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Resuscitare la storia

di Vito Fumagalli. Tratto da Ma questa è un’altra storia. Voci, vicende e territori della cultura in Emilia-Romagna (1978-2008), Bononia University Press, IBC 2008.

17 giugno 2010

La rivista dell’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) racconta, da trent’anni, un’esperienza unica in Italia. Oggi un volume raccoglie, a cura di Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, una selezione di testi tratti dall’archivio di IBC, offrendo l’occasione di ricomporre, attraverso i frammenti delle singole voci recuperate, la storia culturale di una regione, dagli anni Settanta a oggi.
Questo testo di Vito Fumagalli, insigne storico del Medioevo, è stato pubblicato per la prima volta nel n. 4-5/1995 della rivista “IBC”.

Resuscitare la storia
di Vito Fumagalli

Tutto il territorio, con sfumature e gradazioni diverse, ha ovunque una storia legata all’uomo, alla sua azione modificatrice o, se non vi ha dato luogo, al suo immaginario. In Italia, comunque, la traccia umana è ravvisabile in ogni lembo del suolo. Così nella regione emiliano-romagnola, una delle più ricche di esperienze antropiche, passate e presenti. Tutto il territorio, affermiamo, poiché oggi non è più considerato storico solo ciò che emerge e s’impone sul resto, ma anche le realtà paesistiche che meno colpiscono l’occhio del visitatore o addirittura sfuggono alla sua attenzione. Esse sono il risultato di attività non di rado secolari, un lento e progressivo accumulo di esperienze dettate da un rapporto delicato e difficile con l’ambiente. Nella nostra regione questo è particolarmente vero: essa è stata in larghissima misura una fabbrica della mano e della mente umana, iniziata in tempi dei quali ancora stentiamo ad avere la nozione. La pianura a nord della via Emilia, quanto restava di un largo golfo colmato da ghiaie, ciottoli, sabbia portati a valle dai fiumi dell’Appennino, sui quali crebbero boschi, si distesero paludi, veri e propri laghi, si profilarono ampie brughiere coperte d’erba e da alberi radi, così presentava sé stessa agli occhi dell’uomo alcuni secoli prima della nascita di Cristo. Celti, Etruschi e soprattutto Romani lottarono contro un tale, pur suggestivo, paesaggio, che non aveva certo le caratteristiche innate per l’insediamento umano e le pratiche dell’agricoltura.

La via Emilia, tracciata da Rimini a Piacenza, fu come il segnale dell’imminente opera di risistemazione del suolo operata dai legionari romani, reduci da tante guerre, trasformati in coloni. La grande strada, infatti, separava quanto rimaneva dell’antico golfo, ora rimasto in vaste zone disabitato e selvaggio, e i luoghi più popolati, a sud della medesima, dell’alta pianura e delle colline. Una dopo l’altra, le città-colonie s’infittirono sulla via Emilia, che le attraversava, e da esse partirono i vecchi soldati verso il Settentrione, per misurarsi con le acque e le foreste. Fu loro utile aver sperimentato campagne militari, aver maturato, nel corso di queste, tenacia e spirito d’avventura, soprattutto un profondo senso di solidarietà con i commilitoni, indispensabile per affrontare il duro compito che li attendeva. Da questo è nata la cosiddetta centuriazione romana, la lottizzazione in parti di cento poderi ognuna, strappati con fatica, intelligenza e grande spirito di collaborazione all’acquitrino e al bosco. Contro questi la lotta era possibile solo se una profonda unità legava i coloni, oltre alla tempra forgiata dalle pesanti campagne militari del passato. Così possiamo capire meglio il tono della civiltà emiliana, quella capacità di adattamento anche alle situazioni più difficili, quel sentirsi bene insieme, e, in particolare, il convincimento che l’utilità comune è uno dei patrimoni della storia. Se percorriamo la via Emilia, ricordiamo tutto questo, immaginiamo quelle origini lontane e difficili, vediamo l’uomo ingaggiare con un territorio impossibile – mi si passi l’espressione – una lotta senza precedenti: così, come ancora in larghi tratti lo possiamo ammirare, esso fu per la prima volta capillarmente costruito.

Ancora oggi, l’esistenza del paesaggio di pianura è assicurata da una fitta trama di canali, fossi, scoli d’acque, strade e ponti apprestati a iniziare da quei tempi lontani. Molti sono rimasti, molti sono stati rifatti, magari a una certa distanza dai primitivi, tanti vennero trasformati. Ma la loro trama è, in fondo, quella di una volta, e non può non farci rievocare con gli occhi al suolo la generosità, la sapienza, la collaborazione di generazioni di coloni. Se non la domasse ancora quell’intervento antico, e ripetuto, la piana emiliana tornerebbe in balìa delle acque, quasi un unico grande lago. Proprio questo accade, a conferirle un volto semiprimitivo, tra la fine dell’età antica e gli inizi del Medioevo, quando la vita dell’uomo subì progressivamente una contrazione, le città rimpicciolirono, si spopolarono, molte scomparvero per sempre, le campagne si andarono ricoprendo su larghi tratti di foreste e paludi, che lambivano anche le mura dei centri urbani superstiti. Attestata di fronte alle bassure paludose d’allora, la mole dell’abbazia di Nonantola assume un carattere di solitaria, imponente presenza: alla metà del secolo VII, sorse proprio dove vivevano i resti della colonizzazione romana e da questi i monaci iniziarono la loro ricostruzione del paesaggio. Più solitaria ancora la presenza di Santa Maria di Pomposa, persa nel piatto paesaggio del Delta padano, dove un tempo fioriva l’etrusca Spina, dove poi la coltivazione del suolo, già etrusca, poi romana, fu travolta dalle acque, nell’abbandono degli uomini, giunto in quel luogo all’esasperazione quanto, seppure in dimensioni più contenute, si era verificato ovunque.

Prima che nascessero l’abbazia di San Silvestro di Nonantola e quella di Santa Maria di Pomposa, a Bobbio, tra i monti piacentini, era giunto un uomo dall’Irlanda attraverso la Francia, Colombano. Alla corte del re longobardo Agilulfo aveva saputo di una chiesa diroccata, a Bobbio, dove, nel silenzioso abbandono del luogo, avvenivano fatti portentosi. Egli decise di recarvisi, con i suoi confratelli (erano tutti monaci), e di ricostruire il tempio di Dio. Accanto fece sorgere un monastero destinato a essere un giorno famoso: San Colombano di Bobbio. Ancora una volta i resti superstiti dell’età antica riebbero vita, come era accaduto in Borgogna, dove Colombano era passato; vi fondò tre monasteri, sfuttando le pietre e i marmi di Roma, collaborando con gli uomini che vi erano rimasti. Nel cuore di una boscaglia si sentì come fissare dalle statue immote e silenziose di un tempio romano in rovina: lì si fermò, edificò una sede per i suoi monaci, ricominciò da capo, coltivando la terra, pascolando animali.

Molti avevano abbandonato le città, sul finire dell’evo antico: c’era chi era andato molto lontano, come San Girolamo nel deserto. Altri, come Sant’Ambrogio, restarono; proprio il nostro fece un viaggio sulla via Emilia, verso Milano, e restò colpito dallo squallore delle città che vi sopravvivevano, scrivendo in una lettera la frase famosa che ne indicava amaramente lo stato di abbandono: “Cadaveri di città semidistrutte”. Seppur facessimo la tara alla forte espressione, la dobbiamo accogliere nella sostanza, perché da tante parti ce ne vengono le prove. Gli uomini migravano ormai da tempo nelle campagne e di qui, pur largamente abbandonate, riprese veramente la vita.

Un paesaggio che mostra oggi i segni frequentemente vistosi del lavoro e dell’intelligenza umana, monumenti che sorgono non isolati, ma con un corteggio di altri minori cui hanno dato vita, vanno guardati attraverso la loro storia: solo così è possibile riappropriarsi del territorio, del proprio e dell’altrui, e quindi della propria e dell’altrui fisionomia, dopo decenni di cancellazione della memoria e, spesso, di tentativi e interventi uniformatori conducenti al grigiore di tutte le cose in una indotta e ingiustificata opera di uniformazione.

Perciò va condotta un’analisi cosciente sino in fondo di tutto ciò che resta, con la consapevolezza di un lungo cammino costruttivo e delle forze contrarie a esso: le distruzioni, della memoria e dei suoi spazi materiali, non sempre condotte dalla guerra, più spesso dall’abbandono di princìpi ineliminabili della convivenza umana.

Del Medioevo vediamo, ovunque, nella nostra regione, tanti segni: primi fra tutti i castelli, che spesso sorgono in sequenza ravvicinata. Le vicende della nobiltà e dei suoi rapporti con gli altri uomini si possono leggere anche sulle pietre delle fortezze: i segni della protezione o, al contrario, della guerra, della violenza sui più deboli, delle prevaricazioni. Simboli viventi della civiltà e del suo contrario, i castelli riempiono ovunque la regione emiliana, in alcune sue zone si concentrano fittamente: Quattro Castella, Canossa, Rossena, Carpineti... Basta percorrere una strada e incontriamo questi e altri. Rispetto al passato, oggi vi è una sensibilità diffusa a vederli nella pienezza della loro storia, che non riguarda soltanto gli assedi e le sortite, ma anche il paesaggio che essi hanno costruito attorno, in loro funzione e in quella del borgo che spesso ne è sovrastato da vicino: campi, strade, ponti, guadi che portano alla loro volta, con le chiese che sono nate dentro e fuori; le maestà a ricordo di quelle scomparse o a segnare i luoghi di sosta quando il ritmo della quotidianità era incredibilmente più lento. Un ritmo a cui ci dobbiamo in certe occasioni riavvicinare, per conoscere tutta questa realtà e, attraverso la stessa, il nostro passato e il presente.

Lo studio dei monumenti, dei paesaggi, degli usi e costumi locali, delle parlate, necessita, inoltre, di sboccare nella comunicazione, deve essere tradotto, a vari livelli, in segni indicativi dei suoi contenuti, a iniziare dalle segnalazioni di percorsi e di quanto vi si può incontrare. Tante volte la città moderna, con i suoi alti e folti edifici delle vaste periferie, nasconde anche la vista delle cattedrali più imponenti ed è costruita in modo che risulta difficile rintracciarne l’ubicazione. Questo vale a maggior ragione per luoghi di culto di struttura inferiore, che possono essere individuati e visitati a gruppi su percorsi che offrano omogeneità di direzione e di oggetti da conoscere. Resuscitare la storia: questo è il senso di quanto andiamo scrivendo, e, insieme, ridare più sapore alla vita, riprenderci i nostri luoghi, indicarli a un turismo che spesso li cerca invano, diffondere, così, la conoscenza del passato e del filo lunghissimo che lo lega al presente, che di volta in volta può essersi incrinato ma mai rotto del tutto. Basta che ci guardiamo attorno con occhi nuovi, più attenti, più sereni.

Note

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

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