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Trentatré domande a Leo Longanesi

Intervista realizzata da Enrico Roda per il quotidiano “Il Tempo” del 25 agosto 1955

Il 30 agosto di 110 anni fa, a Bagnacavallo, in Romagna, nasceva Leopoldo Longanesi. Giornalista, editore, disegnatore dal talento vulcanico, fece dell’anticonformismo, della contraddizione e dell’ironia una regola di vita. Questa intervista fu effettuata quando stava per compiere il mezzo secolo.

Signor Longanesi, proseguendo la nostra serie di interviste con le maggiori personalità italiane del momento, le rivolgerò un certo numero di domande fisse, più un certo numero di domande che sono state studiate appositamente per lei, scegliendole fra le più imbarazzanti. Lei infatti viene a trovarsi, partecipando a un gioco come questo, particolarmente avvantaggiato, ossia nelle condizioni di “salvarsi” continuamente dall’obbligo di rispondermi sinceramente, mediante una di quelle battute di spirito alle quali deve una parte della sua fama. Per debito di lealtà, le dovevo fare questa dichiarazione prima di incominciare il nostro “gioco”.

Supponiamo, signor Longanesi, che il nostro Paese venga minacciato da una nuova dittatura e che stia in lei, e soltanto in lei, allontanare questo pericolo eliminando fisicamente la persona del dittatore. Si sentirebbe in diritto di agire?
È una domanda vaga. Le dittature sono infinite, varie, più o meno apparenti. Tutto sta a vedere quali libertà il nuovo tiranno è disposto a concedermi.

Se le venisse comunicato, da fonte assolutamente attendibile, che Mussolini è vivo, quale sarebbe la sua più spontanea e immediata reazione?
Mi iscriverei al suo partito e passerei all’opposizione.

Se venisse bandito un concorso per l’undecimo comandamento, avrebbe qualcosa da suggerire?
Questa: credi, ma disubbidisci.

Qual è, in società, la situazione che la imbarazza maggiormente?
Trovarmi in un palco a teatro e alzarmi dopo essere stato guardato da una donna che si trovava in platea.

L’incondizionata devozione di un suo simile, quale reazione suscita in lei?
Il sospetto.

Esiste una condizione al mondo, venendo a mancare la quale, la sua vita verrebbe a perdere ogni significato?
Ognuno di noi si inventa l’infelicità e la felicità. Voglio dire che si riesce sempre a trovare un significato, come lei dice, alle nostre azioni, anche a quelle peggiori.

In quale conto, signor Longanesi, tiene l’opinione altrui?
Dipende dal conto in cui essa tiene la mia.

Le rivolgerò ora l’ultima domanda “difficile”. Qual è secondo lei la differenza che passa tra Roma e Milano?
Milano crede di essere Milano, Roma sa di essere Roma.

Preferisce signor Longanesi essere amato, stimato, indifferente, o addirittura antipatico?
Amato.

Qual è la “cosa” che la spaventa di più?
Giudicare il prossimo. Ho detto giudicare, non condannare. Condannare è semplicissimo.

Preferisce i vinti o i vincitori della vita?
I vinti. Dicevano i “conquistadores” del Messico: “la derrocha es el trofeo de las almas bien nacidas” (“La disfatta è il trofeo delle anime bennate”).

Vorrebbe dirmi ora: qual è la virtù che preferisce nell’uomo?
Non credo alla virtù. Esistono solamente dei momenti di virtù. Una virtù costante e cocciuta diventa, a lungo andare, un vizio.

Qual è secondo lei, la perdita più grave che abbia avuto l’umanità dalla fine della guerra a oggi?
La scomparsa di Stalin. Fin che lui era vivo, si riusciva a capire quello che non volevamo.

Qual è la domanda che la infastidisce di più?
Questa: “Lei... come lo sa?”.

Morendo, che cosa rimpiangerebbe maggiormente?
Di non vivere più.

Se le venisse proposto dal diavolo il patto di Faust, che cosa risponderebbe?
Dipende dal mio umore di quel giorno.

Se le rimanesse un quarto d’ora di vita, come lo impiegherebbe?
Mi ucciderei subito.

Qual è, secondo lei, il colmo dell’infelicità per un uomo?
Invecchiare.

Ritiene l’ipocrisia un male inevitabile, eliminabile o necessario alla condizione umana?
L’ipocrisia non è un male; è anzi una conquista civile, un prodotto di alta pedagogia!

Quale epigrafe vorrebbe avere sulla sua tomba?
“Torno subito”.

Costrettovi, quale mestiere manuale avrebbe scelto?
Il bagnino.

Aspira, signor Longanesi, a diventare deputato?
No.

Supponendo che lei venisse eletto suo malgrado, come le piacerebbe debuttare in Parlamento?
Non debutterei mai. Mi comporterei come quel deputato di cui non ricordo il nome, che venne rieletto per quattro legislature di seguito. In tutto questo tempo fece un unico “intervento” e fu per dire: “No”.

Qual è lo sport che preferisce?
La boxe. Insegna a trattare gli avversari. E poi è praticata da gente che mi piace.

Che cosa pensa delle donne che praticano dello sport?
Tutto il bene possibile, a patto che non lo dicano.

Ritiene di essere sempre stato quello che è ora?
Lo domandi a un altro.

In quale paese del mondo avrebbe desiderato vivere?
In Italia. Meglio e peggio di così non si può stare.

Qual è la sua eroina nella vita reale?
L’ultima donna che ho incontrata in treno e con la quale non ho scambiato nemmeno una parola. A un certo punto è scesa, e sono certo che non la incontrerò mai più.

Qual è la sua eroina nella letteratura?
Anna Karenina.

Qual è il suo scrittore favorito?
Gogol. Nei suoi libri le donne non hanno mai una parte importante.

Non c’è contraddizione fra questa e la sua precedente risposta? Se non le piacciono i personaggi femminili, come può riconoscere in Anna Karenina la sua “eroina”?
Quella l’avrei sposata.

Se le fosse possibile, incomincerebbe la sua vita da capo?
No. Basta una volta.

Qual è il suo personaggio storico preferito?
Cola di Rienzo. Anche Petrarca era della mia opinione.

Il problema che nasce dalle risposte di Longanesi è soprattutto un problema di sincerità. Dov’è che il gusto per la battuta supera il dovere di essere sincero? Sempre, si potrebbe rispondere. Longanesi è un inguaribile enfant terrible. Il suo bisogno di stupire, di irritare il lettore, di prendere contropiede e possibilmente in fallo chi lo interroga, finisce per averla vinta su qualsiasi altro impulso. E ci si sarebbe dovuto attendere che Longanesi, alla domanda “Preferisce essere amato, ammirato, eccetera”, rispondesse risolutamente: “Antipatico”. Candido, egli invece ha risposto: “Amato”. Di un uomo così si finisce per insospettirsi, e si diffida, magari a torto, anche delle risposte più innocenti. Dove sta allora la sincerità di Longanesi? Forse nella sua stessa “insincerità”, divenuta una specie di habitus talmente connaturato, da riuscire ormai inscindibile dalla sua vera personalità. La risposta che bisogna riconoscere come la più brillante, è quel “Torno subito”, dettata per la propria pietra tombale. Ma per Longanesi accade di pensare a un’altra epigrafe, quella che aveva dettato per sé un ministro di Luigi XVIII, anche se è meno spiritosa: “Passò la vita a mostrarsi peggiore di quello che era”.


[Per l’immagine di copertina ringraziamo l’autore, Gianluca Costantini: www.gianlucacostantini.com]

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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