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Terra del Sole, Firenze in Romagna

Testo tratto dal libro di Fabio Isman “Andare per le città ideali” (Bologna, il Mulino, 2016)

Nella collana che il Mulino dedica agli itinerari d’autore, “Per ritrovare l’Italia”, il libro del giornalista e scrittore Fabio Isman racconta le città ideali, nate dall’immaginazione di uomini ambiziosi o ispirati. Come Terra del Sole, l’antica capitale della Romagna Toscana.

Terra del Sole era Eliopoli: c’è qualcosa di più ideale che un nome così? Otto chilometri da Forlì, nel comune di Castrocaro; un luogo nato poco dopo la metà del Cinquecento, dei più integri, singolari e sconosciuti nel nostro paese, di appena 400 per 300 metri. Ostenta ancora fortificazioni e mura; la residenza dei governatori, con le celle segrete per le torture; l’archivio criminale forse più completo al mondo, prodigo di notizie dal 1579 al 1772. Addirittura la prima traccia di afflizioni psicologiche che ci sia nota. E narra, soltanto a volerle conoscere, una storia urbanistica stupenda, e mille vicende di terribili esistenze, quanto mai precarie: sono la realtà di un luogo assolutamente privo di altri analoghi.

«Mastro Livio di Nunziata, con quattro manovali et due paia di buoi per tirare i legni delle forche», innalza due patiboli fuori da una delle due porte del borgo; il fabbro Rinaldo di Bernardo prepara «numero 88 caviglie et una catena con il suo collaro». Sono pagati Valerio Bessico, «che conficcò sulle forche la testa di Matteo di Taddeo, bandito», e Marchino di Giovanni («due cavezze che servirono ad appicchare Sabatina di Biagio di San Benedetto et Augusto di Piero Casaccia da Stia»); il boia Marchino era tenero di cuore, esaudiva l’estremo desiderio delle vittime: «Mezza libbra di confetti et un fiasco di vino per detti appicchati».
Questo e molto altro è scritto, ma anche disegnato, nei tomi dell’archivio a Terra del Sole; i boia venivano da fuori, pochi sapevano leggere: così, i resoconti degli aguzzini e dei processi sono figurati. La vicenda fa ancora tremare i polsi; ma il luogo è splendido. Intatte le mura: 2 chilometri di perimetro, alte 12 metri e mezzo. Due borghi simmetrici di case a schiera: lunghe 90 metri e alte 9, quanto sono ampie le strade. Sui quattro baluardi stellati, agli angoli della cinta, casematte sotterranee; e i castelli dei capitani «di piazza» e «delle artiglierie» a proteggere le porte. In piazza d’Armi, la chiesa di Santa Reparata è di fronte al governatorato. In cui sono, indenni, le celle segrete tutte graffite: altro prodigioso archivio, ancora da scoprire; la «stanza del tormento», e i primi esempi di già raffinate sevizie mentali.

L’edilizia è assolutamente toscana, in piena Romagna. La commissiona nel 1564 Cosimo I de’ Medici forse a Giovanni Camerini, e forse sulla base di un disegno di Domenico Mora; poi, la completano famosi architetti: Gerolamo Genga e Baldassarre Lanci (sue le mura di Siena). Per alcuni, c’è anche la mano di Bernardo Buontalenti, autore, tra l’altro, della Tribuna degli Uffizi: alla morte, possedeva ben dieci disegni della rocca, le cui planimetrie erano segretissime.
Il Palazzo dei governatori mostra gli stemmi di chi ricopriva l’ufficio: anche Luigi Guicciardini, fratello di Francesco, capitano e commissario, con l’incarico di riorganizzare la provincia. E contiene perfino sei celle nascoste o «criminali». Anguste, usci blindati alti un metro e 20, spesso senza finestre e comunque invisibili dall’esterno. A metà strada tra l’aula del giudizio e quella «del tormento», vi si accedeva da una scala a doppia elicoide: due spirali separate su tre piani, un metro e mezzo di larghezza; un senso unico che precorre i tempi, perché carcerati e carcerieri non s’incontrassero?
L’intera parete di fondo di una cella da cinque posti è monopolizzata da un paesaggio a sanguigna, forse Livorno; mare, navi, e una grande dicitura lo pervadono: «Ricorda»; perché, spesso, la condanna era di remare sulle galere. Invece, sulla volta a botte alta 2 metri e mezzo di un’altra, una grande croce nera con i simboli della tortura, mentre croci più piccole convergono verso la maggiore: impossibile escogitare un messaggio più intimidatorio. In un’altra ancora, un monito: «Non entrar qui per dir no ’l dirò, che tanto ’l dirai, voja tu o no». Chiaro, no? È forse la prima volta in cui ai detenuti si applicano simili – chiamiamole così – raffinatezze; quasi una Guantanamo, o un’Abu Ghraib in anticipo di secoli. Per incutere maggior timore nei processati, o assuefarli a rassegnarsi fin da subito all’inevitabile?

Terra del Sole non è soltanto un piacere assoluto per gli occhi, ma anche un’angoscia per la mente e il cuore. Le sue segrete sono palinsesti, purtroppo ancora da rilevare, studiare e far conoscere. In una, un lamento graffito: «La verità detta non volean la dicessi». Qualcuno è «messo in secreta per prova». Dappertutto nomi e date; il conto dei giorni di tortura che scorrono: quattro segmenti, e un quinto che li sbarra. La giustizia come deterrente sociale: basta leggersi i verbali dei processi.
«Legare nudo, lasciandogli soltanto i pantaloni, alla berlina o alla catena, e stia lì legato in modo che serva da esempio a tutti»; o «frustato pubblicamente e marchiato in fronte in giorno di mercato»; «legato alla fune un giorno, pubblicamente»; «andar sull’asino, con mitra e breve per ladri, con scopa»: un cappello in testa, editto sul corpo, e percosso nel viaggio; «tratti due di fune, perdita dell’archibuso, confiscazione de’ beni»; «confinati anni due, pena la galea non osservando»: chi ritorna, è spedito a remare.
Fino a un’anticipazione della sharia islamica: «Amputazione della mano sinistra»; e ad angherie ancora peggiori: «Dal luogo dove si pronunci sentenza a quello del suplizio, li si torturi con tenaglie roventi»; o «in perforazione lengua, tanagliato, impichato, squartato». I corpi dei condannati fatti a pezzi e appesi fuori porta, finché non cadano a terra e li divorino i cani; certi frati protestano: ma soltanto perché, essendo troppo vicino al convento fuori porta dove vengono appesi e ostentati gli «squarti», sottovento sono infastiditi dal fetore; il patibolo verrà infatti spostato.

Non erano tempi tranquilli: in dieci anni, Cosimo il Grande edifica altrettante fortezze; nel 1548, Cosmopoli, cioè Portoferraio, sull’isola d’Elba. Né tranquilli erano i dintorni: Terra del Sole era marca di confine; lo stato pontificio, appena oltre un fiumiciattolo; tanti banditi, imboscate e reati. È capoluogo della «Romagna fiorentina»: città militare, sede di corte d’appello fino alla Riforma leopoldina del 1786, la prima ad abolire la pena di morte. In oltre 1.500 filze, miriadi di pagine: archivio dei più prodigiosi. Processi, pagamenti, costituzioni e leggi: la cronaca e i costumi di due secoli e mezzo nella piccola comunità.
Il libro degli Statuti è deturpato da un’incredibile dedica, sfregio a futura memoria: «Addì 18 aprile 1923, donna Rachele Mussolini e il commendator Arnaldo Mussolini, rispettivamente consorte e fratello di Sua Eccellenza Benito Mussolini, duce della rinnovata Italia, visitarono questo Comune». La cui storia, anche successiva, è gustosa: nottetempo, nel 1925, una squadraccia della confinante Castrocaro porta via su un camion i mobili del sindaco e i sigilli. Mediatore della querelle si fa un vicino di casa per nascita: il cavalier Benito in persona. Così, sorge un comune unico, ma in ordine alfabetico; la nuova sede, a metà strada tra le rocche di Terra del Sole e dell’ormai più sviluppata Castrocaro. Come ancora oggi: Castrocaro è, forse, l’unica città il cui municipio, edificio razionalista del 1934, sta quasi in periferia.

La giustizia del grande Cosimo, nella sua «Città ideale», è scarsamente indagata; e non sono neppure decollati vari progetti. Uno, di Pier Luigi Cervellati, per un museo delle segrete, usando telecamere roteanti per mostrarle al pubblico, dato lo spazio, troppo esiguo; e un altro, di Adriano Prosperi, per un centro di ricerca e documentazione sulle carceri e la gestione della giustizia. Perché c’è molto da raccontare.
In ogni cella, il nome graffito di un Eschini: famiglia di insubordinati; e il conto delle giornate di patimenti. Il boia si muoveva a piè di lista: al «maestro Stefano Pozzi», 14 fiorini per l’andata, 39,4 per il ritorno a Firenze; 14 per aver eretto la forca per Lorenzo Papini da Galeata, 16 per lo squarto, 21 per «l’attacchatura e la conficcatura»; 25 per l’aiutante; più «vitto, mercede, cavalcatura, biada, stallaggi»; perfino i costi del sopralluogo: «Visita alle forche». Già che c’è, «maestro Pozzi» non si risparmia: a 10 fiorini l’uno, frusta e marchia sulla spalla Francesco Guidi, Giuseppe di Mario Bandini, Giuseppe Giuncheti; mette in conto anche, s’intende indelebile, l’«inchiostro per detti tre bolli, fiorini 3». E i disegni, perché tutto sia ancora più chiaro: lo schizzo di una sodomia, accanto a quello della forca e al nome del condannato.
Ufficialmente, vigeva un certo garantismo («Nessuno deve essere torturato se non vi sono già contro di lui indizi sufficienti, cioè: perché è stato trovato solo, in ora sospetta, in una casa vuota»), ma bastava poco per rischiare molto: carrucola, fune, talora di più: «Non confessando in questo tormento, se li darà il fuoco, la sveglia et altri tormenti». [...]

Queste memorie, abbastanza sconosciute perché valesse la pena d’intrattenersi un po’, fanno corona a un panorama meravigliosamente preservato. Se Castrocaro si è accresciuta, Terra del Sole è rimasta cristallizzata entro le mura. Aveva ragione Bernard Berenson: l’Italia avrebbe mantenuto la propria bellezza finché fosse rimasta povera; l’abbandono della Venezia insulare a favore della terraferma è iniziato dalla comodità dei bagni moderni, e magari dall’idromassaggio. In un caposaldo di città-fortezza forse tra i meglio e più totalmente conservati, si possono ancora vedere la chiesa di Santa Reparata, in cotto con modanature in arenaria; i palazzi, a cominciare da quello pretorio o del governatore; le case, le mura, i forti stellati. [...] Il luogo regala ancora prospettive eleganti e scorci curiosi, nella città e all’esterno, nei 2 chilometri di perimetro del rettangolo bastionato delle mura; o sui camminamenti sopra le porte. La simmetria la fa da regina. Poche superfetazioni; rari perfino i frazionamenti e le ristrutturazioni dell’Ottocento. Ma più che di parole, Terra del Sole ha bisogno di una visita, tanto è assolutamente unica e incomparabile.

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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