14 ottobre 2010
Come si diventa scrittori inutili? Lo scrive in un divertente manuale di scrittura inutile, appunto, Ermanno Cavazzoni, reggiano nato nel 1947 e residente a Bologna, dove insegna all’Università, autore apprezzato per la sua comicità (dal suo Il poema dei lunatici Fellini ha tratto il suo ultimo film, La voce della luna) che, in questo caso, aiuta a far perdere peso e credibilità all’incredibile massa di letteratura o pseudo tale, che la nostra società produce. Nel libro si trovano 49 ritratti di scrittori inutili che si propongono come esempio per chi voglia diventare a sua volta uno scrittore inutile. A completamento, sette lezioni di sette docenti di un’ideale scuola di scrittura: sette perché tante sono le materie da insegnare, come i vizi capitali.
46. Cooperativa a pagamento
Un giorno alcuni scrittori maltrattati e mai pubblicati diedero vita ad una cooperativa scrittori che aveva come articolo primo di pubblicare gli scritti degli scrittori maltrattati e non pubblicati, e ciò per dimostrare che spesso si maltrattano e non si pubblicano dei capolavori, ad esempio i loro, che furono infatti pubblicati per primi. La cooperativa scrittori contava cinque scrittori cui se ne aggiunsero molti parimenti maltrattati e rifiutati a priori dalle case editrici. Ogni scrittore nuovo pagava una quota di partecipazione alla cooperativa che corrispondeva alle spese di stampa e tiratura del libro.
Capitò che dei critici considerati incapaci dalle riviste di critica, ma a loro dire finissimi e non allineati, si riunissero dando vita ad una rivista di critica, la quale si voleva specializzare in scrittori maltrattati e tenuti ai margini, che avessero scritto in realtà capolavori non ancora scoperti. Così i critici della rivista recensivano gli scrittori della cooperativa per naturale affinità, dicendo di ciascuno che era autore di un capolavoro, costituente un genere a parte, mai visto fino ad allora. Però per dir ciò chiedevano un abbonamento da sostenitore allo scrittore recensito e a nove estimatori da lui segnalati, non importa se amici, colleghi d’ufficio o parenti prossimi. Il sostenitore pagava il prezzo dell’abbonamento maggiorato di dieci volte. Tale esborso era necessario per tenere in vita la sola rivista che dicesse la verità sui capolavori di oggi, dato che le altre riviste erano asservite alle case editrici e inclini al falso. Ma le case editrici facevano una guerra spietata alla cooperativa scrittori e alla rivista dei critici non allineati, tanto che i libri non si vendevano; quindi era inutile metterli in vendita, dicevano i cinque fondatori della cooperativa, perché anche i librai erano nemici acerrimi del bello e dei veri capolavori, destinati a rimanere nell’ombra per un certo numero di anni, finché sarebbero esplosi: allora molti si mangeranno le dita, si dicevano i cinque, e si dovrà riscrivere la storia della letteratura. L’identica cosa la scrivevano sulla rivista i critici non allineati, i quali erano cinque; ed erano in realtà i cinque fondatori della cooperativa, che si firmavano con uno pseudonimo per essere più liberi di criticare e dare giudizi. Tale sistema autarchico editoriale viveva benissimo: erano stati pubblicati 1440 scrittori (oltre ai cinque originari), tutti capolavori ognuno di un genere nuovo, ed erano stati fatti contemporaneamente 14.400 abbonamenti alla rivista. Gli scrittori potevano comprare i propri libri e darli in omaggio, cosa che conveniva: perché si diffondeva così la cultura, e perché quando un libro risultava esaurito un critico lo segnalava sulla rivista con nuove lodi. La segnalazione andava corroborata da 10 nuovi abbonamenti. In caso di 15 lo scrittore aveva diritto a un’intervista sul suo capolavoro. In caso di 30, a una tavola rotonda. In caso di 50 o più abbonamenti si faceva un congresso specifico nella sede della rivista e un rinfresco. Così 650 capolavori andarono in poco tempo esauriti; dei quali 200 furono segnalati sulla rivista, 100 con un’intervista, e 12 con un dibattito. Contando anche un congresso specifico, si ebbe un totale di 3230 abbonamenti che aggiunti a quelli già in corso, assommarono a 17.630. Gli abbonamenti avevano la durata di almeno tre anni.
Comunque tra i vari scrittori, lo scrittore più acclamato, recensito e ristampato, e su cui si fecero nel corso degli anni numerosi congressi con buffet freddo e ripetute interviste, era uno scrittore ridotto in estrema miseria. Aveva ereditato un patrimonio discreto da un nonno e da uno zio materno, ma col successo l’eredità gli era tutta sfumata. Si facciano i conti di quanto possono costare dieci congressi. I critici non allineati erano dell’opinione che fosse stato un legittimo e clamoroso successo, perché le pagine del suo libro (breve ma denso capolavoro) facevano molta impressione alla prima lettura; ma a rileggerle oggi – chiedevano – dimostreranno di reggere al tempo? I cinque scrittori della cooperativa chiedevano anche: si potrebbe fare un congresso su ciò? Ma l’ultima ristampa giaceva invenduta e lo scrittore, povero e desolato, sentiva che ormai non sarebbe più stata riscritta la storia della letteratura per lui, non avendo più un soldo da spendere.
Congedo dal libro
In conclusione sembra che l’attività spirituale del leggere sia sommamente malsana; e induca ad una più celere putrefazione dei corpi. La visione di una sala di lettura produce un leggero ribrezzo nel cittadino normale, come vedere una corsia d’ospedale o un dormitorio di pubblica carità, dove dei poveretti depositano il corpo, dotato ancora di vita, seppure in forma attenuata.
Se le biblioteche fossero all’aperto, nei prati, e i lettori si spargessero per la campagna, tra i pascoli; se stessero coi piedi nell’acqua corrente e si tenessero rinfrescata la testa, ci sarebbe molta più sanità e il personale professerebbe una filosofia più ottimista. Ci fosse anche un venticello perpetuo, leggero, che muova le pagine e spazzi la forfora e i capelli caduti, sarebbe una sorta di paradiso terrestre, una specie di aprile perpetuo.
Purtroppo non si conosce nessun paradiso bibliotecario; nessuno l’ha immaginato. Nel paradiso in genere, mi spiace dirlo, ci son pochi libri, anzi sembra ci sia un grado elevato di analfabetismo.
Tuttavia bisogna riconoscere che l’esperienza continuativa della biblioteca è in prospettiva un vantaggio per l’essere umano; perché prepara più profondamente al cimitero e alla morte; ossia prepara in una certa maniera all’aldilà. Infatti posso asserire che il purgatorio, se c’è (ed è probabile), somiglia molto, moltissimo, ad una biblioteca antiquata. Lo si può descrivere: è un luogo un po’ triste, molto vasto, rivestito di legno; con luce scarsa e artificiale; dove appunto si va per emendarsi. Si sta seduti ad un tavolo, per secoli, con altri derelitti, coi quali però non si parla. Mai. Vietato. E dai quali promana un odore leggero di cadaverina, e di fumo di sigaretta, indelebile. In genere in purgatorio si sta lì e si aspetta un libro; non si sa quale con precisione. Perché in purgatorio non si ha molta memoria. Si può aspettare per anni. E aspettare fa bene allo spirito; toglie tutta l’ansia e la frenesia della vita moderna; e avvia alla temperanza.
Nei primi mesi di attesa generalmente si scalpita e viene fame. Circolano allora sotto i banchi, illegalmente, dei panini al salame. In purgatorio non sarebbero ammessi; soprattutto non è ammesso il salame. Ma l’impazienza fa venire fame: chi è appena giunto non sa che è la pazienza il segno dell’emendamento; per dimostrarla tuttavia, la pazienza, occorrono secoli. Occorrerebbe in un certo senso tutta l’eternità. Perché si può dare il caso, e non è raro, che dopo mille anni di silenzio e rassegnazione senza che sia giunto mai nessun libro dagli addetti, si può dare il caso che l’anima abbia uno scatto di impazienza e di ira; si alzi ad esempio in piedi sul banco e gridi un’offesa al purgatorio e al sistema di distribuzione del libro; o chieda se la scheda non sarà andata perduta in un cassetto del cielo (e questa è ironia, figlia diretta della superbia); o si può dare il caso che l’anima dia un morso a del pane, comprato secoli addietro, ma fino ad allora tenuto con noncuranza e modestia in una tasca, assieme al salame incartato. Uno scatto di nervi o di gola dimostra che mille anni non sono serviti, e non si è imparato che cos’è la pazienza.
Non si sa poi se i libri ci sono davvero, e se ogni tanto qualcuno ne giunge. Questo fatto non è rivelato. E se mai ce ne sono, è difficile immaginare di che libri si tratta; probabilmente testi eruditi, critiche, commenti a commenti, noiosi, al punto che noi qui in terra non lo potremmo mai immaginare.
Ci sono anche altri purgatori, ma tutti per qualche verso analoghi al principio della biblioteca. Ce n’è uno ad esempio che sembra identico a un ospedale. Lì si sta a letto per migliaia di anni, in camerate con tantissime file di letti; e una luce perenne, bassa, al neon. Lì si è un po’ deboli, si passeggia ogni tanto per qualche metro, con la testa che gira; si passeggia in pantofole, per pochi minuti, una volta ogni duecento anni, poi si torna subito a letto. Invece di bibliotecari ci sono infermieri e suore; suore concepite per il purgatorio; e più che altro però le si aspetta. Si aspetta un’iniezione ad esempio, o un clistere, per secoli. Fin che si perde la nozione del tempo. Si sente qualcuno che si lamenta, per una colica, si lamenta anche per mesi, notte e giorno, o per anni, dimostrando poca pazienza e poca rassegnazione.
Altri purgatori hanno la forma dell’ufficio ministeriale. Altri della caserma (sono i più ridicoli, perché si sta sempre di guardia in una garitta, in attesa di un presentat’arm sempre imminente). Altri hanno l’aspetto della classe scolastica, ma il maestro non entra mai; si intravvede solo il bidello sull’uscio, che dice: “… silenzio! sta arrivando il maestro”; poi scompare nei corridoi con il vicepreside, e passano anni prima che torni a affacciarsi e dica: “… è già qui; silenzio! a posto!”
Questo purgatorio scolastico si trova al gradino più basso dell’aldilà, perché non c’è la calma spontanea ad esempio dell’ospedale o della biblioteca. Le anime che finiscono in classe sono ancora piene di smanie, tirano elastici, ad esempio, con molta passione; o si tirano i peli, reciprocamente; e ridono, soprattutto ridono; sono anime che ridono, a bassa voce, per delle stoltezze di pochissimo spirito. È un riso gaglioffo, basso, diffuso; dura mesi, dopo che uno ha tirato un semplice elastico, ad esempio verso il bidello, o verso la sala insegnanti, la presunta sala insegnanti. Questo per dire quanto sia endemico il riso, e quanto sia lungi dalla pazienza e dall’emendazione.
Ma sembra che anche in purgatorio si faccia carriera, e la classe scolastica sia solo per i nuovi venuti, ancora tutti focosi e vani. Poi il fuoco dopo vari secoli si attenua, e si passa in caserma; poi viene l’ufficio, migliaia di anni a non fare niente, dietro una scrivania, in attesa delle sei del pomeriggio, che non vengono mai. Poi c’è la biblioteca (che non è per tutti indiscriminatamente) o altri purgatori di pari livello. Poi l’ospedale. E infine una specie di cimitero, dove si giunge quando si è calmi del tutto, senza più nessun vizio; e lì si sta a aspettare eternamente non si sa cosa; a volte con un libro come questo sotto la testa che fa compagnia.