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Il mio paese

Testo di Federico Fellini tratto dal libro "La mia Rimini" (a cura di Renzo Renzi, Bologna, Cappelli Editore, 1967)

Il 20 gennaio del 1920, a Rimini, nasceva Federico Fellini. Nel corso del 2020 la città rende omaggio al maestro del cinema con un programma di iniziative inaugurato dalla grande mostra di Castel Sismondo e coronato, a fine d’anno, dall’apertura del Museo internazionale a lui dedicato. Vi proponiamo il brano di un racconto in cui il regista descrive il rapporto con il luogo da cui ebbe inizio la sua avventura. Ringraziamo per la lettura Marzio Bossi e l’associazione “Legg’io”.

Pensare a Rimini. Rimini: una parola fatta di aste, di soldatini in fila. Non riesco a oggettivare. Rimini è un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare. Lì la nostalgia si fa più limpida, specie il mare d’inverno, le creste bianche, il gran vento, come l’ho visto la prima volta. [...]
“Adesso ci sono 1.500 tra alberghi e pensioni, più di 200 bar, 50 sale da ballo, una spiaggia lunga 15 chilometri. Arrivano, ogni anno, mezzo milione di persone, metà stranieri e metà italiani. Gli aerei coprono il cielo ogni giorno, dall’Inghilterra, dalla Germania, dalla Francia, dalla Svezia...”.
Sono tornato a Rimini per via di questo libro. Chi mi dà le notizie è il figlio del mio compagno di scuola. Ora, sono i figli che si incontrano. “Ti ricordi Anteo, il facchino della stazione? Adesso ha una quantità di alberghi”. “I miei contadini” ‒ dice Titta ‒ “hanno abbandonato i poderi per mettere in piedi quattro ristoranti-alberghi alla Barafonda”. “Hai visto il grattacielo?”. “Un tale di qui ha creato una catena di alberghi ‒ anche in collina per la primavera e l’autunno, anche in montagna per l’inverno ‒ perché i suoi clienti dell’estate non vuole lasciarli, li tiene stretti per tutto l’anno”.
Questa che vedo è una Rimini che non finisce più. Prima, intorno alla città, c’erano molti chilometri di buio e la litoranea, una strada dissestata. Apparivano soltanto, come fantasmi, edifici di stampo fascista, le colonie marine. D’inverno, quando s’andava a Rivabella in bicicletta, si sentiva il fischio del vento dentro le finestre di quegli edifici, perché le imposte erano state portate via, per far legna.
Ora il buio non c’è più. Ci sono, invece, quindici chilometri di locali, di insegne luminose: e questo corteo interminabile di macchine scintillanti, una specie di via lattea disegnata coi fari delle automobili. Luce, dovunque: la notte è sparita, si è allontanata nel cielo e nel mare. Anche nella campagna, anche a Covignano, dove hanno aperto un night-club favolosissimo, che non si vede nemmeno a Los Angeles, nemmeno a Hollywood: e sta lì, proprio dove c’erano le aie dei contadini; dove sentivi soltanto latrati di cagnacci. Adesso appaiono giardini orientali: e musica, juke-box, gente dappertutto, un carrello di immagini sfolgoranti, il paese dei balocchi, Las Vegas.
Ho visto alberghi di vetro e rame e, al di là dei vetri, gente che ballava, gente seduta su terrazze. Negozi, magazzini immensi illuminati a giorno, aperti tutta notte, con gli abiti, le mode che rotolano fin lì, Carnaby Street, gli oggetti della pop-art; mercati notturni con lo scatolame più incredibile, il risotto alla milanese già preparato, con lo zafferano; un’atmosfera falsa e felice; e questa concorrenza spietata: pensioni che, con poco più di mille lire, danno colazione, pranzo, cena, camera, cabina al mare: tutto con una piccola manciata di soldi.
Non sapevo più dov’ero. Ma qui non c’era la Chiesa Nuova? E il viale Tripoli dove sta? Siamo ancora a Rimini? Si ripeteva la sensazione di quando ero tornato, subito dopo la guerra. Allora avevo visto un mare di macerie. Adesso vedevo, con lo stesso sgomento, un mare di luce e di case. [...]

Continuai a girovagare. Sono passato due o tre volte davanti all’albergo. Non avevo voglia di coricarmi. Mi lasciavo andare a una specie di vuoto e pacifico ruminare del pensiero. Provavo, anche, un senso di vaga mortificazione: una cosa già sistemata, archiviata, ora la ritrovavo d’un colpo gigantesca, cresciuta senza il tuo permesso, senza chiederti consiglio. Forse ero anche offeso, chissà! Mi sembrava che Roma, ora, fosse più confortante, più piccola, addomesticata, familiare. In una parola, più mia. Ero preso da una comica forma di gelosia. Avrei voluto chiedere a tutta quella gente, gli svedesi, i tedeschi: “Ma insomma, che cosa ci trovate di tanto bello? Che cosa ci venite a fare?”.
A questo punto, due ragazzi mi hanno fatto il segno dell’autostop. Ho aperto lo sportello della macchina. Erano molto civili, cortesi, discreti. Uno portava i boccoloni biondi. L’altro una frangetta alla bebè che gli arrivava sul naso, una camicia col pizzo settecentesco e i pantaloni di velluto arancione.
Siccome non aprivano bocca, non riuscivo a capire se fossero di Stoccolma, di Amsterdam, oppure inglesi. Infine gliel’ho chiesto: “Di dove siete?”. “Di Rimini”, hanno detto. E questo è straordinario: sono tutti eguali, hanno tutti una patria comune.
“Possiamo scendere qui?”, hanno chiesto a un certo punto. Quando ho aperto lo sportello, la musica, che già si era sentita da lontano, era diventata fortissima. Veniva dai campi, da un’insegna luminosa: “L’altro mondo”. I due ragazzi hanno ringraziato e sono entrati. Dopo un attimo di incertezza sono sceso anch’io e sono entrato a mia volta. Il locale, da una parte, dava sulla strada; dall’altra, correva sopra un piazzalone di terra battuta che finiva nella campagna, mescolando la musica all’odore del fieno. Sotto un tendone da circo c’era un night-club. Migliaia di giovani stavano ballando.
Essi non mi vedevano, non ci vedevano, noi che siamo ormai come i garibaldini in congedo, coi nostri problemi che non li interessano. Mentre noi stavamo a discutere di passaggio dal neorealismo al realismo, di pancinor, eccetera, questi giovani sono cresciuti in silenzio, per accamparsi d’un colpo sotto i nostri occhi, come l’esercito di un altro pianeta, inatteso, misterioso, che ci ignorava.

Mi sono seduto a un tavolo. Accanto, un ragazzo stava accarezzando una ragazza, la baciava, le grattava dolcemente il naso. Era, evidentemente, la sua ragazza. Poi venne un altro, un amico, a sedersi al suo posto, perché lui era andato a prendere il cocomero. Mi sorpresi a scoprire che anche l’amico faceva le stesse carezze alla ragazza. Quando il primo dei due fu tornato, rimase a guardare l’amico che gli baciava la ragazza, mentre lui si mangiava il suo cocomero. Poi l’amico andò via, sparì nel ballo. Allora io mi avvicinai al ragazzo rimasto e, come per chiedere una spiegazione di quel palese tradimento, gli dissi: “Ma non è la tua ragazza?”. “Non è la mia ragazza”, rispose quello. “È una ragazza che sta volentieri con me”. Nei suoi occhi, rispondendo a quel modo, c’erano soltanto innocenza, limpidezza, sicurezza.
Forse debbo attribuirlo a quel clangore da fine del mondo oppure da annunciazione; chissà, alla stanchezza o all’ignoranza di quella Rimini mai vista; allo spettacolo di migliaia di ragazzi che sbucavano dai campi, dalle stradine, dal mare: insomma, in quel momento ho avvertito, nell’aria, un nuovo senso dell’esistere, come un ricominciare da capo.
D’estate allo Chez-Vous, noi stavamo a spiare dalle siepi l’interno del locale. Bastava una donna con un abito da sera per farci tremare. Adesso io vedevo che tutti ballavano, staccato “il cavaliere” dalla “ballerina” come dicevamo noi, in un ritmo intimo, una specie di trance.
Fui preso da un’emozione disordinata. Certo m’impressionavano l’aspetto scenografico, il suono delle orchestre che saliva fino al cielo, quelle tribù misteriose. Mentre il cielo si colorava spalancandosi verso l’alba e passavano gli aerei in quel cielo, essi ballavano con una grazia sconosciuta.
Tutto questo m’è sembrato il bellissimo finale di un film. Vorrei che desse, quel finale, una sensazione di speranza in una umanità migliore. Ma anche questo è sbagliato: l’avvelenarsi in una proiezione nel futuro. Invece quei giovani andavano visti per quello che erano, in quel momento. Allora m’è sembrato di capirli meglio. Però mi vergognavo. Che cosa imparo ‒ mi dicevo ‒ pensando a un recupero cinematografico di quell’esperienza, come un vampiro? E perché mi intenerisco? Forse perché sento la presenza di qualcosa che non ho avuto, la nostra infanzia, la nostra giovinezza da inibiti, sotto la tutela della Chiesa, del fascismo, del padre e della madre venerati come due monumenti.

Io vorrei essere giovane adesso. Loro guardano le cose senza giudicarle, senza cercare di riferirle ad altre. Molti di loro, che non sanno niente, si orientano verso il Buddismo Zen, che tenta di realizzare una creatura capace di vivere il momento, sfericamente, totalmente. [...]
A questo punto, sento la voce di Liliano Faenza, ferma e lucida, che mi sgrida. Parlando di queste cose, abbiamo fatto una polemica, giù per i caffè di Rimini. Faenza, che è rigoroso e solitario, tiene fermo il principio della ragione laica come un autentico illuminista, una coscienza animata da un pessimismo attivo. Egli diceva, in quelle polemiche, di non amare i giovani, se ho ben capito, perché essi sono vuoti e si abbandonano a uno stato di natura, senza cercare un senso. Né gli adulti sanno indicarglielo.
“Noi non siamo soltanto specie, cioè natura”, mi ricordava Faenza. “Noi dobbiamo faticosamente costruirci come genere, diventare storia o spirito, come diceva Gramsci”. “Gli italiani” ‒ aggiungeva quel riminese ‒ “hanno sempre considerato lo Stato e la società civile carnevaleschi ciarpami. Perciò si erano ridotti a credere soltanto nella famiglia. Adesso non credono più neppure in quella. Allora, che cosa ci resta?”.
Faenza faceva una pausa, ma non aspettava la risposta. “Te lo dico io”, proseguiva. “L’Italia si sta avviando a diventare il postribolo dell’Europa, grazie al turismo, all’Italia paese del sole, eccetera. E gli italiani, tutti albergatori-tenutari”.
Poi Faenza mi ha anche scritto, perché è generoso, voleva provocarmi, quindi aiutarmi: “Tu dici di voler comunicare, disperatamente comunicare con i giovani, quei giovani. Certo. Ma per aiutarli a uscire dall’isola dove sono rinchiusi o dove li abbiamo buttati noi; non per far sentire la nostalgia per il loro mondo. Ricordi quella ragazza che diceva parole inafferrabili di là da un fiume, nella sequenza finale de La dolce vita? Cercava di comunicare, da un mondo più sano e pulito, con uomini fradici come quel pesce luna che nel 1934 venne a eleggere la spiaggia di Rimini, a Miramare, come luogo di morte e di putrèdine. Ma che cosa diceva quella ragazza?”.

Io, naturalmente, dopo le ultime esperienze, ho provato a immaginare che cosa diceva quella ragazza, poiché Faenza me lo aveva chiesto cosi perentoriamente.
“La vita non ha senso, ma bisogna darglielo”, aveva detto Chaplin in Luci della ribalta, un’altra cosa ancora che aveva ricordato Faenza, perorando il suo rifiuto verso i giovani d’oggi. Giustissimo. Ma se il senso che le si è dato finora ha condotto ai risultati attuali, è chiaro che bisogna dargliene uno nuovo. E per dargliene uno nuovo è necessario distruggere quello vecchio. Illudersi di stabilire una connessione sensata, un trapasso prudente e ispirato a criteri discriminatori di utilità tra un vecchio sistema di vita e uno nuovo, non è soltanto conservatorismo tra i più deleteri perché mascherato da buon senso, ma è semplicemente impossibile.
Credo che la rivolta sia per sua natura insofferente di qualsiasi prudenza e misura, eppure tutte le rivolte che si sono succedute fino a ora sono sempre riuscite misteriosamente a tirar fuori ciò che di autentico c’era nel loro bersaglio; e, forse, la loro lezione più grande, anche se meno appariscente, è una lezione di umiltà, che è poi il contrario del paternalismo. Forse i circoli yè yè, gli allucinogeni, una concezione della vita a livello biologico sono, intanto, lezioni di umiltà. [...].
Quei giovani ‒ io credo, voglio crederlo ‒ trovano la loro forza nell’andare diritti per quell’altra strada, che è soltanto loro e che, anche se i capelli lunghi cadranno, non è paragonabile alle nostre brevi scapigliature goliardiche. Essi hanno davvero iniziato un’altra epoca. Il loro è un taglio profondo col passato. Il giovane del ’38 davanti al giovane d’oggi è come un ragioniere davanti a una farfalla.

Ma che cosa c’entra tutto questo con Rimini? Ebbene, l’ho provato, l’ho pensato lì. Nell’aria non c’erano soltanto le voci potenti, strazianti, delle orchestre. C’erano sempre anche le voci dei camerieri che parlavano il mio dialetto. Era sempre il mio paese.
Quella mattina ho trovato un momento di pienezza. E la voglia di dire: “Dovete farcela, dovete riuscirci”. Veniva la voglia di andarlo a dire al microfono. Ma loro avrebbero risposto: “Riuscire a che cosa?”. Che è la risposta giusta. Loro riescono a stare insieme perché sono diversi, se stessi, senza tutela.
Poi, nell’alba, tutta questa Rimini sconosciuta, dopo la notte passata in un luogo estraneo che mi pareva Las Vegas, sembrava volesse dirmi, con quei giovani, che era cambiata e che, perciò, dovevo cambiare anch’io, mentre chiacchieravo stolidamente con me stesso di queste nuove forme della mia città.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli e Rita Giannini. Lettura di Marzio Bossi (associazione "Legg'io")