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Sono io la rondine bianca

Poesie di Isabella Leardini tratte da raccolte varie

Nata a Rimini nel 1978, Isabella Leardini ha al suo attivo una raccolta di poesie giunta alla quarta edizione (“La coinquilina scalza”) e la partecipazione a diverse antologie, non solo italiane. Alla ricerca in proprio affianca un’intensa attività come promotrice culturale con il festival “Parco Poesia” e il premio “Rimini per la poesia giovane”: www.parcopoesia.it.

Da piccola sbattevo le porte...
Quando sono diventata una che resta
seduta, che svuota le estati
a guardare la stanza dal balcone
per vedere se rientrando
neanche l’ultimo fantasma se n’è andato?
Ho un nuovo cane che dorme di fianco
ma tornano le stesse sere lunghe
le porte che sbattono addosso
senza la scossa accesa del fragore.
Bisogna avere la natura di chi resta
per saper tenere gli occhi sugli addii
che durano di più a farli da soli.
 
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Da quando ti ho incontrato ho ancora voglia
di appendere qualcosa ai muri
di risentirmi in pace coi miei muri
ma lungo il gesto breve, nell’esatto
modo di sistemare le candele
c’è già tutta l’attesa del tuo sguardo
e la vertigine veloce di stagioni
che passeranno prima che tu veda.
Anche così ci si alza e si vive
come svuotando e riempiendo la casa
non di sé ma dell’arrivo di qualcuno.
 
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E dicono che se ci sei anche tu
sembro meno nervosa...
È che mi togli i nervi e te ne vai.
So solo che la curva del tuo collo
è il posto più perfetto che ci sia
per questa fronte
e se mi abbracci è come entrare in casa
sapendo che non ci si può restare.
 
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Se rallento la rincorsa del respiro
sotto i giri delle mani
è perché tu non ti accorga che si spezza
e stendo sulle gambe le mie colpe
a dimenticare un poco...
Sempre come una sera a fine estate
torna il nostro brindisi lungo la vita
ormai non beviamo neanche
e lasciarti la mia fronte sulla spalla
è la calma che hanno a notte fonda i viali.
 
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Avrei voluto rimanerti in testa
come un motivo che ti prende dal mattino
o quelle frasi celebri dei film
che tornano ogni volta come un bene.
Ti ho dato il nome... mille te ne ho dati
eppure non accende le mie vene
sapere che lo porti, non mi sfama.
Tu resti come un segno lungo il muro
che torna fuori appena cade un quadro,
rappreso tra le pieghe delle mani.
E forse ti dovrò sempre portare
nell’aria che si alza dove passo.
 
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Con te sono rimasta sempre al vento
presa a un suono larghissimo di foglie
dentro la pace accesa degli inverni.
Finisce l’anno e sta per nevicare,
sono finiti sempre e ancora siamo
due voci appese male per cercarci.
Ma in fondo che cos’è la giovinezza,
cosa doveva essere oltre a questa
tremenda corsa in ciao sotto la pioggia
al vento… verso casa di qualcuno.

[da “La coinquilina scalza”, Milano, La Vita Felice, 2004]

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Tutti i miei anni identici li lascio
in fila nei cortili e sui balconi
come giocattoli che a fine pomeriggio
rimangono per prendersi la notte,
e passano i mattini ad asciugare
e perdono colore a poco a poco.
Ogni volta che mi fermo faccio casa
in ogni casa faccio i miei cortili
di roba abbandonata che rimane.
Ma forse si può vivere soltanto
in queste due nature senza pace
chi in ogni cosa abita e chi passa
da sempre, chi fa il vento e chi fa il muro.

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Sono preda dei giorni che verranno
dei volti che non torneranno più
ogni volta che il ridere si spegne.
Cosa sarà di noi... di tutti i fuochi
e di questo pregare in una pioggia
tremenda, da far stringere le mani
che chiuda e apra finestre estati inverni
e tutte le mie case, i miei balconi.
Che ci cadano addosso mille sere
come negli anni, una dentro l’altra.
Si muore un po’ per vivere più forte
se il tempo deve farsi un tempo solo
tutto pieno come un sasso che va a fondo.

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Il cane che ai miei piedi guarda l’alba
si prende il mio calore e chiude gli occhi.
Di nuovo sola fino a questa soglia.
I desideri fragili che allungano
le mani dell’estate sono ancora
nascosti come i nidi tra le foglie
sono rimasti in alto e senza voli.
Via dalle luci d’acqua e dai frastuoni
delle strade che filano sul mare
via dall’aria che prende alla schiena.
Ma noi restiamo qui come le radio
dimenticate accese in piena notte
come le insegne che hanno perso qualche luce
ma cercano lo stesso di brillare.
 
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Perfetti come il volo degli uccelli
lo ripetevo all’infinito nell’estate
così sarebbe stata una preghiera.

Pensavo che saremmo stati
perfetti come il volo degli uccelli
nei cerchi e nelle svolte del destino.
Io non volo e non mi poso
io non canto
se non posso avere te pesto la terra
come chi vive contro la natura.
Le rondini non sanno partire
sono le figlie pazze del freddo
e forse stanno qui da qualche parte
continuano a ripetere che questo
è il loro autunno radioso d’aria
mentre le prende piano la neve.

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Sono io la rondine bianca
la perfezione dello scherzo di natura
che non si vede finché non si posa
l’eccezione che sparisce contro il cielo
dentro la frenesia di tutti i voli.
Nessuno la crede capace
di arrivare dove tutte vanno
nessuno ferma il suo impazzire chiaro.
Sembrava solo quella che s’illude
l’intrusa scappata da un balcone
che non tocca la fine del mare.
Guardate come compie il suo cerchio
senza il marchio della disperazione
la rondine passata nell’inverno
quella che può resistere alla neve
che dorme bianca vicino a te.

[da “Una stagione d’aria” in “Nuovi poeti italiani 6”, a cura di Giovanna Rosadini, Torino, Einaudi, 2012]

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Alessia Del Bianco

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