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150 volte Slam: storie del grande tennis

Testo tratto dal libro omonimo di Luca Marianantoni (Bologna, Pendragon, 2019)

Il giornalista Luca Marianantoni, esperto conoscitore del mondo del tennis, ha raccolto in un volume ricco di immagini e statistiche le imprese dei campioni che hanno trionfato nel Grande Slam, la serie dei quattro tornei più prestigiosi: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open. Rievochiamo tre di queste leggende dello sport nella lettura di Marzio Bossi, per la quale siamo grati all’associazione “Legg’io”.

Bill Tilden.
Il grande Bill, primo in doppia cifra


Se per dare un valore a tennisti appartenuti a epoche differenti, fosse sufficiente misurare il modo con cui uno specifico campione ha dominato i rivali e influenzato il futuro stesso del gioco, di sicuro Bill Tilden sarebbe in cima a questa immaginaria graduatoria.
Tre successi a Wimbledon spalmati in un decennio, sette vittorie ai Campionati USA (di cui sei consecutive), sette Coppe Davis conquistate di fila: questi alcuni dei numeri dell’immortale Tilden, che nel 1930 chiuse la carriera di dilettante con un bilancio di 907 match vinti e appena 62 perduti.
Ma Bill Tilden fu un numero uno per tantissime cose: per come cercava la perfezione in campo, per come studiava la tecnica dei colpi, per le vittorie disarmanti e le sconfitte drammatiche, perché fu il primo intellettuale del tennis, uno scrittore sopraffino, snob, egocentrico, un attore più che un campione, che per vendetta aveva trasformato il campo da tennis in un palcoscenico di successo.
William Tatem Tilden nacque a Filadelfia da una famiglia benestante, ammanicata politicamente ed economicamente con alcuni inquilini della Casa Bianca come Theodore Roosevelt e William Taft. Ma la prematura perdita del padre, della madre, di tre sorelle e dell’amato fratello Herbert che lo aveva avvicinato al tennis, fu un colpo durissimo. Era uno dei raccattapalle del Germantown Cricket Club, dove aveva osservato dal vivo il tennis di Bill Larned, Holcombe Ward, Beals Wright e Norman Brookes; ma la scintilla decisiva per lui fu il gioco sfacciatamente offensivo di Maurice McLoughlin. Era quello il tennis che voleva esprimere, e che sarebbe riuscito a rendere perfetto e a mettere in pratica quasi un decennio più tardi, dopo aver recitato come attore di cinema e teatro in piccole compagnie di provincia.
Nel tennis che conta ci arrivò solo nel 1916 (aveva evitato la Grande Guerra per i piedi piatti) e nel 1919 (a 26 anni) era ancora un perfetto sconosciuto, nonostante le due finali perse contro Lindley Murray e Bill Johnston ai Campionati USA.
La sconfitta con “Little Bill” fu decisiva per dargli la scossa. Si ritirò nel Rhode Island e passò l’inverno a spaccare legna. Quando tornò era un giocatore completamente differente e iniziò a vincere contro chiunque.
Tilden aveva un fisico perfetto per il tennis, due eccezionali colpi da fondo campo (più naturale il dritto, ma molto efficace anche il rovescio al quale aveva dedicato giornate d’intenso allenamento), una violenta prima di servizio (fu calcolato che le sparasse a circa 200 km/h) e una sorprendente palla corta. Come nessuno dell’epoca, sapeva alternare colpi lenti a potenti drive, giocando talvolta in top-spin e altre volte in slice. Lobbava con precisione, aveva gambe fenomenali, una mobilità eccezionale, ma era poco sicuro nel gioco di volo.
Con questo tennis vinse Wimbledon al debutto nel 1920 superando in finale Gerald Patterson, si confermò campione l’anno dopo (arrivò a Londra malato e senza una preparazione adeguata) recuperando due set al sudafricano Brian Norton che nel quinto set si mangiò due match point: Tilden cancellò il primo con un ace, sul secondo sparò un dritto lungo e convinto di aver tirato fuori si  avviò a rete. La palla però cadde in campo e Norton sbagliò un facile passante.
Bill sparì da Wimbledon concentrandosi sui Campionati USA che vinse ininterrottamente dal 1920 al 1925 superando in finale per cinque volte Bill Johnston e per una Wallace Johnson. Dopo 42 partite vinte di fila (record avvicinato solo da Federer con 40), Tilden perse nel 1926 da Henri Cochet nei quarti in cinque set.
Fu la prima di una serie sfortunata di sconfitte contro tennisti francesi. Nel 1927, all’esordio al Roland Garros, batté Cochet in semifinale, ma perse in finale da Lacoste 11-9 al quinto dopo aver mancato due match point sul 9-8. Un mese dopo tornò a Wimbledon e perse in semifinale contro Cochet dopo essere stato avanti 6-2 6-4 5-1: subì 17 punti di fila e perse la partita 6-3 al quinto. E per chiudere l’anno nero, perse da Lacoste la finale a Forest Hills. Le sconfitte pesanti continuarono: nel 1928 e 1929 perse contro Lacoste le semifinali del Roland Garros e nel 1929 da Cochet la semifinale di Wimbledon.
Ormai trentaseienne, nel 1929 raggiunse per la decima volta la finale ai Campionati USA che vinse recuperando due set a Frank Hunter, suo abituale compagno di doppio. Infine nel 1930 perse da Cochet la sua seconda finale a Parigi, ma vinse Wimbledon per la terza volta, a dieci anni dal primo successo, battendo in tre set Wilmer Allison. Fu il suo decimo titolo dello Slam, un record durato fino alla metà degli anni Sessanta.

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René Lacoste.
Il coccodrillo più famoso del mondo


A vederlo scorrazzare quindicenne sui campi di mezza Parigi, pochi avrebbero scommesso che il piccolo René, figlio di monsieur Lacoste, un ex nuotatore diventato ingegnere e poi amministratore delegato di una facoltosa casa automobilistica di macchine di lusso – la Hispano-Suiza – potesse un giorno diventare campione di tennis e non solo.
Era abbastanza gracilino, non aveva particolari qualità e perdeva spesso con avversari modesti nei tre esclusivissimi club parigini di cui era socio: il Racing, lo Sporting e lo Stade Français. Ma quando babbo Lacoste gli chiese se non era il caso di dedicarsi ad altro sport, il giovane René pregò il padre di dargli tempo: “Smetterò di giocare se tra cinque anni non sarò diventato il migliore al mondo”.
Alla base del suo piano c’era un accurato studio degli avversari. René iniziò a collezionare libri sul tennis, prendendo appunti, schedando e catalogando in quaderni accuratissimi tutti i pregi, i difetti, i colpi migliori e le lacune degli avversari che incontrava. Il tutto allenandosi come un pazzo dalla mattina alla sera, ripetendo fino all’ossessione dritti, rovesci, passanti incrociati e lob, colpi eseguiti con una presa a mezzo manico che la “divina” Lenglen lo convinse ad abbandonare.
La determinazione e la volontà che Lacoste ha riversato sul tennis sono poi state ripagate da una carriera breve, ma ricca di successi. Nel 1924 Lacoste arrivò in finale ai Campionati di Francia, ancora riservati solo ai soci di circoli transalpini, e un mese dopo a Wimbledon, battuto in entrambe le occasioni da Borotra.
Ma l’anno dopo, alla scadenza esatta dei famosi cinque anni chiesti al padre, Lacoste batté Jean Borotra in tre set nella finale di Parigi e in quattro in quella di Wimbledon. Così, a fine anno, gli esperti dell’epoca lo proclamarono numero uno del mondo!
Tecnicamente René Lacoste era un giocatore da fondocampo, un puro regolarista che amava comandare il gioco con i piedi ancorati alla riga. Da lì partivano passanti lungolinea e incrociati, inframezzati da perfetti pallonetti che stordivano i rivali dell’epoca, ovvero il leggendario Bill Tilden e i compagni di squadra francesi: Jean Borotra, Henri Cochet e Toto Brugnon.
Dopo il successo del 1925, Lacoste rivinse Wimbledon anche nel 1928 su Cochet, poi trionfò per tre volte sulla terra del Roland Garros (1925 su Borotra, 1927 su Tilden e 1929 ancora su Borotra) e fu il primo non anglofono a conquistare Forest Hills (primo straniero dopo Laurie Doherty) che vinse per due anni di fila: nel 1926 su Borotra e nel 1927 su Tilden. La vittoria del 1926 lo rese il primo tennista di sempre capace d’imporsi in tre diversi tornei dello Slam.
Ci fu la firma indelebile di Lacoste sul primo storico successo della Francia in Coppa Davis: fu lui a vincere i due singolari contro Bill Johnston e soprattutto contro Bill Tilden nella finale di Filadelfia del 1927.
L’anno dopo, nel nuovissimo impianto del Roland Garros, Lacoste, Borotra e Cochet batterono nuovamente gli americani. A chiudere la sfida, la vittoria in quattro set di Lacoste su John Hennessey.
Quella però fu l’ultima apparizione di Lacoste in Coppa Davis. Dopo il successo al Roland Garros del 1929, Lacoste, a causa delle imperfette condizioni di salute (grave forma di bronchite cronica), decise di abbandonare, a soli venticinque anni, lasciando soltanto immaginare quanti altri successi avrebbe potuto ottenere se il suo fisico l’avesse sostenuto.
Tra il Lacoste giocatore degli anni Venti e il Lacoste fondatore della famosissima casa d’abbigliamento che tutto il mondo conosce, c’è di mezzo solo un coccodrillo. Era questo il soprannome con cui Lacoste veniva chiamato, nomignolo che ha una genesi abbastanza curiosa. Durante il Challenge Round del 1926, vinto dagli Stati Uniti per 4-1 sulla Francia, la stampa americana venne a conoscenza della strana scommessa fatta da René Lacoste con il suo capitano Pierre Gillou. Se Lacoste avesse battuto Tilden (come in realtà accadde, ma nell’ultimo e ininfluente match), Gillou promise in regalo a Lacoste una valigia in pelle di coccodrillo. Così Robert George disegnò per l’amico un coccodrillo che René fece ricamare sui blazer da indossare in campo. A lui rimase il soprannome, poi nel 1933, assieme ad Andre Gillier, il più famoso industriale tessile dell’epoca, fondò l’azienda delle famose polo. E in pochissimo tempo la Lacoste divenne la casa d’abbigliamento sportivo più famosa del mondo, tanto famosa da dettare moda.
Oggi il coccodrillo che guarda rigorosamente a destra è un impero da oltre due miliardi di euro di fatturato all’anno e propone anche calzature, profumi e accessori.

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Don Budge.
L’uomo del primo Grande Slam


Per 85 anni, dalla prima edizione di Wimbledon fino all’esplosione di Rod Laver a inizio anni Sessanta, l’americano Donald Budge è stato l’unico a completare il Grande Slam.
Donald era figlio di uno scozzese che giocava nei gloriosi Glasgow Rangers: un brutto incidente in allenamento, bronchiti varie e una salute decisamente cagionevole, lo avevano indotto – su consiglio dei medici – a scegliere un clima più mite e asciutto. Fu così che emigrò a Oakland, in California, dove aprì una lavanderia e sposò una irlandese d’America che diede alla luce Lloyd e Don: due ragazzi nati per lo sport. Lloyd, di quattro anni più grande, amava il tennis, Don invece eccelleva nel baseball, nel basket, ma soprattutto aveva una passione sviscerata per il football americano. Papà Budge, con la complicità del primogenito, spinse Don verso il tennis e, nel giorno del suo quindicesimo compleanno, quel ragazzino dalla faccia da folletto – con i capelli ondulati color fiamma, le guance rosa confetto e gli occhi del color del cielo – si iscrisse al campionato ragazzi della California e, in una sola settimana di  durissimi allenamenti, imparò tutto quello che gli servì per vincerlo.
In breve tempo Don iniziò a vincere tutti i tornei junior della California e la Federazione lo spedì a Culver, nell’Indiana, dove erano in programma i campionati juniores, che vinse battendo in finale il favorito Gene Mako. I due, pur avendo caratteri completamente differenti (introverso Don, sciupafemmine Gene), divennero amici per la pelle, uniti anche dalla passione per il jazz: andavano in giro per tornei sempre con l’inseparabile grammofono e i dischi di Benny Goodman.
Don iniziò a trasformare il tennis in qualcosa di perfetto; giocava come se stesse leggendo gli spartiti di quella musica che tanto amava, conferendo al suo stile di gioco un ritmo moderno, sincopato, frizzante e accattivante. Fuse la potenza di Ellsworth Vines con la leggerezza e l’anticipo di Fred Perry, e il risultato determinò un campione immortale, giudicato alla fine degli anni Settanta – in due libri scritti da Vines e Kramer – come il più forte tennista di tutti i tempi (classifica che teneva conto anche di un certo Rod Laver).
Budge aveva un rovescio devastante, ma anche il dritto era all’altezza della situazione. Usava una racchetta molto pesante; non andava molto a rete, ma raramente sbagliava una volée. Il servizio era molto sicuro, come lo smash, ma la cosa che lo rese unico fu il perfetto timing nell’eseguire i colpi più difficili.
Il rosso esordì negli Slam a Forest Hills 1934, ma fu soltanto nella prima trasferta europea del 1935 che balzò agli onori delle cronache internazionali grazie alla semifinale ottenuta a Wimbledon e persa in quattro set contro Gottfried Von Cramm, che diventerà il suo rivale più acerrimo. Ma anche per la gaffe del saluto alla regina Mary durante la sfida dei quarti con il suddito Bunny Austin. Il britannico s’inchinò alla sua vista, Don invece agitò la racchetta con un gesto decisamente informale, scatenando stupore ma anche ilarità.
Dopo il debutto in Coppa Davis, trascinò gli americani alla finale, ma si dovette arrendere a Fred Perry che era il numero uno del mondo. Contro il britannico perse ancora in quattro set la semifinale di Wimbledon 1936 e in cinque – dopo essere stato avanti 5-3 nel set decisivo – la finale di Forest Hills.
Quando Perry passò professionista, Don Budge straripò; dal luglio del 1937 fino al settembre del 1938 non perse neppure un match. Vinse il primo Slam a Wimbledon superando in semifinale i malefici chop di Parker e in finale la classe di Von Cramm. Poi superò ancora Von Cramm nell’indimenticata sfida di Coppa Davis, forse il più emozionante match nella storia della vecchia insalatiera. E a settembre batté ancora una volta Von Cramm in finale a Forest Hills.
Budge iniziò il 1938 puntando apertamente al Grande Slam e lo fece limitando i tornei, consapevole che il motivo del mancato poker di Crawford nel 1933 e di Perry nel 1934, stava tutto in un calendario troppo fitto. Non fu però una passeggiata, nonostante vittorie molto nette sul campo. In Australia perse la voce ma vinse in finale su Bromwich. A Parigi lasciò due set all’oscuro mancino jugoslavo Kukuljevic, poi fu attaccato dalla dissenteria, ma vinse in finale su Menzel. Trionfò anche a Wimbledon lasciando in finale quattro game al povero Austin. E a settembre, dopo aver condotto gli Stati Uniti alla vittoria nel Challenge Round contro l’Australia, trionfò a Forest Hills concedendo in finale all’amico Mako l’unico set del torneo.
Il suo passaggio tra i professionisti, alla fine di quel magico 1938, pose fine alla carriera di Don. Continuò a dominare, ascoltando musica jazz fino alla fine dei suoi giorni.

Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Marzio Bossi (associazione "Legg'io")