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Lo stato di ebbrezza

Testo tratto dal romanzo omonimo di Valerio Varesi (Milano, Frassinelli, 2015)

Dopo La sentenza e Il rivoluzionario, lo scrittore e giornalista Valerio Varesi conclude la trilogia che tratteggia l’involuzione morale del nostro paese dalla Resistenza a oggi. Quest’ultimo capitolo, da cui abbiamo scelto alcune delle pagine iniziali, comincia negli anni Ottanta per scivolare fino allo “stato di ebbrezza” finale, culminato nelle vicende di “Silvio & Ruby”.

Di com’era cambiato tutto m’ero accorto il giorno che mi spedirono a intervistare un assessore socialista, un uomo corpulento dallo sguardo torbido. Gli ero capitato davanti nel bel mezzo di una buriana con non so chi, una vera pièce di melodramma politico amministrativo, la liturgia quotidiana dell’intrallazzo, dell’affaruccio che si aggiusta piroettando a schivar le regole come le buche. Per un quarto d’ora smaneggiò le carte cincischiandole sul tavolo, sbattendole neanche fossero bistecche, afferrando il telefono impartendo ordini perentori a una specie di perpetua secca di segretaria che di tanto in tanto entrava con una faccia da funerale a porgergli altre carte. Se n’erano accumulate cataste da oscurare il lume. Ci avremmo potuto allestire il falò di carnevale tante ne aveva davanti. Nella foga di cercare mostrava qualcosa di ladresco. Scompaginava risme intere sfarfallando fogli per la stanza, strappava gli elastici delle carpette come un amante focoso, lacerava buste infilzandole con lo stiletto che pareva in duello. Mi aspettavo che la rabbia giungesse allo Zenith in quello scempio di cancelleria. Doveva pur sfogarsi il temporale che da tempo gli borbogliava nel gozzo! Ma improvvisamente quello mi si ammoscia davanti ricadendo sulla sedia con un ghigno soddisfatto e la loffia dell’imbottitura compressa dalle chiappe. Sembrava avesse trovato l’oro. Si mise a strillare come un maiale uncinato: si gloriava di aver incastrato, fregato, fottuto qualcuno che non mi era dato conoscere. E in quel crescendo di carinerie s’era fatto rosso più di un tacchino tossicchiando le parole, gesticolando come stesse dirigendo l’orchestra dell’imbroglio.

In chiusura d’atto, quasi a voler stupire un’immaginaria platea, s’era incastrato la cornetta tra spalla e orecchio per aver entrambe le mani libere così da alzarle simmetricamente con pollice e indice divaricati a compasso: “Gli faremo un culo così!”. Il diametro era quello di un gasdotto, ma lui avrebbe voluto fosse un Frejus o un Monginevro tanto s’era incattivito. Il fantasma del malcapitato aleggiò a lungo nello studio, quando si ricordò di avermi di fronte. Si percepiva un pigolio dalla cornetta simile a un lamento, forse un estremo invito alla moderazione. Mi lanciò un’occhiata di fastidio, in tralice come per prendere la mira. Dovevo apparirgli un grosso impiccio. Si agitava ascoltando la giaculatoria di cui mi arrivava niente più che un ronzio. Sembrava seduto su dei cocci di vetro tanto prillava, che nemmeno con le emorroidi e il colon infiammato! Doveva essere prossima un’altra eruzione con quella premessa tellurica. Il viso s’era trasfigurato nell’ira, una maschera drammatica che da un momento all’altro sarebbe esplosa lasciando traboccare tutto quel delizioso mosto che andava vendemmiando. Ne doveva aver dentro una cisterna.

“I comunisti… i comunisti…” s’era messo a ripetere a velocità crescente. S’ingozzava d’odio, ingolfandosi d’improperi e di saliva fino agli stranguglioni, che alla fine di quel collasso vocale, gli era uscita un’ecolalia fastidiosa, un verso di faraona, ridicolo quanto una clamorosa stecca di tenore. S’era come preso in giro da sé, l’assessore. Di fronte a me, il suo unico pubblico. Per recuperare un’unghia di contegno, s’impettì in una sorta di presentat arm e berciò nella cornetta: “Oggi non bastano le idee, non abbiamo mai vinto con quelle: oggi si vince di prepotenza!”.

Me lo ricordo ancora quel momento, la mimica rabbiosa e il compiacimento folle. Qualche volta è da così poco che si capisce il tutto! È lì che ho compreso che razza di ghenga fossero questi nuovi socialisti. Divertenti nella loro canaglieria. Così spudorati da risultare persino simpatici. Sfrontati nel culto dell’eccesso privo d’imbarazzi. Per nulla ipocriti come la truppa democristiana di mezzi preti odorosi di candele e devozione. Si erano preparati bene a partire da quel 15 luglio del ’76 al Midas. Che strage di vecchie glorie! De Martino, Lombardi e il veterano Nenni, tutti giù come birilli. S’era impalcato sull’imperiale del glorioso partito un quarantenne che parlava più col silenzio che con le parole. Gli era bastato scatenare una congiura interna: la specialità della casa.

Dura minga! Dicevano. Ci han provato a disarcionarlo. La facevano facile. Due giorni dopo c’era già imbullonato alla sella. C’è rimasto per quasi vent’anni. È destino che tutto in Italia duri vent’anni: Mussolini, Craxi, Berlusconi e via a precipizio nel tubo fin dentro la fogna. L’avevo capito lì che il mondo stava cambiando, che tutto si stava inzaccherando e a forza di schizzi non avremmo più visto che una belletta lurida colarci dagli occhi.

Per fortuna avevo mia madre. Mio padre no. Lui se n’era andato nel sole di una domenica di primavera sulla via Ferrarese a due passi da casa. Aveva la passione della moto, quel satanasso! E spericolato pure. Di quei suoi ordigni ricordo solo il rumore e la puzza. Spetazzava in cortile a tutto scarico dandoci dentro con la manetta prima di congedarsi con una raffica di scoppi che lo si sentiva ancora all’Ippodromo, là dove la città si perde nelle nebbie della Bassa. Mia madre, a ogni partenza, si segnava davanti ai suoi sghignazzi. Lui si divertiva a spaventarla con gli scongiuri. Be’, il destino è una palla di biliardo e non sai mai dove incoccia. Un mattino festivo toccò a mio padre all’ora dell’ultima Messa. Non ci fu scampo. Penso che se ne sia andato con uno di quei suoi sghignazzi. Non li avrebbe risparmiati nemmeno alla morte se ne avesse avuto il tempo.

A mia madre non era mai mancata la prudenza e da quel fatto divenne ancor più guardinga. Dalle insidie quotidiane sapeva ben guardarsi, ma quel che temeva erano le imboscate del destino. Lì, diceva, c’era solo da raccomandarsi a Dio. Era una delle ragioni della sua devozione, assieme a quella forma di arrendevolezza che fa scegliere sempre ciò che è più consolidato. Veniva da una famiglia contadina benestante da cui aveva ereditato il senso pratico e un micragnoso cinismo. Cercò di trasmettermelo viste le circostanze: ero pur sempre un orfano. Con gli anni riuscì a farmi derubricare in rispetto quella che era stata l’ammirazione per mio padre, la sua moto e quell’idea d’invincibile guascone. Che poi, invincibile, non lo era affatto.

Avevamo di che vivere malgrado tutto. Potei crescere con una certa serenità benché mi sentissi monco. Ebbi sempre la sensazione di una mancanza: era tutta l’eredità del mio genitore. Ma forse proprio quell’amputazione mi spinse a correre irrequieto su e giù per l’Italia fino alla noia della ripetizione. E se uno corre, c’è sempre una paura che lo spinge. Mia madre fu più abile di un fattore ad amministrare le nostre sostanze. Sempre a galoppare per mercati con in testa tutti i prezzi meglio di un mercuriale, a contrattare panni per l’inverno, le scarpe alte per la prima neve, il cappotto due misure in più, che possa andar bene anche l’anno prossimo. Sono un’industria certe donne. L’hanno inventata loro la cucina povera prima che gliela rubassero quei tangheri dei cuochi da rivista. Ti facevano le nozze coi fichi secchi o un pranzo di gala con pane e cipolla se glielo chiedevi.

Grazie a tutto questo ho potuto frequentare il “Galvani” che a Bologna è il liceo dei fighetti. Non che mi piacesse granché quell’ambiente di signorini e quel vecchiume di professori che entravi fresco al ginnasio e uscivi dal liceo con la muffa. Ma ci aveva pensato l’euforia del Sessantotto a tenerci svegli. Mi diplomai giusto in tempo per infilarmi nei primi corsi del Dams proprio allora all’esordio accademico. Era l’autunno del ’70 e fu la prima volta che disobbedii a mia madre. Anch’io rivendicavo la mia parte di contestazione. Non sapevo dove andassi a parare con quegli studi, ma so che era una gran cuccagna. C’era un mucchio di gente strana che passava la maggior parte del tempo a strimpellare, farsi delle canne e riempirsi la testa di parole. Dopo ‘fascista’, l’accusa più infamante era ‘piccolo borghese’. Voleva dire essere un pidocchio, uno scarafaggio e via con tutto il catalogo dell’entomologia più ignobile.

Il guaio è che io, piccolo borghese, un po’ mi sentivo per com’era casa mia. A partire da un universo di certezze fatte apposta per aggrapparcisi quando si ha solo una piccola solidità. Ogni tipo di disciplina per la sopravvivenza deve dare per scontato qualcosa, vera o falsa che sia. Così mi trascinavo per assemblee con quel mio fardello cercando di dissimulare. Avrei voluto liberarmene, ma intuivo che mi sarei scoperto nudo. Sicché combattevo tra la voglia di essere come gli altri e la paura che mi restasse la cicatrice dopo il taglio netto con ciò che ero. Non me ne accorgevo pienamente, ma fin da allora recitavo la parte del movimentista senza esserlo. Una forma di bigottismo alla rovescia. Comunque, ero pienamente in linea con la strada presa: non a caso il mio indirizzo era ‘arte e spettacolo’. Lo spettacolo ero io con la mia commediola.

Mia madre era di continuo lì a ricordarmi la durezza della vita considerando con immutato scetticismo l’avvicinarsi di una laurea così strampalata. Mi rammentava sempre “l’indomani” con la sua atavica paura dello sfracello, della fame e della rovina. Anche a novant’anni non la finiva più di pensare al dopo, come se ci fosse un dopo al di là del conteggio dei giorni con il loro girare scandito dal suono della pendola. Si credeva immortale. Tutta quella generazione si credeva così. Avevano la convinzione che i loro lombi replicassero la stessa carne a cui passare la roba, la memoria e tutto il resto. È con queste illusioni che si può pensare di costruire un paese. È quando uno comincia a vivere solo per sé che tutto si sfascia.

In ogni caso me la godevo. C’erano ragazze, qualche soldo e belle speranze nella misura giusta per riempirmi l’esistenza. E poi il Dams era tutto nuovo come il west dei fumetti e un’intera nidiata di ventenni si sentiva pioniera. Tra quelle pareti bianche, ci sembrava di stare in un set cinematografico tanto tutto appariva lieve e facile dentro quella nube di euforia. Finii nel ’75, l’anno dei trionfo elettorale del Pci di Berlinguer. Con molti altri sognai l’avvento di un mondo nuovo. Nessuno di noi capì in tempo, che è nella pienezza della vittoria che inizia la decadenza. Infatti cominciammo presto ad aver le rughe. Non per le bombe statali nelle piazze, né per i deliri terroristici, ma per cedimento del nostro scheletro. L’idolatria delle merci, di cui avevamo a lungo discusso nelle assemblee strusciandoci sulla barba di Carlo Marx, ci aveva preso un po’ tutti. Ci avevano fregato col vecchio trucco del cavallo di Troia. Avevamo cominciato a vivere ciascuno per sé. Piccolo borghese continuò a essere un insulto, ma a vergognarsene, fra noi, erano sempre meno.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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