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Storia sociale della bicicletta

Testo tratto dal libro omonimo di Stefano Pivato (Bologna, il Mulino, 2019)

Facendo scorrere all’indietro le ruote di una bicicletta si può scrivere a ritroso la storia del nostro Paese, ed è quello che fa lo storico Stefano Pivato nel libro in cui riguarda gli ultimi 150 anni di vicende italiane dal punto di vista che si ha pedalando, dalla comparsa del velocipede alla diffusione del bike sharing. Vi proponiamo le pagine in cui si sofferma sui rapporti tra musica e ciclismo, ringraziando per la lettura Francesco Angelelli e l’associazione “Legg’io”.

Se l’ironia e il calembour costituiscono alcuni dei filoni più percorsi della narrazione sul mondo delle due ruote e dei suoi protagonisti è però vero che nessuno sport può vantare l’attenzione che la canzone d’autore ha dedicato al ciclismo. Il motivo va probabilmente ricercato nella particolare capacità che esso riveste nel rievocare periodi d’antan. La bicicletta accompagna la modernità del Ventesimo secolo fino alle soglie del boom economico: quello che all’inizio del Novecento è considerato il «mezzo meccanico» per antonomasia viene via via soppiantato dalle automobili e dalle autostrade. Dino Buzzati, congedandosi dal Giro d’Italia che aveva seguito come cronista nel 1949 per il «Corriere della Sera», sostiene che il Giro rappresenta «una delle ultime cittadelle della fantasia, un caposaldo del romanticismo, assediato dalle squallide forze del progresso, e che rifiuta di arrendersi».1
La bicicletta ricorda fatiche che ben si prestano a rievocare il romanzo popolare dell’Italia che fu. Significativamente l’articolo di Buzzati si intitola Non tramonterà mai la fiaba della bicicletta e sembra anticipare alcuni versi che parecchi anni dopo Paolo Conte inserirà in Velocità silenziosa: «Una bici si declama. / Come una poesia, / per volare via».
Più rumorosa è invece la velocità che Conte rievoca in Diavolo rosso, che ha per protagonista Giovanni Gerbi, uno dei pionieri del ciclismo italiano d’inizio Novecento. Astigiano come il cantautore, Gerbi vince una Milano-Torino e si aggiudica, nel 1905, la prima edizione del Giro di Lombardia. Leggenda vuole che il nomignolo di «Diavolo rosso» gli sia stato attribuito da un parroco perché il ciclista interruppe una processione sfrecciando a tutta velocità tra i fedeli seminando il panico.
Nella canzone di Conte il Diavolo rosso rompe la monotonia di una provincia dai ritmi lenti e dai retaggi arcaici. La velocità diviene in definitiva la metafora di un mondo destinato, di lì a breve, a cambiare marcia. Di qui l’invito che Conte rivolge al ciclista a fermare il tempo: «Diavolo rosso dimentica la strada / vieni qui con noi a bere un’aranciata / contro luce tutto il tempo se ne va».

Ma Conte non è l’unico autore ad avere cantato la bicicletta. Nel 1985 Gino Paoli dedica a Coppi la canzone omonima, invero non memorabile, di «un omino con le ruote contro tutto il mondo, un omino con le ruote contro l’Isoard». Nel 1993 Francesco De Gregori con Il bandito e il campione rievoca la storia dell’amicizia fra Girardengo e il bandito Sante Pollastri, «il Robin Hood di Novi Ligure».2
In questo panorama, a rendere particolari le canzoni di Conte sono le atmosfere che il cantautore astigiano rievoca: il passato entra nella canzone non solo attraverso le descrizioni degli avvenimenti politici, delle illusioni e delle speranze frustrate, ma anche grazie al clima di emozioni e modi di pensare diffusi nell’Italia fra gli anni Quaranta e Cinquanta. Esemplari in questo senso alcuni motivi nei quali, a giudizio di Giovanni Raboni, Conte rievoca «ogni minima traccia di storia».3
Il clima dell’Italia dell’immediato dopoguerra lo si ritrova in La topolino amaranto i cui passeggeri condividono un’esperienza che inizia nell’estate del «quarantasei» e che lascia trasparire le rovine della guerra:

Bionda non guardar dal finestrino
Che c’è un paesaggio che non va
È appena finito il temporale
E sei case sui dieci sono andate giù.

Si tratta di un viaggio in un’Italia nella quale «Oggi la benzina è rincarata / Un litro vale un chilo di insalata / Ma chi rinuncia! A piedi chi va! / L’auto che comodità!». Ma se sulla Topolino Conte ricorda le distruzioni e la borsa nera è con la bicicletta che il cantautore sollecita l’immaginazione degli italiani.
Probabilmente a nessun campione sportivo è stato mai dedicato un motivo talmente significativo da essere annoverato fra le migliori canzoni italiane del Novecento: Bartali. Il brano esce nel 1979 all’interno dell’album Un gelato al limon ed è interpretato, oltre che dallo stesso Conte, in quell’occasione definito «il maggior genio poetico della canzone italiana»,4 da Bruno Lauzi ed Enzo Jannacci.

Al di là di un uso estremamente creativo della lingua, nella quale suggestioni futuriste («zazzarazzà») e richiami onomatopeici («E anche il rumore che fa il cellophane») si mescolano a figure retoriche («quel naso triste come una salita»), quello che conta sottolineare è l’atmosfera che avvolge lo spettatore esterno attraverso il tifoso seduto in cima a un paracarro che si gode il passaggio della corsa («Tra una moto e l’altra c’è un gran silenzio / Che descriverti non saprei») annusando quell’odore caratteristico che gli pneumatici dei ciclisti mandano nell’aria facendo scorrere le ruote sull’asfalto surriscaldato dal sole («in questo giorno appiccicoso di caucciù»).
È un ciclismo antico quello raccontato attraverso i «giornali che svolazzano», i fogli che i ciclisti si mettevano sotto le maglie per proteggersi dal freddo durante le discese.
Più volte è annunciato come imminente il suo arrivo ma Bartali, come in certi romanzi di Dino Buzzati, è all’orizzonte, non compare mai. Il campione toscano incarna infatti la metafora di un tempo andato che rischia di essere sovrastato dalla modernità.
All’uscita della canzone i critici sottolineano che Conte, con quei versi, punta «sull’irrazionale, sull’emozionale a oltranza».5 In realtà il cantautore descrive due tipi di sentimenti: nel primo lo spettatore, dopo avere corteggiato la fidanzata con il mazzo di rose, rifiuta di accompagnarla al cinema e preferisce attendere l’arrivo di Bartali: «E tu mi fai, dobbiamo andare al cine / E vai al cine, vacci tu».
Insomma, quella per Bartali è una passione totale al punto da sovrastare gli affetti amorosi. La sua figura è capace di suscitare anche sentimenti di carattere politico; nei versi, come nella realtà del resto, il ciclista testimonia la fierezza del riscatto nazionale: il campione del pedale che va in terra di Francia a vincere il Tour del 1948 rivendica un orgoglio piegato dalle ferite della guerra («e i francesi ci rispettano / che le balle ancora gli girano»).
Difficile dire se Conte in quei versi alluda alla vittoria di Bartali al Tour del 1948, oppure a quello di due anni successivi. Nel 1950 infatti, nel corso della dodicesima tappa, da Saint-Gaudens a Perpignan, con Fiorenzo Magni che indossa la maglia gialla, la squadra italiana si ritira, su insistenza dello stesso Bartali, che sostiene di essere stato aggredito e malmenato da una folla «impazzita» che «lanciava sassi, bastoni, cocci di bottiglia».6
Quell’episodio è comunque indicativo del clima che suscita una corsa a tappe come il Tour allorché a scontrarsi non sono solo ciclisti di varie nazionalità, ma fervori e ideali che quei campioni rappresentano per la maglia che indossano: in quegli anni, oltretutto, la corsa a tappe francese si disputa per squadre nazionali e i ciclisti italiani vestono la maglia azzurra.
Dopo che Bartali si era aggiudicato il Tour del 1948 e Coppi quello del 1949 gli italiani rischiano di vincere con Magni il terzo Tour consecutivo. Forse proprio per questo i tifosi francesi «si incazzano». E, come hanno osservato i critici, Conte «attinge a un momento di fierezza italiana contrapposta allo stato d’animo di cattivo umore dei cugini d’Oltralpe, avvezzi a prendersi sempre seriamente con pervicace spirito cartesiano».7

Note
1
. Ora in Dino Buzzati al Giro d’Italia, a cura di C. Marabini, Milano, Mondadori, 1981.
2. M. Ventura, Il campione e il bandito. La vera storia di Costante Girardengo e Sante Pollastri, Milano, Il Saggiatore, 2006. Sul tema si ved anche: anche J. Foot, Pedalare!. La grande avventura del ciclismo italiano, Milano, Rizzoli, 2011, pp. 58-59.
3. G. Raboni, Perché amo tanto le canzoni di Paolo Conte?, in Conte. 60 anni da poeta, a cura di E. De Angelis, Padova, Franco Muzzio Editore, 1989, p. 181.
4. M. Luzzatto Fegiz, Il geniale limone di Conte, in «Corriere della Sera», 26 giugno 1979.
5. M. Luzzatto Fegiz, Una sorpresa. Paolo Conte suona con Jannacci, in «Corriere della Sera», 14 ottobre 1979.
6. G. Bartali, Tutto sbagliato tutto da rifare, a cura di P. Ricci, Milano, Mondadori, 1979, p. 190.
7. P. Pinto, Paolo Conte. Ricordo di Francia, Milano, Auditorium, 2017, p. 19.

Note

A cura di Vittorio Ferorelli (Istituto Beni Culturali Regione Emilia-Romagna). Lettura di Francesco Angelelli (associazione "Legg'io")