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L’uomo che cambiò il Natale

Testo di Antonio Faeti tratto dal volume Canto di Natale di Charles Dickens (Milano, Fabbri, 2001)

Quanto del nostro immaginario natalizio proviene dalla fantasia dello scrittore inglese che inventò i personaggi e le vicende del “Christmas Carol”? Ce lo racconta Antonio Faeti, scrittore, pedagogista e illustratore bolognese, primo titolare di una cattedra di Letteratura per l’infanzia in Italia.

Charles Dickens pubblicò i suoi racconti di Natale dal 1843 al 1848. E cambiò per sempre il modo di considerare questa festa, nei tanti paesi e presso i tanti popoli in cui viene onorata. Infatti, nei suoi racconti, in tutti quelli che compongono la serie, ma anche in ciascuno di essi, quando lo si isola dagli altri, Dickens ha voluto condensare una serie di ipotesi che poi sono state accolte, verificate, amate.

Bisogna, prima di tutto, considerare il fatto che, a 12 anni, Dickens aveva già il padre in galera e doveva già occuparsi dei suoi cinque fratelli. In simili condizioni si guarda alle feste, alle ricorrenze, ai compleanni, alle date famose, con sentimenti molto complessi e contraddittori. Le assenze sono avvertite in modo più doloroso, i fallimenti esistenziali ricevono una sottolineatura, le solitudini ingrandiscono il loro spessore. E il Natale, anche prima che Dickens lo collocasse al centro dei suoi racconti, era certamente l’occasione più solenne, ma anche quella più insinuante, più struggente, più densa di simboli e di mistero. Noi che recitammo bambini La Notte Santa di Guido Gozzano, noi che ripensiamo a San Francesco e al suo presepe, noi che abbiamo visto tanti film sul Natale al fronte, sul Natale come occasione per un ricongiungimento dei parenti (“Natale con i tuoi”), tuttavia ammettiamo con piacere che, dopo i racconti dickensiani, il Natale cambiò per sempre e per tutti.

Il Natale dickensiano è l’occasione, l’epicentro, l’ambito, lo spazio per grandi, fondamentali cambiamenti. La conversione del vecchio Scrooge (quello stesso tremendo Scrooge da cui il sommo maestro del fumetto, Carl Barks, ricavò Zio Paperone) è resa possibile unicamente dal Natale. È strano che, da noi, in Italia, dove si è sempre assegnata tanta importanza al periodo dell’Avvento, non sia mai nato nulla di simile ai racconti di Natale di Charles Dickens, quando si tiene davvero conto dell’eccezionalità del Natale.
Una stalla, un vecchio falegname, una donna che aspetta un bambino, un asino, un bue, una mangiatoia, i pastori e più tardi i re Magi, con la luce della cometa: siamo proprio in una inimitabile atmosfera da cui Dickens ha saputo e voluto distillare le sue storie, le sue visioni, i suoi miracoli. In tutti i suoi racconti natalizi c’è l’ombra arcana del passato, c’è qualcosa che pende sul nuovo accadimento, ci sono soprattutto cose non dette, ricordi rimossi, vecchie ipoteche esistenziali non rinnovate. Poi, il Natale costringe a dotarsi di uno sguardo nuovo, ad agire con coraggio totale, a ribaltare, a trasformare.

Dickens conosceva la miseria, di essa era uno straordinario cronista, minuzioso, partecipe come pochi altri. La grande capitale dell’Impero, la Londra vittoriana, era nota anche presso i patrioti italiani del Risorgimento, che in essa erano stati esuli, come una immensa Babele in cui non c’erano limiti all’orrore, all’abiezione, alla bassezza, allo squallore. Del contrasto tra i ricchi avari e sdegnosi, come Scrooge, e gli onesti, poverissimi lavoratori, Dickens sapeva tutto, a partire da quella maledetta prigione per debitori che lo aveva reso uomo a 12 anni, regalandogli uno sguardo acutissimo. Chi può descrivere un avvenimento come quello di cui sono protagonisti, come attori, Toby Veck, la trippa in un piatto, fumante, la bella Meg, e i due truci, importanti signori, Filer e Cute, se non ha collezionato tanti casi dello stesso tipo e tante figure non dissimili? Si ride, certo, nel leggere Le campane. Ma si è presi anche da una indubbia amarezza: infatti i racconti di Natale di Dickens, con Toby, Scrooge, la fame, l’ingiustizia, l’indifferenza altezzosa di chi ha il potere, sembrano ricavati da nostri fatti di cronaca, scritti oggi.

La gloria del Natale non è illusoria, non confonde, non mistifica: si sa che il cambiamento deve essere totale, eroico, frutto di un fondamentale mutamento interiore. Forse la presenza dei bambini dice proprio questo, forse Tim il Piccolino può vincere l’orrendo avaraccio Scrooge perché è lì al posto di un altro bambino e riceve da lui sostanza e prerogative.
Letti proprio in presenza del Natale, e riletti nel corso dei Natali successivi della nostra vita, i racconti dickensiani acquistano il sapore di una liturgia laica, di un appuntamento fisso, inderogabile: non possiamo più evitare – dopo che li abbiamo conosciuti – di ritrovarli, di rileggerli ad alta voce, di fare confronti. Le grandi metropoli con la teorizzazione del Natale consumista, il Natale-spot della televisione, il Natale-merce, non hanno modificato in nulla il senso dell’appuntamento. Il profeta dei Natali futuri, scaturito da uno dei suoi racconti, è proprio Dickens, che ci guida all’appuntamento annuale a partire dal rapporto tra città e Natale, che è tanto nostro. Il Natale cittadino va mediato, salvato, ritrovato: il piccolo Natale del paesetto non è in discussione, il genio dickensiano ha scoperto il Natale nei meandri tenebrosi della metropoli immensa, l’ha inseguito nei vicoli neri e maleodoranti, l’ha visto nelle tetre stanzine, nei cupi abituri, nelle soffitte fumose.

A Dickens interessa soprattutto il contrasto, il suo mondo non parrebbe poter accogliere il Natale, ma gli emblemi della natività possiedono un immenso potere. Siamo, con i racconti di Natale dickensiani, al centro di un rapporto che ci lega alle antiche culture. Gli indiani delle praterie, i Romani nella capitale del loro Impero, la piccola tribù non ancora trovata nel buio della foresta amazzonica: tutti sentono come noi l’Avvento, tutti ricordano il passaggio, tutti celebrano il cambiamento.
Ecco perché ci sono tanti fantasmi, nei racconti di Natale di Dickens: sono i ricordi, le tracce, le memorie, i turbamenti, le sconfitte, le ingiustizie, i rimorsi, le malizie, le disattenzioni, le perfidie. Negli altri periodi dell’anno si nascondono: la luce della stella cometa collocata da un bambino sopra la stalla li fa tornare, li convoca, li chiama a raccolta. Il Natale di Toby, di Scrooge, dei fantasmi, dei bambini, è il nostro Natale: non si sa cosa accadrebbe se non sapessimo ritrovarlo.


[Questo testo di Antonio Faeti è stato ripubblicato nel catalogo della mostra “Two Centuries After Charles Dickens”, allestita in occasione del secondo centenario della nascita dello scrittore inglese a cura di Giannino Stoppani Cooperativa Culturale (Bologna, Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna - Editrice Compositori, 2012)]


 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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