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25 Novembre 2010 | Racconti d'autore

Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi

di Donato Ungaro, Battei, 2010 (prima puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

25 novembre 2010

Dalla fantasia del giornalista Donato Ungaro nasce un appassionante racconto ambientato sulle rive del Po che rievoca, a cinquant’anni di distanza, le atmosfere dell’intramontabile saga guareschiana di Peppone e don Camillo. Protagonisti, i nipoti dei due eterni duellanti: il giovane ingegnere Giuseppe Bottazzi, che dal celebre nonno comunista eredita non solo una casa nella Bassa ma anche il nome e il cognome, e la missionaria laica Cesira, unica discendente del famoso parroco. Per un caso fortuito i due s’incontrano dando inizio a una lunga serie d’avventure.

Egregio ingegner
Giuseppe Bottazzi…

Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi con la presente l’amministrazione comunale si pregia di informare la S.V. che si rende necessario effettuare l’esumazione del Suo congiunto Bottazzi Giuseppe. Detta esumazione deve avvenire nel più breve tempo possibile, in quanto la scrivente amministrazione ha deciso di ampliare il cimitero del capoluogo. Per poter permettere la realizzazione di tale progetto si rende assolutamente necessario, anche se doloroso, abbattere l’ala Est del cimitero, dove si trova il loculo che ospita le spoglie del Suo compianto congiunto. E’ necessaria la Sua presenza il giorno X alle ore X per poter perfezionare la documentazione relativa alla pratica in parola. Distinti saluti Il Sindaco” Seguiva una traduzione in tedesco, che appariva all’ingegnere assolutamente fuori luogo; lo faceva sembrare un estraneo, ancor più di quanto non si sentisse già fuori posto per conto proprio. Il taxi era uscito dalla città da parecchi minuti e si poteva già vedere la campagna della Bassa; ma l’ingegnere non la riconosceva più.

La campagna del Giuseppe Bottazzi bambino, di quando suo padre lo portava a trascorrere le vacanze estive dai nonni, in Italia. Al paese. Il pensiero dell’ingegnere tornava a quei giorni, a quelle sensazioni, al tepore del sole di giugno; il sole italiano. I pensieri si formavano nella mente dell’uomo in tedesco. Data la sua abitudine a parlare esclusivamente in tedesco, non poteva che pensare in tedesco. L’ingegnere Giuseppe Bottazzi era nato in riva al Po, ma suo padre si era trasferito in Germania quando lui era ancora un bambino, chiamato da una grande fabbrica di automobili. L’offerta fatta era semplice: si trattava di assemblare a mano alcune automobili di particolare prestigio. Serviva la capacità e l’estro di un artigiano, di un meccanico di campagna; e la scelta era caduta su suo padre.

Il direttore della fabbrica aveva apprezzato la fantasia degli artigiani italiani; e del padre dell’ingegnere in particolare, perchè aveva avuto modo di conoscerlo personalmente, durante un periodo trascorso in Italia. Un’offerta così non poteva che essere accettata. E infatti il padre del futuro ingegnere l’accettò, trasferendosi con moglie e figlio in Germania; ma una volta all’anno riportava il figlio al paese, dove vivevano ancora i suoi vecchi genitori. Lasciava loro il bambino e tornava a occupare il posto di capo del settore prototipi che si era guadagnato con le sue capacità, senza lauree e diplomi, solo con la sua bravura.

Ma suo figlio doveva avercela a tutti i costi, quella benedetta laurea, quel pezzo di carta che tanto mancava al meccanico di campagna. E così ecco un ingegnere oriundo, che pensa in tedesco e parla in italiano, tornare al paese dopo venticinque anni per cavare fuori da una tomba il nonno, del quale porta nome e cognome, ma di cui aveva quasi dimenticato l’esistenza; tutto era però tornato alla mente dell’uomo dopo quella lettera. …del Suo congiunto Bottazzi Giuseppe … . Il relatore della lettera aveva dimenticato di mettere il soprannome, lo «scotmai» come si dice da quelle parti, del nonno dell’ingegnere: Peppone. – Ecco, siamo arrivati. Le parole del tassista distolsero l’ingegnere dai pensieri, dai ricordi infantili del nonno. Stavano entrando in paese. Com’era cambiato; come cercava di mostrarsi ordinato e pulito agliocchi dei forestieri: il paese era cambiato fisicamente, la campagna no. E l’ingegnere capiva che se la campagna era uguale a trent’anni prima, ma a lui sembrava diversa, la cosa non poteva che avere una conclusione: era cambiato lui. Davanti all’albergo l’ingegnere pagò il tassista e si infilò, quasi di corsa, nell’atrio dell’edificio.

– Buon giorno ingegnere, ha fatto buon viaggio? – chiese il portiere, dopo aver visto i documenti del Bottazzi. – Si, grazie – rispose l’ingegnere – mi faccia portare i bagagli in camera e mi indichi la strada per il municipio. L’uomo uscì nel piazzaletto antistante l’albergo e si avviò per le strade nuove che non conosceva, finché poco alla volta si avvicinò al centro del piccolo paese, dove esistevano ancora le case dei suoi ricordi, dove sapeva di trovare la casa di suo nonno, la casa dove era nato suo padre; e dove era nato lui. Doveva per forza passarci davanti e la cosa lo disturbava un poco, lo metteva a disagio; si sentiva osservato dalla casa. E criticato.

Ecco, dopo quasi trent’anni viene sulla tomba del nonno solo perché lo chiamano dal comune; e si presenta senza un fiore». Sapeva che quelle parole non venivano dalla casa, ma dalla sua coscienza; passò oltre e sentì il cuore appena più leggero.

Lo fecero accomodare davanti alla porta dell’ufficio del sindaco; non c’era anticamera, solo una fila di sedie addossate a una parete lungo un corridoio, dove passavano impiegati comunali e cittadini. Si sedette sulla sedia più prossima alla porta del sindaco e attese pazientemente. Dopo pochi minuti si avvicinò una giovane donna, dalla pelle molto abbronzata, robusta, sana. Gli si sedette di fianco e lo salutò solo con una smorfia della bocca, che con un po’ di buona volontà si sarebbe potuta accettare come un sorriso.

Il sindaco aprì la porta e li intravide oltre la cortina degli impiegati che andavano e venivano. – Accomodatevi. Quella parola, pronunciata al plurale, spiazzo entrambi e si alzarono dalle rispettive sedie e si avviarono verso la porta dell’ufficio; il sindaco li attendeva sulla soglia.

– Prego, prego entrate pure. Ditemi, cosa posso fare per voi ? – Probabilmente c’è un malinteso – spiegò subito l’ingegnere – io ho ricevuto questa missiva e mi sono presentato, ma da solo. Non ho il piacere di conoscere la signorina. – Anch’io ho ricevuto una lettera – aggiunse la donna, allungando anch’ella una lettera al sindaco. Il sindaco si fece consegnare le due lettere e fece cenno alla strana coppia di accomodarsi, mentre lui faceva il giro della scrivania e prendeva posto sulla sua poltrona. – Io devo chiedervi innanzitutto scusa per il malinteso, ma dato che, a quanto vedo, siete qui per lo stesso motivo, se volete potete farmi parlare una volta sola, spiegando la cosa a entrambi. – Come, siamo qui per la stessa cosa? – l’ingegnere cominciava a dare segni di nervosismo – Pensavo di essere stato convocato solo io, per l’esumazione di mio nonno. Del resto, non capisco chi altri avreste potuto trovare. – No, no. E’ meglio chiarire subito l’equivoco, prima di complicare le cose.

Quando vi ho visti seduti fuori dal mio ufficio credevo che foste marito e moglie, e vi ho chiamati dentro insieme, ma poi mi sono accorto che siete stati convocati entrambi per l’esumazione di un vostro caro. Per questo ho pensato di potervi esporre il problema in maniera congiunta, anche perché vorrei di lasciarvi pensare con calma sulla questione che ho da esporvi; non vorrei che le decisioni avventate espresse sull’onda emotiva del momento potessero complicare le cose. – Io non ho problemi – annui la donna.

– Neppure io, basta che si possa fare un po’ alla svelta, perché dovrei rientrare in Germania con una certa urgenza. – Alle volte il destino è strano – continuò il sindaco – i vostri rispettivi parenti, suo nonno e il suo prozio, hanno animato parecchio gli animi nell’immediato dopo guerra, qui in paese. Si potrebbe scrivere un libro sulle loro, chiamiamole discussioni, e sul loro modo di accomodare le cose. La politica complicava maledettamente le cose e loro due spesso si trovavano in posizioni che allora erano ben più contrapposte, rispetto allo scenario politico attuale. I due personaggi seduti di fronte al sindaco non capivano bene la situazione, in quanto il buon uomo parlava di cose a lui assolutamente note, di episodi di cui i vecchi parlavano ancora al caffè; ma per i due giovani le cose erano ben diverse. Non conoscevano la situazione. – Potrebbe essere un po’ più chiaro, signor sindaco? – intervenne la donna – Io manco dall’Italia da circa vent’anni, sono missionaria laica. Mia madre mi accennava qualcosa del carattere irruente di suo zio, ma non ho ricordi tali da poter mettere a fuoco la situazione.

– Anch’io ho pochi ricordi infantili di mio nonno – aggiunse l’ingegnere – non capisco a cosa si riferisca, signor sindaco.
– Cercherò di fare un po’ di chiarezza; suo nonno è stato il sindaco del paese – disse il successore di Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, rivolgendosi all’ingegnere – e il suo prozio, don Camillo, era il parroco – aggiunse rivolto alla donna.
– La cosa detta così potrebbe sembrare di poco conto, ma basterebbe chiamare qualche persona avanti con gli anni per sentirne delle belle.

– Comunque la questione mi interessa poco, sapevo che mio nonno aveva rivestito incarichi politici, ma la faccenda ha un peso relativo. Anzi tornando al motivo della sua gentile chiamata, ho già disposto che una ditta di mia fiducia si incarichi del rimpatrio dei resti di mio nonno, così che possa riposare accanto a mia nonna, che già si trova in Germania.

– Questa affermazione dimostra tutta la sua intelligenza e comprensione nei confronti dell’amministrazione che mi onoro di presiedere, la quale ha pensato bene, proprio poco prima che finisca il nostro mandato, di mettere in cantiere un’opera così indispensabile per la comunità. Spero che anche la qui presente signorina si unisca alla sua saggia decisione, in modo che si possa procedere alla definizione degli ultimi documenti e arrivare all’assegnazione dell’appalto.

La donna guardò con faccia stranita tutt’e due i personaggi seduti davanti a lei.
– Ma suo nonno era di origini tedesche? – chiese rivolta all’ingegnere.
– No – rispose questi – perché questa domanda?
– Anzi – intervenne ridendo il sindaco – il mio buon predecessore ha combattuto nelle formazioni partigiane; e poi, passata la faccenda della guerra, si è buttato in politica e bisogna dire, senza voler ledere la sua posizione laica di professione di fede, che Bottazzi Giuseppe, detto Peppone, era conosciuto come un mangiapreti.

Un attimo di silenzio pesante come un macigno imperò nell’aria, nell’ufficio del sindaco.
– Io non ho conosciuto questo Peppone, ma il pensiero che un uomo che ha combattuto i tedeschi, durante la guerra, venga sradicato dal proprio paese per essere portato in un cimitero tedesco, e oltre tutto si debba anche chiamare questa operazione “rimpatrio”, mi fa ribrezzo.
Così dicendo la donna si alzò avviandosi verso la porta; giunta sulla soglia si volto verso gli uomini rimasti seduti.
– A me questo Peppone risulta simpatico, e se impedendo l’esumazione di mio zio riuscirò anche a impedire il sacrilegio del “rimpatrio in terra straniera” di questo mangiapreti sarò ben felice. E uscì sbattendo la porta.
– Non si preoccupi ingegnere, le donne agiscono d’impulso, ma cambierà idea – disse il sindaco – mi segua nell’ufficio tecnico che le mostro il progetto del nuovo cimitero.

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