, che se ne stava bella spaparanzata sul divano.
Ma nessuno sapeva, a parte la cuoca che stava preparando la torta nuziale, che tutte le sere una colomba andava a posarsi sul davanzale della finestra: «Cuoca cara, cuoca adorata, che fa il principe con la fidanzata?».
«E a te che te ne importa?».
«Così, per sapere!».
La cuoca pensò che fosse necessario riferire al principe quello strano accadimento: tutti i giorni una colomba parlante andava chiederle che cosa facessero il principe e la fidanzata! Ma mentre la cuoca raccontava, per filo e per segno, tutto al principe, la strega origliava ogni cosa e, preso un fuso incantato, aspettò la colombina sul davanzale e... la trafisse.
La colomba cadde dal davanzale, giù fino al giardino del palazzo, e dal suo petto trafitto sgorgò un rivolo di sangue che penetrò nel terreno. E, da quel punto, nacque un albero che si alzò frondoso e spinse uno dei suoi rami fino oltre il muro di cinta del palazzo. E, su quell’unico ramo baciato dal sole, maturò una rossa, tonda, lucida melarancia.

Una vecchietta, che passava di lì tutti i giorni per raccogliere fave, cicorie e noci (perché di quello viveva), si accorse di quella melarancia, che prima non c’era: «Oh, ma guarda un poco! Che bella mela! Ah! E che profumo!... Questa me la... No, non me la mangio! Questa me la tengo per bellezza!».
E, una volta arrivata a casa, la vecchietta posò la melarancia su una vecchia credenza di legno. Accadeva un fatto curioso. Ogni giorno la vecchina usciva di casa e, quando tornava, trovava il fuoco acceso, la minestra cucinata, il letto rifatto e tutta la casa pulita da cima a fondo.
«Il letto rifatto! La minestra! E il fuoco! E chi può essere a fare tutte queste cose? Io sono sola al mondo! Dev’essere qualcuno che mi vuole davvero tanto bene! Ma chi? Adesso mi nascondo e vediamo un po’ che succede...».
La vecchietta andò a nascondersi dietro una vecchia tenda, quando... uscì una fanciulla dalla melarancia: «Chi sei tu, e che cosa vuoi da me?».
«Sono la fanciulla della melarancia. Vi prego, non fatemi del male!».
«Ah! Be’... non mi sembra una malintenzionata! Questa mela deve avere un segreto... di bellezza! Siediti, siediti! E racconta!».
La fanciulla raccontò per filo e per segno alla buona nonnina tutto quanto le era accaduto: il principe che l’aveva fatta arrampicare sull’albero, la brutta vecchia strega che l’aveva costretta a scendere, trafitta e trasformata in colomba, e di come poi la strega avesse preso il suo posto a palazzo e l’avesse di nuovo trafitta e uccisa.
«Eh, figlia mia! Ma tu ne hai passate veramente troppe! Bisogna pensare a qualcosa per... Ah, sì! Ce l’ho!».
La vecchietta pensò a uno stratagemma per aiutare la fanciulla.
Come prima cosa le diede degli abiti da contadina. E rimasero in attesa del giorno successivo. Perché, per quel giorno, erano state fissate le nozze del principe.

«Il principe si sposa!».
«Si sposa il principe!».
Tutto il regno era in fermento. Alle finestre erano appesi bandiere e stendardi e, per le strade, vecchi e giovani sgomitavano per vedere il matrimonio.
«Ma la sposa com’è? È alta o bassa?».
«È magra o è grassa?».
«È bionda o bruna?».
«È bella o brutta?».
«Da dove viene?».
«E a te che importa?».
«Eh! Importa!».
«Ma com’è? Alta o bassa?».
«È magra o grassa?».
«È bionda o bruna?».
«È bella o brutta?».
«Da dove viene?».
«A te che importa?».
«Ah! Importa, importa! Questo principe si deve sposare da una vita e io voglio vedere com’è la sposa, no?».
«Ma è alta o bassa?».
«Ma è magra o grassa?».
«Ma è bionda o bruna?».
«Ma è bella o brutta?».
«Ma il vestito è crema o bianco? Perché, se è crema, con le scarpe di vernice sta male!».

Tutti sgomitavano nella speranza di riuscire a scorgere il volto della promessa sposa. Ma nessuno ci riuscì, perché il volto della strega era coperto da un velo nero. Il corteo nuziale aveva attraversato tutta la città ed era entrato nella chiesa. Rimaneva per ultimo il principe, che stava salendo gli ultimi gradini quando... una voce melodiosa lo fece voltare.
In prima fila c’era una fanciulla con la pelle bianca come il latte e le labbra rosse come il sangue. E accanto alla fanciulla stava una cara nonnina, a cui il principe chiese chi fosse quella fanciulla, da dove venisse: «Giovane, è la fanciulla che viene dall’albero di melarance che cresce nel vostro giardino!».
La fanciulla della melarancia si avvicinò al principe e si guardarono negli occhi: «Sei tu l’amor mio? Sei proprio tu?».
«Sì! Son io!».
Il principe e la fanciulla della melarancia si avvicinarono all’altare, dove si unirono in matrimonio.

«Ah! Ha sposato quella bella! Quella bella!».
«Ha sposato la fanciulla della melarancia!».
«Sì! Altro che quella traditora!».
«La brutta vecchia strega è scappata via! Non si è nemmeno infilata le scarpe, per la vergogna!».
«Non vada scalzo chi semina spine!».
«Tutte le sai!».
«Sì, le so tutte!».
«Be’, mo’, loro si sono sposati e noi che facciamo qua come le prische?».
«Festeggiamo!».
«Festeggiamo!».
E tutti festeggiarono, con balli, suoni e canti. Felice chi era dietro, felice chi davanti! Di questo grande amore si conserva memoria! E qui finisce la nostra storia!

Note

A cura di Vittorio Ferorelli (Istituto Beni Culturali Regione Emilia-Romagna) e Monica Morini (Teatro dell'Orsa). Lettura di Lucia Donadio e Chiara Ticini, musica di Gaetano Nenna