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Una storia nella Storia

Testo di Gilberto Salmoni tratto dal libro omonimo (sottotitolo “Ricordi e riflessioni di un testimone di Fossoli e Buchenwald”, a cura di Anna Maria Ori, Torino, EGA, 2005)

In vista del Giorno della Memoria, vi proponiamo un frammento della testimonianza di Gilberto Salmoni: poco più che adolescente, fu catturato con la sua famiglia dai militi repubblichini e deportato dai nazisti, prima a Fossoli poi a Buchenwald. Madre, padre e sorella vennero uccisi ad Auschwitz. Lui e suo fratello si salvarono. La sua storia è raccolta in uno dei quaderni pubblicati dalla Fondazione ex Campo Fossoli di Carpi.

La situazione di laboratorio differisce da quella della vita normale per il fatto che i soggetti o gli oggetti della sperimentazione sono posti in condizioni ben definite e accuratamente controllate. In genere è un ricercatore che crea le condizioni di laboratorio, formula delle ipotesi e le verifica. Per le sperimentazioni sul comportamento di creature viventi i ricercatori di solito ricorrono ad animali.
Nel caso dei lager le SS avevano pensato agli internati solo per le sperimentazioni di carattere medico, non psicologico. La psicologia, tra l’altro, fortemente influenzata dall’ebreo Sigmund Freud, era guardata con sospetto e non considerata.
Le SS nei lager crearono per i detenuti una situazione particolare, non per effettuare una sperimentazione ma soltanto per raggiungere determinati obiettivi fissati dai loro capi, quali “la soluzione finale” per gli ebrei e l’incatenamento, l’avvilimento, la morte degli avversari per i deportati politici, salvo un breve periodo di sfruttamento delle loro forze per lavori utili al Terzo Reich.
Per raggiungere questi risultati tenevano sotto controllo molte cose. Tra queste, i luoghi di detenzione, la spogliazione totale dei detenuti, le modalità di assassinio, l’alimentazione, l’abbigliamento, la disciplina, il rendimento sul lavoro, l’ubbidienza, l’assenza di fughe, l’eliminazione dei cadaveri.
Quello che passava nella mente dei deportati, la modificazione del loro modo di pensare, non interessava per niente alle SS, non faceva parte di una valutazione dell’efficacia del loro agire. La modificazione del modo di pensare degli internati non interessava, in quei momenti, neppure agli stessi internati. La modificazione avveniva senza essere percepita. Non in tutti, però, avveniva allo stesso modo, perché il lavoro assegnato, i compagni del blocco dove si dormiva, il fisico robusto o meno, l’assenza o meno di malattie costituivano variabili importanti.

La popolazione del campo principale di Buchenwald era costituita da soli uomini, tutti vestiti allo stesso modo, sottonutriti e stremati dal lavoro. Non ho mai sentito parlare direttamente o indirettamente di stimolo sessuale; erano visibilmente assenti i motivi di competizione della vita normale. In generale la ricerca di un lavoro più gratificante, di un alloggio migliore, di un abbigliamento più elegante non esistevano e non potevano esistere.
Per quanto riguarda la modificazione della mente e del corpo, si può dire che comuni erano l’abitudine al maltrattamento, alla disumanità, al fumo del crematorio, alla continua vicinanza della morte; comune era l’adattamento al freddo, alla fame, al lavoro forzato.
In queste situazioni chi aveva la sorte di deperire in misura grave probabilmente si lasciava andare come foglia al vento. È un’esperienza che, fortunatamente, non ho vissuto. Così come non ho vissuto, né potuto sperimentare o vedere l’atteggiamento di altri che, assegnati a un ruolo di responsabilità o di comando, potevano agire con crudeltà verso i compagni.
Chi, come me, aveva un fisico in grado di reggere la fatica ancora per un po’, cercava un contatto con gli altri, un’amicizia, un reciproco aiuto, una solidarietà.
[...]

Con eccezione della classe privilegiata dei Prominenten [i prigionieri politici che facevano parte dell’organizzazione clandestina], per la maggior parte degli internati la situazione di laboratorio fu operante al cento per cento, con la parificazione dell’abbigliamento, dell’alimentazione, delle chiamate giornaliere per i trasporti nei campi satelliti, dell’aleatorietà e ingovernabilità della propria situazione. Ne risultava che la personalità di ognuno non era camuffata o alterata dall’appartenenza a una certa classe sociale, dall’istruzione più elevata, da un abbigliamento ricercato, da un linguaggio più preciso e grammaticalmente corretto. La personalità di ognuno era nuda ed era frutto del profondo di ognuno. La ricerca del contatto o il rinchiudersi in se stessi, l’essere meschini o generosi, l’egoismo o l’altruismo erano evidenti, non potevano essere celati.
Per me, e penso per molti, gli aspetti più positivi che altri mostravano erano un incitamento all’emulazione, il sentirsi parte di una popolazione ideale di persone considerate limpide, generose. Non sorgeva il sospetto di un comportamento, di un’azione, per secondi fini. Personalmente non vedevo tracce di atteggiamenti subdoli, tortuosi. Allora non mi sarebbe venuto in mente di cercarli. Ritengo che difficilmente fossero possibili perché la situazione non li permetteva.

Avere vissuto quest’esperienza, oggi è fortemente penalizzante. Attribuisco a questa chiarezza di intenti e di atteggiamenti buona parte delle motivazioni che hanno spinto alcuni ex deportati al suicidio. Coloro che maggiormente si sono battuti per far conoscere ciò che accadde lassù, con l’intento di contribuire alla creazione di un mondo migliore, sono quelli che hanno provato la delusione più devastante.
Cessato il primo periodo di entusiasmo e di speranza dell’immediato dopoguerra, fu giocoforza accorgersi che il “mondo migliore” tardava a venire, per poi prendere coscienza che non sarebbe mai arrivato. Fu una grande sofferenza per tutti noi constatare che quanto raccontavano i testimoni dei campi di sterminio era messo in dubbio, parzialmente o totalmente. E se lo era per noi che non ci eravamo “spesi” direttamente, quanto più grande fu quella di chi si era battuto per far sapere, testimoniare, scrivere.
Ancora peggio fu constatare che quelli che si riteneva fossero dalla nostra parte, si agitavano, si scontravano, si ostacolavano per difendere interessi particolari, per spirito di gruppo, per vanità, per un presunto prestigio personale.
È stata una forte delusione, che ha colpito anche me. È stato un cammino lentissimo e faticoso dover riconoscere che quella del campo non era la vita vera, era un’esperienza di laboratorio non riproducibile, alla quale avevo partecipato per caso.
È stato duro constatare che la vita vera è torbida, che gli uomini veri, spesso, non sono chiari neppure con se stessi.

[...]

Nel corso della stesura di queste pagine mi sono reso conto che l’esperienza della deportazione ha inciso su di me più di quanto pensassi.
È stata un’occasione per ripercorrere molti sentieri, guardandoli da punti di vista diversi e nuovi. Inoltre, fino a un passato anche prossimo, ho cercato di non oltrepassare certi confini, cercando di non toccare i punti più dolorosi dell’esperienza degli anni di prigionia.
Perdere mamma e papà, la sorella, il nonno, morti quando avevano un’età che avrebbe permesso loro di raccontarmi e insegnarmi ancora tante cose, è stato ed è molto doloroso. È stato un lutto troppo forte e non ho potuto che alleggerirne il peso, considerandolo come una fatalità prevedibile e ineluttabile, dato il momento storico dominato dalla follia nazista.
Ho deciso di continuare a vivere.
Al lettore queste considerazioni possono sembrare questioni personali e, in effetti, lo sono. Il fatto è che questo testo non è soltanto la testimonianza di un periodo di dura prigionia ma anche il racconto delle ombre di tristezza e delle luci di chiarezza che quel periodo ha proiettato su tutta la mia vita. Una vita che mi ha dato molti dolori, che mi ha dato e continua a darmi non poche delusioni, ma mi ha dato anche molte gioie.
Amo la città dove vivo, il paesaggio che mi circonda, le persone che mi sono più vicine. Mi sento ancora giovane, godo ancora bellissimi momenti. Vorrei conservare il ricordo della costa ligure, delle persone alle quali voglio bene, dei miei figli, dei miei nipoti anche quando riposerò sotto una zolla di terra.
Ho conosciuto persone che in periodi vari mi sono state vicine e mi hanno rallegrato la vita. La mia vita affettiva è stata intensa, anche se non sempre felice. Anche questo è stato per me una scuola. Ho imparato che certi contrasti, certe difficoltà sono occasioni per conoscere punti di vista diversi, obiettivi diversi, caratteri diversi; sono stati e sono tuttora spunti per studiare, per approfondire, per capire; sono stati motivo di arricchimento, di crescita, di evoluzione. E l’evoluzione è una delle più importanti componenti della vita.
Il mondo delle persone che mi sono vicine è il mio confine sicuro, all’interno del quale vedo trasparenza e sincerità. Entro quel confine possono esserci contrasti e difficoltà, non imbrogli o inganni.
[...]

Chi ha combattuto nella Resistenza, chi ha sofferto la deportazione si aspettava un mondo migliore. È vero, le dittature naziste e fasciste, e poi anche quelle comuniste, sono state sconfitte e la società di oggi è migliore. Ma ci si aspettava molto di più.
L’errore di molti, e anche il mio, è stato credere nel sole dell’avvenire, nell’“internazionale futura umanità”. Era bello e affascinante ma utopistico.
Si pensava di risolvere e pacificare tutto e tutti con i lavoratori al governo e con un’equa distribuzione delle ricchezze. Questo presupponeva che l’umanità fosse fatta da individui di buona volontà, pacifici e disposti alla collaborazione e all’altruismo. Possiamo tutti verificare ogni giorno quanto, invece, nell’umanità siano forti l’aggressività, la violenza, la sete di potere, l’intolleranza.
E purtroppo la violenza, i crimini, le imprese degli ambiziosi e dei protervi hanno molta visibilità, diffusione e anche seguito, più di quanto non ne abbiano le azioni degli umili, dei pacifici, degli indifesi.
[...]
Da piccolo uomo controbatto queste considerazioni deprimenti con una riflessione sulla mia esperienza di deportato che mi offre uno spunto di ottimismo: non sono scampato dal lager solo in virtù di circostanze favorevoli ma soprattutto perché colui che aveva creato i lager, che credeva di avere in mano le sorti del mondo e di avere una potenza invincibile, ha fatto molti errori.
Questi errori dei potenti, dei momentanei vincitori, nella storia si sono ripetuti più volte e hanno determinato la loro ingloriosa fine.
Questo mi incoraggia ad avere ancora un filo di speranza, che cerco di irradiare sia pure con questa mia povera lampada dal potere non eccezionale.
Allora trovo ancora in me l’energia per invitare giovani e meno giovani a non avere paura delle diversità, a non tenerle lontane, confinandosi nella propria immutabile e ristretta capanna di selvaggio, o residenza di provincialotto, con il fucile al piede e la pistola pronta a sparare.

Quasi novantenne, Gilberto Salmoni vive a Genova, dove rappresenta l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti.
Il libro da cui è tratto il brano è stato ripubblicato, con prefazione di Marco Doria, da
Fratelli Frilli Editori, che ha dato alle stampe, dello stesso autore, anche “Buchenwald. Una storia da scoprire”.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli

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