23 settembre 2010
Come si diventa scrittori inutili? Lo scrive in un divertente manuale di scrittura inutile, appunto, Ermanno Cavazzoni, reggiano nato nel 1947 e residente a Bologna, dove insegna all’Università, autore apprezzato per la sua comicità (dal suo Il poema dei lunatici Fellini ha tratto il suo ultimo film, La voce della luna) che, in questo caso, aiuta a far perdere peso e credibilità all’incredibile massa di letteratura o pseudo tale, che la nostra società produce. Nel libro si trovano 49 ritratti di scrittori inutili che si propongono come esempio per chi voglia diventare a sua volta uno scrittore inutile. A completamento, sette lezioni di sette docenti di un’ideale scuola di scrittura: sette perché tante sono le materie da insegnare, come i vizi capitali.
Avvertenze per l’uso del libro
Chi voglia diventare scrittore inutile, non ha che da esercitarsi. Ed è raccomandato l’esercizio dei vizi, che sono sette; occorre insistere in ciascuno di essi fin che improvvisamente non si apre una nuova visuale e si resta lì muti, molli e incapaci del tutto.
Ma poiché non è facile a volte diventare anche solo scrittori, ci sono per questo le scuole. Una scuola di scrittura che si rispetti introduce al vizio l’allievo; perciò le scuole saranno formate da sette docenti, essendo sette le materie insegnabili. Per compilare il manualetto che segue un allievo principiante si è sottoposto a sette lezioni (di lussuria, gola, avarizia, accidia, invidia, ira e superbia), le quali sono state fedelmente trascritte affinché chiunque in futuro se ne possa liberamente giovare.
Ma neppure è facile diventare inutili, per quanto si studi, ci si applichi e ci si ingegni; a meno che la vita con le sue evenienze non ci venga in soccorso. E le evenienze si è appurato che sono sette: le scuole che si frequentano, le famiglie da cui si viene adottati, le angherie patite, le speranze che sfumano, i fantasmi che vengono in visita, i vagabondi che si finisce per essere e le demenze da cui non si scampa.
Se si combinano i vizi con le evenienze si hanno esattamente quarantanove casi possibili, che sono quelli appunto qui raccolti e ordinati.
Uno scrittore prese moglie e immediatamente fu odiato. Sarebbe stato odiato ugualmente anche non fosse stato scrittore, perché le mogli almeno dal diciassettesimo secolo odiano sempre i mariti; e qualora ciò non appaia, significa che l’odio cova in silenzio. Bisogna tuttavia dire che nel panorama sociale vigente uno scrittore è persona odiosa: si aggira per casa alla ricerca di un’idea da trascrivere e intanto guarda nel frigorifero, si taglia due fette di coppa, si frigge un uovo, assaggia il sugo di carne, poi si cuoce eventualmente un piatto di fettuccine al sugo di carne, non perché abbia fame, ma perché uno scrittore in stato rimuginativo è nervoso e mangia senza saperlo, già di primo mattino; poi si fa il caffè e mangia di nuovo, sempre rimuginando e senza saperlo, ad esempio fette di pane con la maionese, dei salamini; che sbocconcella spalmati di senape tra la cucina, il balcone e la sala da pranzo. La moglie potrebbe non farci caso, perché lo scrittore non fa rumore; si aggira per casa come un’anima in pena, senza parlare, senza dar noia; ma le mogli dopo la rivoluzione borghese di cui parla Max Weber, odiano qualunque marito, che si muova o stia fermo; e lo odiano anche quando se ne sta nel suo studio gonfio e semiassopito tra i libri, come agli scrittori accade; di passare la seconda parte del giorno appisolati in poltrona, con una penna a portata di mano, se mai un’idea all’improvviso dovesse insorgere e scuoterli.
Lo scrittore suddetto inoltre era stitico, cosa che non è di ogni scrittore, quindi passava molto tempo chiuso nel gabinetto dove teneva carta e penna su uno sgabellino, e la moglie anche per questo lo odiava, come l’avrebbe odiato fosse stato intestinalmente normale; giacché il matrimonio è un’istituzione che improvvisamente nel diciassettesimo secolo evolve verso la contraddizione sociale, come dice Max Weber; ossia la moglie in quell’epoca pur continuando ad ammettere come nei passati secoli l’idea di marito in generale, odia tuttavia ogni marito specifico. In altri termini, sempre come dice Max Weber, ad essere odiato è il marito in atto, in quanto non è più marito in potenza; finché resta in potenza presenta a partire dal diciassettesimo secolo l’attrattiva dell’evasione amorosa. Un sogno antisociale di fuga romantica (è qui la contraddizione) dà luogo alla società. Da cui, dice Max Weber, l’odio per via dell’immaginazione delusa. Ma nella fattispecie codesto marito scrittore era talmente statico e inerte, e privo di ogni impulso ad uscire che, bisogna ammettere, l’avrebbe odiato anche Max Weber, che non aveva notoriamente propensione alcuna alla fuga o alla fuga d’amore. Max Weber sopportava tutto, pur di coltivare i suoi studi, diceva sempre di sì: va bene, diceva; come volete voi, diceva ai suoi famigliari. Ma se avesse avuto lo scrittore per casa, l’avesse avuto sotto gli occhi mentre gironzolava come suo solito in giacca da camera e con certi pantaloni di vellutino, sformati a forza di stare a sedere un po’ qui un po’ là, e unti di cibo, anche Max Weber si sarebbe associato alla moglie nell’odio, a prescindere dalla rivoluzione borghese del diciassettesimo secolo.
Questo scrittore comunque sapeva che la moglie l’odiava, e pensava anche che l’odiava non per sua colpa, ma in seguito alla rivoluzione borghese, ossia per necessità sociologica e storica. Dall’odio ne era però disturbato e reso inquieto. Max Weber dice che l’inquietudine è un sentimento che si può far risalire al diciassettesimo secolo. Non trovando più soddisfazione nella famiglia, l’individuo inquieto si volge all’esterno, e fioriscono così le manifatture, l’amore per il rischio finanziario, le avventure commerciali, il dinamismo economico, l’imprenditoria; mentre a casa la moglie coltivando quest’odio nuovo e indefesso costringe il marito a tale estroflessione, allo spirito capitalista, al moderno assetto sociale.
Lo scrittore non era d’accordo su questo punto con Max Weber. Secondo lui l’inquietudine produceva una sensazione incessante di fame, per via della quale la società del diciassettesimo secolo aveva perduto l’elevatezza di spirito, la disposizione all’ascesi, la metafisica, l’esercizio sublime delle lettere e delle arti, ed era evoluta verso il materialismo alimentare, il consumismo, come suol dirsi, del quale il frigorifero è il simbolo. E lui stesso lo può testimoniare. Siamo in una civiltà opulenta – suole dir lo scrittore -; un tempo ero magro; per l’inquietudine adesso son grasso; e c’è il problema di smaltire i rifiuti, che oggi è il maggiore problema, nato dallo spirito del capitalismo, direbbe Max Weber.