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1 Ottobre 2009 | Racconti d'autore

Strada Provinciale Tre

di Simona Vinci, Einaudi, 2007.
Seconda puntata

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Mascia Foschi

1 ottobre 2009

In tempi come i nostri di crisi economica, di degrado ambientale e di mutazione antropologica del “paesaggio umano”, il libro di Simona Vinci che vi proponiamo è un pugno nello stomaco che ci aiuta ad affrontare le nuove realtà. C’è una frase molto illuminante: “Nessuno si vergogna più di essere ignorante, maleducato, cattivo, di essere mediocre, stupido, di essere crudele, incapace di pietà. Nessuna di queste cose fa vergognare. Solo essere poveri. La povertà è la cosa peggiore che possa capitarti”. L’unico metro per misurare un essere umano sono i suoi soldi, da quelli consegue tutto il resto. Come la storia che la Vinci racconta in questo bellissimo romanzo.

C’è una donna che corre lungo la Strada Provinciale 3 che collega Modena a Ravenna. Sola, con un zainetto sulle  spalle, calpesta “l’asfalto crepato e ruvido, pieno di mozziconi di sigarette  preservativi, piume d’uccello, chiodi, bulloni”; ai bordi della strada, le fabbriche e i camion che sfrecciano feroci. Una donna che fugge e che, dentro di sé, deve trovare ragione della sua fuga. Il fuori di sé è altrettanta malattia. Gas, immondizia, macchine, TIR. Luoghi inquinati. Un paesaggio scompaginato e desolante dove Vera, la protagonista, incontra altrettanta gente ‘inquinata’, ammalata di spavento e di solitudine, di indifferenza. L’anziano Mario, in pensione, che aggiusta vecchie radio, la donna al semaforo che attende le monete, il camionista ucraino Dimà, unico sopravvissuto a un incendio  familiare voluto dalla madre, nel quale sono morte le sue sorelle. I tre personaggi si ritroveranno insieme nella casa del vecchio Mario, uniti, pur nella diversità, da un destino comune: sono  persone  sconfitte, povere, sole,  sono i nuovi “ vinti” di una società che non ha tempo, né voglia, di badare a chi non è dentro il gioco del successo e del denaro. 

Simona Vinci è nata a Milano nel 1970. Vive a Budrio, in provincia di Bologna. Laureata in Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Bologna con una tesi intitolata Una scrittura del paesaggio. Il suo primo romanzo, Dei bambini non si sa niente (Einaudi – Stile libero, 1997) ha suscitato diverse polemiche, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica ed è stato tradotto in quindici paesi, tra i quali gli Stati Uniti, il Giappone e la Cina. Sempre per Einaudi sono usciti la raccolta di racconti In tutti i sensi come l’amore (Stile libero, 1999) e i romanzi Come prima delle madri (Supercoralli, 2003), Brother and Sister (Stile libero, 2004) e Stanza 411 (Stile libero/Big, 2006). Nel 2007 ha pubblicato Rovina, nel 2008 Nel bianco e, infine, Suino pesante padano nella raccolta di racconti gialli Il gusto del delitto, Leonardo Publishing.

Strada Provinciale 3
Capitolo Cinque

A un incrocio dopo chilometri di campagna vuota, un grumo di case rosa. Un paese. Il che vuol dire un negozio di alimentari, un ufficio postale, forse una banca, un bar.

Dimà mette la freccia, parcheggia il camion lungo la strada, di bar ce ne sono due, uno di fianco all’altro, e ii mezzo ci passa la strada, a separarli: a destra il bar Jolly tavolini neri e qualche vecchio che gioca a carte, a sinistra il bar Patrizia, tende rosse e tavolini verdi, più movimento, gente più giovane. Un cartello scritto a pennarello rosso dice IL BAR PATTY HA RIAPERTO OGGI!!! Dimà gira ancora una volta la testa da una parte e dall’altra, indeciso, poi guarda Vera, ha gli occhi fissi sulla piazzetta dove qualche anziano sta seduto sulle panchine all’ombra dei tigli a guardare la strada.

Tu vuole caffè?

No. Sto bene cosí. Ti aspetto qui.

Gli anziani seduti su quelle panchine sono cosí immobili che Vera si domanda se per caso non siano di cartapesta, o di plastica, messi lì per dare l’illusione della vita a quelli che passano e non si fermano.

Ha scelto il Jolly, non sa neanche bene perché. La barista gli sorride, prepara il piattino, il bicchiere d’acqua e gli mette davanti un ovetto di cioccolata. Dimà la guarda in silenzio, senza ringraziare, è una donna sui cinquanta, bruna, magra, curata, tanti anelli d’oro alle dita nodose, un sorriso gentile. Potrebbe essere sua madre. Anche sua madre aveva le dita nodose e portava tanti anelli. Mentre beve il caffè butta uno sguardo alla sala deserta con i tavoli da biliardo. Cerca di immaginarsela piena di gente, di uomini concentrati, che passano il gessetto sulla punta della stecca tra un tiro e l’altro. Gli mancano i vecchi della sua infanzia, suo nonno, suo zio, i vecchi che si radunavano sotto il portico della fattoria e bevevano e fumavano tra loro e qualche volta facevano restare lì anche lui, il più grande dei bambini, ad ascoltare le loro storie.

Quando pensa al suo paese, sa che i suoi ricordi riguardano un mondo che non esiste piú da nessuna parte se non nella sua testa e in qualche fotografia sovraesposta rimasta a consumarsi dentro i cassetti della casa di zia Sofia, a Pripyat. In quelle foto, ci sono gli alti palazzi bianchi, i condomini, la piazza con le immense aiuole fiorite di rosso e giallo, l’odore delle rose, centinaia, migliaia di rose, in primavera, e anche quella primavera c’erano, naturalmente. Il parco-giochi dove passavano i pomeriggi lui e le sue sorelle, l’azzurro del cielo sopra le loro teste mentre volavano velo­ci sull’altalena fino a farsi girare la testa e mancare il respiro, le botte sull’autoscontro, la ruota panoramica dove non avevano il permesso di andare da soli, e allora rivede sua madre, affacciata al davanzale dell’appartamento di zia Sofia al terzo piano, la finestra della cucina dalla quale si sbracciava e sventolava la mano per salutarli, rassicurarli. Era lì, li teneva d’occhio, non se ne sarebbe andata, ci sarebbe sempre stata se avessero avuto bisogno di lei. Ricorda solo gen­te felice, giorni felici, e l’orgoglio di quelli che abitavano in città, orgoglio per i palazzi nuovi fiammanti e le scuole e gli impianti sportivi. Gli pare che tutti sorridessero a quei tempi. Almeno, sua madre e sua zia Sofia sorridevano e parlavano della Centrale con rispetto, perché era la Centrale che aveva permesso tutto questo, lo dovevano a lei se avevano trovato un lavoro che non fosse accudire le mucche e potevano vivere in quell’appartamento tutto bianco e lindo e avere a portata di mano quello che serviva e anche di più: le poste, i negozi, le scuole, l’ospedale, il campo da calcio, la piscina Azure con i suoi trampolini per i tuffi, e i bar, i ristoranti. Ricorda anche che quando arrivava il venerdì e la mamma usciva dal lavoro all’ufficio postale e bisognava prendere il pullman per tornare a casa, al villaggio dove papà li aspettava, lui pestava i piedi e le sue sorelle mettevano su una faccia cupa. Alla fattoria non c’era niente, suo padre che lavorava e le bestie e i vecchi che parlavano solo del raccolto e del tempo. Loro si annoiavano lì, ormai. La vita era a Pripyat, davanti alla Centrale che sembrava una gigantesca piattaforma spaziale e potevano giocare agli astronauti, vivevano nel posto più bello della Russia, e non dovevano mai scordarselo, diceva sua madre. Mai.

Lui non se l’è dimenticato, non permetterà mai a nessuno e a niente di farglielo dimenticare: dentro lo zaino che porta con sé dappertutto da quindici anni, e che non ha mai lasciato da nessuna parte, neanche per una frazione di secondo, dietro la tasca interna ha cucito un biglietto ripiegato in quattro e avvolto in un pezzo di cellophane, sul biglietto c’è scritto:

Dmitrij Pravyk, nato a Pripyat il 12 ottobre 1981 fi­glio di Pravyk Taras e Pravyk Kybenok Victoriya, fratel­lo di Pravyk Aniuska, Ivja, Olena.

Adesso là c’è solo silenzio. Ma è un silenzio impossibi­le da immaginare, silenzio che si estende per decine di chi­lometri, come una cosa solida che grava sulla terra. Simile all’immensa nuvola fluorescente che un giorno di aprile è esplosa davanti alla città, e poi sopra. Un silenzio che non somiglia a quello della campagna la notte, e neppure a quel­lo di una casa vuota, un silenzio innaturale, come due tap­pi di silicone infilati nelle orecchie, aderenti, che non la­sciano passare assolutamente nessun suono e fanno senti­re la testa pesante, ovattata, il cervello rinchiuso dentro la scatola cranica, senza nessuna possibilità di fuga. Gonfio solo del suo stesso silenzio, sterile.

Ha sentito dire che le piante – gli alberi, i cespugli, i fiori selvatici – sono cresciuti dentro le case, dappertutto, e che buttano i rami fuori dalle finestre e dalle porte spa­lancate delle case. Che gli animali si sono riprodotti in li­bertà e spadroneggiano in quella terra desolata e muta. Corrono nelle foreste, bevono l’acqua dei laghi e dei torrenti, uccelli di ogni specie, cavalli, bisonti, cani selvatici, lupi e cervi che corrono attraverso i campi abbandonati, sfondano quel che resta di recinzioni e staccionate e fatto­rie di legno, inconsapevoli e felici. Non conoscono la raz­za umana, e forse per questo, quando qualcuno capita da quelle parti, non si spaventano piú di tanto. Non lo sanno che l’uomo spara, violenta, prende, ti toglie la libertà e ti uccide. Non lo sanno che l’uomo contamina tutto quello che tocca, molto piú delle particelle di stronzio e cesio 137.

E allora immagina la sua città fantasma, come la chiamano adesso, Ghost City, la città della sua infanzia, e la Foresta Rossa, e vede branchi di lupi che corrono nella neve, di notte, e la luce della luna piena che illumina quel mondo incredibile e pensa che dev’essere un posto meraviglioso, simile a questo, forse, sempre pianura, ma più ampia e morbida, più verde e così buia, la notte, chilometri e chilometri di pianura deserta, e steppa, senza fabbriche, case, città, villaggi, solo gli alberi, e il vento, e pensa a suo padre, alla fattoria accanto al lago, e lo vede dritto nella luce della sera mentre chiude il cancello della stalla, i capelli biondi appiccicati alla fronte e il volto magro abbronzato. Suo padre che gli viene incontro reggendo un secchio di latte appena munto e gli dice: Dimà, torna in casa che è freddo, papà adesso ti porta un bel bicchiere di latte fresco e ti fa giocare con le macchinine. Chissà se è ancora lì, a fare gli stessi gesti, le stesse cose, la stessa vita. Forse, a rimanere, è stato lui quello che ha fatto la scelta giusta, perché si viene al mondo in un particolare luogo mica per caso. Dove sei nato è lì che devi stare, un motivo dev’esserci per forza.

Gli orologi si sono fermati, a Pripyat, segnano tutti ore diverse, ma nessuna è quella vera, quella giusta, perché comunque un’ora vera, un’ora giusta, a Pripyat non esiste, non può esistere piú. Gli orologi digitali adesso segnano 110 cesius, il livello massimo delle radiazioni.

Quando è risalito sul furgone aveva la faccia triste e Vera stava quasi per sollevare una mano e accarezzargli una guancia, un impulso improvviso, rapidissimo, che subito è passato e l’ha riempita di vergogna. Lui ha messo in moto ed è ripartito senza dire niente, senza neanche guardarla, ha acceso lo stereo e ha alzato il volume. Una voce bassa e scura che sussurrava e poi archi, musica classica, scratch, mescolati a una ritmica incalzante e a due voci alternate. L’insieme era allo stesso tempo energetico e drammatico, faceva venir voglia di ballare e di piangere. Vera ha girato la testa a guardare i campi che scorrevano dietro il finestrino, cercando di intercettare le parole della canzone e di ricordare che pezzo fosse quello suonato dagli archi e che le pareva di conoscere benissimo. Di colpo, sulla strada è comparsa la sagoma di un piccolo cane giallo che correva verso di loro, lungo il bordo del fosso. Vera ha urlato. Dimà ha rallentato ed è passato di fianco al cane che ha continuato a trottare senza scomporsi.

Sono rimasti in silenzio molto a lungo, il paesaggio attorno a loro è cambiato. Adesso ci sono argini altissimi da una parte e dall’altra della carreggiata, e oltre, vaste distese di campi piatti, un mare giallo-verde che sembra estendersi da qui all’infinito.

Io adesso deve fermare, primo bar che viene io ferma così tu va bagno, se vuole.

Si, ma è un deserto qui, cosa pensi di trovare? Adesso fa un’altra strada, strada più grande, qualcosa trova. Tu ha fame? Io ha fame.

Dimà guarda l’orologio.

Forse però presto per mangiare, partiti presto, arriviamo bene, meglio se mangia dopo, prima arriviamo e scarica.

Vera non risponde, non ha fame, né sete, né niente, un torpore diffuso le appesantisce gambe e braccia, ma non è una sensazione del tutto sgradevole. Anche la sua testa è liquida e leggera, vorrebbe solo chiudere gli occhi e continuare a sentire la strada che scivola sotto le ruote del furgone, a tratti liscia come olio, a tratti ruvida e sabbiosa, percepire la presenza vibrante di quel corpo di ragazzo seduto accanto a lei, dei suoi muscoli pronti, della sua pelle che emana un odore vegetale, come di erba appena falcia­ta. Il silenzio della campagna attorno, il pomeriggio che avanza, il cielo che diventa azzurro intenso, la foschia che dirada. Questo tendere verso qualcosa ma senza nessuna fretta di arrivare.

Tu hai mai conosciuto una persona libera?

Dimà volta la testa verso di lei, sta zitto, subito i suoi occhi tornano a guardare la strada, gli ci vuole qualche secondo per rispondere.

Cosa vuole dire? Cosa è tua domanda? Io non capisce. Libera come uccello in cielo? Libera come tanti tanti soldi e pancia sempre piena?

Non lo so, la faccio sempre a tutti questa domanda, l’ho sempre fatta e mai nessuno che riesce a rispondermi. Forse tu fa domanda sbagliata.

lo voglio dire qualcuno che non ha paura. Paura di niente. Sai quando uno non ha paura di perdere niente?

Sì, io sa. Tu non ha paura di perdere niente quando ha già perso tutto.

La voce di Dimà all’improvviso si è ispessita, è diventata scura, e tremante, e Vera si è accorta che la sua mano destra stringeva il volante troppo forte, le nocche bianche per lo sforzo, così non ha insistito, e ha pensato che forse, davvero aveva ragione lui: l’unico modo per essere liberi è non avere più niente da perdere.

 

Brano corrente

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