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Tolkien in Love

Testo di Wu Ming 4 tratto dal quotidiano “la Repubblica”

Nel 2017 ricorrono due anniversari legati al celebre scrittore inglese John Ronald Reuel Tolkien: 125 anni dalla sua nascita e 80 dall’edizione del suo primo libro, “Lo Hobbit”, con cui diede vita alla saga del “Signore degli Anelli”. Lo ricordiamo con un intervento dello scrittore ravennate Federico Guglielmi, membro del collettivo Wu Ming.

Il 19 marzo [2014] la casa d’aste inglese Bonhams [ha battuto], per una base tra le 6000 e le 8000 sterline, una lettera che J.R.R.Tolkien indirizzò al proprio editore nel 1955, poco prima di vedere pubblicato il terzo volume del Signore degli Anelli. Nel testo Tolkien riferisce la critica che il poeta W.H. Auden gli mosse riguardo alle nozze tra Aragorn e Arwen alla fine della guerra dell’Anello. Secondo Auden quei fiori d’arancio risulterebbero “superflui e frettolosi”, ovvero ben poco significativi nel quadro dell’happy ending. Dal suo punto di vista Tolkien avrebbe tranquillamente potuto eliminare la scena.

Wystan Hugh Auden fu uno dei primi e più ferventi ammiratori del Signore degli Anelli. In una celebre trasmissione radiofonica alla BBC, nel 1956, disse che non si sarebbe più fidato del parere letterario di chi non avesse apprezzato il romanzo di Tolkien. Per lui, intellettuale di sinistra, reduce della guerra di Spagna, non era scontato e tanto meno gratuito prendere le difese di un autore così demodé come Tolkien, per di più cristiano, lontano mille miglia dai temi e dagli stilemi cari all’intellighenzia di sinistra inglese. Auden ci si mise d’impegno, al punto che Tolkien arrivò a considerarlo uno dei suoi più cari amici di penna. Viene dunque da pensare che la critica di Auden avesse piuttosto a che fare con lo scarso peso che ha la scena delle nozze nell’economia generale del racconto. Auden infatti non aveva ancora potuto leggere le Appendici del Signore degli Anelli, nelle quali viene narrata tutta la storia d’amore tra l’uomo Aragorn e l’elfa Arwen. Dunque ai suoi occhi quel matrimonio risolto in pochi capoversi appariva scarsamente significativo. Il punto è che non lo è affatto, e anzi, implica una delle più complesse e amare riflessioni sull’amore prodotte dal grande autore inglese. Le storie d’amore nella narrativa tolkieniana sono tante, e vanno a comporre una sorta di metaracconto, sfaccettato e complesso.

La vicenda di Aragorn e Arwen allude a quella più antica di Beren e Lúthien, i cui nomi campeggiano sulle lapidi dei coniugi Tolkien, sotto quelli di battesimo, al Wolvercote Cemetery di Oxford. Anche in questo caso si tratta di un uomo mortale e un’elfa immortale, ostacolati dal destino, ma determinati a cambiarlo pur di restare assieme. Il sentimento che li unisce è talmente forte da commuovere i Valar, i quali, alla morte di Beren, offrono a Lúthien la possibilità di far rivivere il proprio innamorato, a condizione che lei accetti di condividerne poi il destino mortale. È la scelta di Lúthien, appunto, che riecheggerà in quella più drammatica di Arwen, come vedremo.

Non tutte le storie sentimentali sono così romantiche. Una delle più singolari è quella tra il gondoriano Faramir e la guerriera Éowyn, che matura mentre sono entrambi convalescenti, dopo essere stati feriti in battaglia. Un amore dolente, crepuscolare, nato mentre i destini del mondo sono incerti e l’orizzonte è tetro. Éowyn aveva amato non corrisposta Aragorn, come si ama un capitano, sognando una fine gloriosa al suo fianco, con le armi in pugno. Ciò nonostante il sentimento di Faramir non è paternalistico, è quello di un uomo che ammira la prodezza e il coraggio di una donna fiera, che rifiuta la pietà di chiunque. E lei non gli dirà un banale “Ti amo”, ma accetterà il suo amore come parte di una scelta di vita opposta a quella perseguita fino ad allora. Alla dichiarazione di Faramir, Éowyn risponde che diventerà una guaritrice, dedicandosi non già all’uccisione e alla gloria che può derivarne, bensì «a tutto ciò che cresce e non è arido», cioè alla vita. E di quella vita fa parte anche l’amore.

Questa storia dimostra quanto Tolkien considerasse ambiguo quell’amore cortese che «tende a fare della donna un faro-guida» e che pure lui stesso riconosceva come uno dei più alti ideali della poesia e della cultura medievale, riproposto dal romanticismo. L’idealizzazione della donna distoglie gli occhi dell’uomo «dalle donne così come sono veramente, compagne nelle avversità della vita, e non stelle-guida. [...] Fa dimenticare i desideri, i bisogni, le tentazioni delle donne. Inculca la tesi esagerata dell’“amore vero” come un fuoco che viene dal di fuori, un’esaltazione permanente, che non prende in considerazione gli anni che passano, i figli che arrivano, la vita di tutti i giorni ed è svincolata dalla volontà e dagli obiettivi». (Lettera 43).

C’è di più. Non tutte le storie sentimentali possono essere felici. Nei Racconti Incompiuti è narrato l’amore impossibile tra i numenoreani Aldarion ed Erendis. Impossibile perché i due protagonisti sono nati sotto stelle contrapposte, vincolati a caratteri incompatibili, tragicamente destinati ad attrarsi fino alla fine. Aldarion è un principe marinaio, costruttore di flotte, esploratore, innamorato del mare più che di qualsiasi donna. Erendis desidera invece la terraferma, i pascoli, gli alberi, che non vorrebbe mai vedere abbattuti per farne navi. Eppure si amano: combattuto tra il richiamo delle avventure per mare e la pace della vita a terra, lui; risoluta nel pretendere dall’amore «tutto o niente», lei. Il matrimonio non può che naufragare, come qualunque relazione amorosa che non trova l’equilibrio della compatibilità tra diversi, ma, al contrario, il conflitto tra pulsioni opposte. Due personaggi in bilico fino all’ultimo, quando l’amore si trasforma in odio, volontà di rivalsa, e contesa sull’unica figlia, che Erendis cerca di crescere estranea a qualunque contatto con il genere maschile, e che le viene invece sottratta dal marito.

Nell’opera tolkieniana c’è spazio anche per un amore più domestico che cortese, come quello tra gli hobbit Samvise Gamgee e Rosa Cotton, che avranno ben tredici figli e figlie. Eppure anche il giardiniere Sam, il vero eroe del Signore degli Anelli, per resistere alla disperazione nei momenti più bui e solitari sa nutrirsi del ricordo della sua innamorata nella luce del sole estivo, insieme a quello del cibo e di tutti i momenti felici. Il suo è un amore forse meno cavalleresco di quello dei nobili personaggi della Terra di Mezzo, ma proprio per questo più realistico e prossimo a noi, e che risponde alla domanda: a chi pensiamo quando vogliamo farci coraggio per affrontare un grande passo?

Aragorn e Arwen dunque non sono che il punto d’arrivo, se mai può essercene uno, di un’articolata riflessione narrativa sull’amore. Nella loro storia l’amore romantico non viene né avvilito né sublimato, ma proposto sotto una nuova luce. Il sentimento che Arwen prova per un mortale, ancorché longevo, causa il conflitto con il padre Elrond, che non vorrebbe mai vedere la propria figlia rinunciare a seguirlo nelle Terre Immortali per restare accanto a un uomo che presto o tardi la lascerà vedova e sola. Arwen invece sceglie con coraggio l’amore terreno in cambio dell’immortalità. Meglio un amore vero e appassionato, benché a termine, piuttosto che un’eternità priva di esso. Costi quello che costi.

Le parole che Aragorn pronuncerà in punto di morte non riusciranno infatti a esserle di grande conforto: «In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi. Addio!». Ad Arwen resteranno invece soltanto i ricordi, ma non i rimpianti, poiché ha scelto liberamente il proprio destino. Anche se questo comporterà il lutto nella solitudine dei boschi di Lorien, fino a distendersi in una «verde tomba finché il mondo cambierà, e i giorni della sua vita saranno del tutto obliati dagli uomini che nasceranno e l’elanor e il niphredil non fioriranno più a est del Mare».

Ecco il vero finale della storia di Aragorn e Arwen. Non proprio quel che si dice un happy ending “superfluo e frettoloso” – con buona pace di Auden ‒, bensì il suggello di una riflessione sulle scelte, sull’eterna finitezza dell’amore terreno e su ciò che quel sentimento mette in gioco nell’esistenza umana.


[Testo pubblicato con lo stesso titolo dal quotidiano “la Repubblica” del 15 febbraio 2014]

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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