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E pó la vita - E poi, la vita

Poesie di Walter Galli tratte dalla raccolta “Tutte le poesie. 1951-1995” (Cesena, Società editrice “Il Ponte Vecchio”, 1999)

Walter Galli è stato uno degli autori romagnoli più originali del Novecento, capace di raccontare l’umanità tutta partendo dalle scene, dai personaggi e dalla lingua della Valdoca, il rione popolare di Cesena in cui viveva. Riascoltiamo alcune delle sue poesie, lette dall’attore e autore Denis Campitelli.

L’amstir

Burdell l’è j ùltum sprazz.
U s’ fa qualch quèl cun i camion
dop mezanòta, spessa e’ cavalcavia,
quell ch’ven ven. E’ lun a fagh e’ marchè
a Furlé in ca’ d’un’amiga.
Cióu, l’è fadiga;
a n’ ò pió vent an, ch’ a fasi vi la fila...
Che dé ch’a m’ truvarì mórta amazèda
da quèlca pèrta cun la bursetta svùita,
avrò pu’ finì.

E’ pió e’ sarà pr’e’ mi Gigin
ch’u n’ saveva gnint.

(novembre 1961)

Il mestiere. Ragazzi sono gli ultimi sprazzi. / Si fa qualcosa coi camion / dopo mezzanotte, dietro il cavalcavia, / quel che viene viene. Il lunedì faccio il mercato / a Forlì in casa di un’amica. / Eh sì, è dura; / non ho più vent’anni, che facevate la fila... / Il giorno che mi troverete morta ammazzata / da qualche parte con la borsetta vuota, / avrò pure finito. // Il peggio sarà per il mio Gigino / che non sapeva niente.

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E pó la vita

Una sciàbula ad lata, una cumetta,
un gatìn truvè par la strèda,
un cumpagn da zughì insen,
impalughis sora la tvaja.

E’ ba’ ch’e’ ven a ca’
e t’sint d’int e’ lèt
ch’l’à méss e’ cadnaz:
e’ papon u n’ pò pió antrè.

S’e’ tira e’ vent, s’e’ touna,
slonga la manina int e’ scur,
la mama la j è alé:
«No’ avé pavura, dorma só».

E pó la vita.

E poi, la vita. Una sciabola di latta, un aquilone, / un gattino trovato per la strada, / un amico da giocarci assieme, / appisolarsi sulla tovaglia. // Il babbo che rincasa / e senti dal letto / che ha messo il catenaccio: / l’orco non può più entrare. // Se tira vento, se tuona, / tendi la manina nel buio, / la tua mamma è lì: / «Non aver paura, su, dormi». // E poi, la vita.

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Va’ pu’ a capì

Agli évi ch’a l’ s’ fa la ca’ mei d’un inzgnir
i nótal ch’j à int la testa una spezi ad ràdar
par no’ cuzé int e’ mur,
la tèra ch’la frólla pr‘èria, da par lia,
cme una pirócca...

E pó un taramòt e’ spiena una zità,
e’ babìn ‘d Filiberto ch’l’è nasù zigh.
Va’ pu’ a capì...

(maggio 1964)

Vai poi a capire. Le api che si fanno la casa meglio di un ingegnere / i pipistrelli che hanno nella testa una specie di radar / per non sbattere contro il muro, / la terra che frulla per aria, da sola, / come una trottola... // E poi un terremoto spiana una città, / il bambino di Filiberto che è nato cieco. / Vai poi a capire...

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I fiùl

Amilcare ch’u s’ lamènta de’ su fiól
ch’u n’ n’à vója ad s-ciantèn, tótt’ la nota
vajun, a trent’an senza un amstir,
ch’u i tócca dèi da magné lo ch’l’è vèc

u m’ dmanda sempra cun un po’ d’invigia
de’ mia ch’l’è professor a Milèn,
una zima, ch’i l’ cema par di cunsult
da tótt’ al pèrti d’Italia, e u m’ dis:
«Quii j è fiùl! Quelli agl’j è sudisfazion!»

(A vut ch’a i vaga a dì
che in quendg an a l’ò vést dó vólti:
quant u s’ spuset e quant e’ muret
la su ma’, ch’ l’arivét ch’la j era zà sottatèra).

(giugno 1970)

I figli. Amilcare che si lamenta di suo figlio / quello sfaticato, tutta la notte / in giro, a trent’anni senza un mestiere, / che gli tocca mantenerlo lui che è vecchio // mi chiede sempre con un po’ d’invidia, / del mio che è professore a Milano, / una cima, che lo chiamano per dei consulti / da tutte le parti d’Italia, e mi dice: / «Quelli sono figli! Quelle sono soddisfazioni!» // (Vuoi che gli dica / che in quindici anni l’ho visto due volte: / quando si sposò e quando morì / la sua mamma, che arrivò ch’era già sottoterra).

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J animèli

Un chèn un gat un sórgh
du dé dop ch’l’è scapè fóra
d’int la pènza dla su ma’
e’ sa fè tótt l’à imparè tótt.

A nun u n’z’ basta una vita
a z’ n’andam sottatèra
senza avé capì gnint.

Gli animali. Un cane un gatto un topo / due giorni dopo che è uscito / dalla pancia di sua madre / sa fare tutto ha imparato tutto. // A noi non basta una vita / ce n’andiamo sottoterra / senza aver capito niente.

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E’ tu vèc

Pr’e’ mi fiól

S’t’a t’avéss d’imbat’ int e’ tu vèc
lassa un mumantin j amigh
vinm’ incontra
dmàndum cm’a stagh
s’a j ò bsogn ’d gnint
ciàpum sottabraz
fam fè du pass cun te fin a ca’
e no’ farmèt int la porta,
entra, mett’ insdé.

A l’avessi fat me cun e’ mi ba’.

Il tuo vecchio. A mio figlio / Se ti dovessi imbattere nel tuo vecchio / lascia un momentino gli amici / vienimi incontro / chiedimi come sto / se ho bisogno di niente / prendimi a braccetto / fammi fare due passi con te fino a casa / e non fermarti sulla soglia, / entra, siediti. // L’avessi fatto io con mio padre.

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Se t’ pens...

Se t’ pens che un fiór tr’al pagini d’un lìbar,
un indirez, e’ bigliet de’ treno
cla vólta che t’andest a Roma,
e’ védar d’un bicìr dentra la cardenza,
i luta pió d’un s-cén.

Se pensi... Se pensi che un fiore tra le pagine di un libro, / un indirizzo, il biglietto del treno / quella volta che andasti a Roma, / il vetro di un bicchiere dentro la credenza, / durano più di un uomo.

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I segn

S’ t’a t’ vólt indria
ch’u n’ s’ u n’ vega un
di segn che t’é fat quant t’ ci passè.

Cme se t’ a n’ fós mai passè.

(agosto 1978)

I segni. Se ti volti indietro / nemmeno uno / dei segni che hai fatto quando sei passato. // Come se tu non fossi mai passato.

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Lucilio
(XI, 164)


A l’Iris, la strolga, ch’la tireva avènti
a spesi di balusa, u i scapet det,
una sera ch’ a i s’era nenca me,
ch’la sareb mórta la viziglia ad Pasqua.

E adès: zughis la clientela
o lassè avért e’ rubinet de’ gas.

A Iris, l’astrologa, che viveva / a spese dei minchioni, scappò detto, / una sera che c’ero anch’io, / che sarebbe morta la vigilia di Pasqua. // E adesso: perdere la clientela / o lasciare aperto il rubinetto del gas.

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Lucilio
(XI, 310)


La paróca, la dantira, al zei finti,
la pumèda pr’al grinzi, e’ nès arfat:
tàjat la testa, t’ sparagn e t’ fé prema.

La parrucca, la dentiera, le ciglia finte, / la crema per le rughe, il naso rifatto: / tàgliati la testa, risparmi e fai prima.

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I lìbar de’ poeta

In ca’ tua u n’ s’ passa pió da i gran lìbar;
t’ é pin j armèri, i bavól;
u i n’è dal grézi int e’ tinèl,
int la cambra da lèt, só int e’ sulèr;
e u s’ dis t’a n’é parsina int e’ lucómad:
che acsé l’è tót un punzè...

Prova ad met’ e’ nès fóra dla porta,
zira par la cuntrèda,
fat racuntè da Vito i su nuventòt’an:
u j è da divertis, poeta.

(settembre 1994)

La biblioteca del poeta. In casa tua non ci si muove più per i molti libri; / ne sono pieni gli armadi, i bauli; / ce ne sono cataste nel tinello, / nella camera da letto, su in soffitta; / e si dice che ne tieni perfino nel cesso: / che così è tutto un ponzare... // Metti il naso fuori dell’uscio, / gira per la contrada, / fatti raccontare da Vito i suoi novantott’anni: / c’è da divertirsi, poeta.

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Se dadbón adlà

Se dadbón adlà i fa dó mocci
da un chènt i bun e da cl’èt’ i lazarun,
me sin d’adès a pregh e’ nost’ Signor
ch’u m’ metta pu’ du’ che vó lo,
un bus purcsia, basta che d’ ógna tènt
a possa avdèim cun quaicadun di mia
par dii tót quél ch’a n’ sò’ stè bón ad dì
quant a sami insen.

(dicembre 1994)

Se davvero nell’aldilà. Se davvero nell’aldilà fanno due mucchi / da una parte i buoni e dall’altra i lazzaroni, / io sin d’ora prego Nostro Signore / che mi metta pure dove vuole, / un buco qualsiasi, purché ogni tanto / possa vedermi con qualcuno dei miei / per dir loro tutto quello che non sono stato capace di dire / quando eravamo insieme.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli e Rita Giannini. Lettura di Denis Campitelli