26 giugno 2008
“Viaggio insolito, obliquo e sentimentale” recita il sottotitolo dell’ultimo lavoro di Andrea Villani, fondatore del periodico “Terre Verdiane News”, autore di teatro e scrittore attento alla poesia del territorio. In questo libro – afferma Francesca Mazzucato nell’Introduzione – “ci sono cose che nessuno potrebbe immaginare, curiosità, follie, sbandamenti, e giochi di prestigio”; c’è il territorio, pieno di magia sentimentale, legato all’epopea verdiana: l’affascinante Emilia ricca di storie e segreti che si concentra intorno a Parma e ai suoi miti, piccoli e grandi.
Fidenza/Toccalmatto
Dietro le colline si comincia a vedere Fidenza. Poi tutta la bassa.
Vi stavo cercando
7 KM USCITA FIDENZA. Walter Braschi era sfrecciato a fianco di quell’uscita migliaia e migliaia di volte.
Viveva a Milano da tanti di quegli anni che non ricordava neppure quanti. Walter Braschi ce l’aveva fatta. Non certo grazie al suo paesino d’origine. Toccalmatto si chiamava. E a lui, a Walter, gli veniva da ridere solo a pensare a quel nome. Passava spesso vicino a quel piccolo paese. Molto vicino. Ma l’autostrada è una specie di zona franca. Che fa venire in mente il “raggio di curvatura” di Star Trek dove passi accanto alle cose ma in tempi e spazi talmente diversi che quelle cose, in realtà, ti sembra di non sfiorarle neanche. Di Toccalmatto gli parlavano i suoi. Che si erano trasferiti a Milano quando lui era piccolo e sua madre era incinta di sua sorella. Così è andata a finire che sua sorella, a Milano, c’è nata davvero. E sulla carta d’identità c’era scritto nata a Milano. Mica nato a Fidenza il 13 maggio del 1957 come c’era scritto sulla sua. La carta d’identità di Walter Braschi, emiliano d’origine. Professione: scrittore e regista. Residente in via Solferino, 117 a Milano, ma quasi sempre a Roma per lavoro. Walter Braschi non si era ancora sposato. Aveva avuto storie. Ma nulla di più. Walter scriveva piuttosto bene. Ora lavorava per la televisione. Era molto conosciuto nell’ambiente e di lì a un mese sarebbe uscita la sua terza fiction: L’ultima Coppia con Franco Mariani e Fabiana Contrada. Ma ogni film che produceva gli sembrava di perdere, sempre di più, il contatto con se stesso. Oltre che con il resto del mondo. Era una sensazione contrastante. Anomala.
Sembravano fatti di plastica quei film.
“I segni della diversità, dello specifico, della differenza, sono sempre più negati. Il mondo tende all’omologazione non alla distinzione. E un processo che, come quasi tutte le cose, è mosso dall’economia. La televisione spiana le menti come una sfoglia e ci rende tutti uguali. Dobbiamo essere tutti uguali perché le nostre teste devono essere standard per apprezzare i prodotti industriali. Le imprese devono poter vendere ovunque lo stesso prodotto passando sopra ai gusti e alle culture”.
Walter Braschi aveva rilasciato questa intervista per «L’Espresso» tanti anni prima. Ora invece aveva cominciato il tour televisivo, Domenica In, Buona Domenica, Porta a Porta. “Che due maroni”, pensò Walter Braschi che detestava due cose nella vita e una era il presenzialismo televisivo.
L’altra era la nebbia.
La nebbia cattiva che iniziava dalle parti di Bologna, e anche prima. Che lo accompagnava fin sotto il portone di casa. Una nebbia avvolgente quella padana. Perfida. Gli si parava contro appena raggiunta la pianura e non capiva mai a che velocità bisognasse procedere. A una certa andatura gli pareva di andare troppo veloce, di rischiare di sbattere. Temeva che, da un momento all’altro, gli si potesse materializzare davanti un camion o una corriera. Qualcosa di gigantesco e mortale. Ma quando decideva di andare più piano lo assaliva un’angoscia ancora più profonda.
Quella di essere tamponato. Allora fissava lo specchietto retrovisore nell’attesa di un lampo, prima, e di uno schianto, senz’altro mortale, dopo.
Quella sera, di nebbia, ce n’era davvero tanta. Giallognola. Umida e densa. Un muro alto di vapore e condensa irritante. Una specie di maledizione. Walter Braschi non ce la faceva più. Toccò appena la leva dell’indicatore di direzione che lampeggiò sulla destra una decina di secondi e uscì al casello di Fidenza. Imboccò l’uscita telepass e si trovò sulla strada comunale.
“E adesso?”, pensò, “Dove cazzo vado?”
In realtà si ricordava di aver dormito una notte da quelle parti. Alcuni anni prima. Aveva presieduto una specie di conferenza ma non si ricordava neppure bene quando.
Ne con chi.
Ora, la strada, non la si vedeva neppure. Si vedevano a malapena i lampioni. Si intuiva il fosso, subdolo, a pochi centimetri dal battistrada. Poi la nebbia. Che sembrava panna. Walter Braschi puntò verso la via Emilia. Di lì in avanti, pensò, un paese lo avrebbe pur trovato. Procedeva lento, con il collo allungato verso il parabrezza, come una specie di struzzo miope e spaventato. Strofinando, senza alcun senso, i vetri che non erano neppure appannati, ma stanchi forse di essere strofinati.
La nebbia è come il buio della notte. Rende unico tutto. Tutte le cose diventano una sola. Ma la nebbia è anche peggio del buio perché se il buio può esserti amico, la nebbia invece non può farlo. Non c’è nulla di cattivo in questo. È il senso della nebbia. Che non può essere cattivo. A volte definitivo però. Come la profondità del mare o della vetta di una montagna. Che possono essere altrettanto profondi.
“TOCCALMATTO! “, gli parve di urlare a Walter Braschí.
“TOCCALMATTO!”, ripeté ancora pensando a quale strana forma di disgrazia gli stava capitando. Quella di ricongiungersi con origini dimenticate, in circostanze non volute. Per niente desiderate.
Ma chissà perché gli venne da girare per quella stradina. Ancora più stretta. Di certo non concepita per contenere la stazza di una BMW ammiraglia serie 7. Si incuneò, allora, lungo quella sorta di sogno sfuocato. Dai contorni lievi e così improbabili. Ormai procedeva a passo d’uomo. In qualche punto del pianeta Terra.
Gli stava quasi venendo da piangere quando vide una serie di piccole luci. Seguì quelle luci fioche, leggerissime, e si trovò nel cortile di una casa di campagna. Fatta di mattoni a vista e ricoperta di tegole rosse. Fermò la sua grossa auto e provò un senso di smarrimento. Una volta spento il motore, però, si sentì risollevare lo spirito. Scese dall’auto sporcandosi le scarpe di fanghiglia. Walter indossava un cappotto di grisaglia pesante. Aveva una sciarpa gialla al collo che tratteneva a stento le fumate del suo alito denso.
Poi quei muggiti sommessi e i coccodè delle galline lo sorpresero un po’. Lo fecero sorridere.
Si avvicinò a un grosso portone massiccio, in legno scuro. Proprio sotto la volta della casa.
Non fece neppure in tempo a bussare che la porta si aprì e si trovò davanti una vecchia che teneva una candela accesa tra le mani.
“E lù chi el?”
“Prego?”
“Lei chi diavolo è?”
“Mi chiamo Walter Braschi, mi sono perduto”.
Alle spalle di quella signora, anziana di un bel po’, c’era un breve corridoio in fondo al quale si poteva ascoltare il crepitio della legna. Si intravedevano un paio di persone sedute a tavola. Un uomo e una donna forse una ragazza.
“Chi ghè Gina? As pol saver?”
“Von cal sé pers, uno che si è perso”.
“E fallo entrare allora, Santa Madonna, che sennò entra il freddo”.
Walter improvvisò un accenno di sorriso e seguì quella donna sino alla tavola.
Non aveva mai usurato quel genere di essenza in vita sua. Fatta di braci ardenti e cera sciolta e polenta di grano e ogni altra sorta d’intimità domestica contadina.
“Si sieda”, disse il vecchio spostando una sedia intrecciata in antico cordino.
Walter si sedette a tavola senza parlare. Avrebbe voluto chiedere, domandare, rassicurarsi.
Ma non fece nulla di tutto questo. All’improvviso avvertì il bisogno di tacere. E di mangiare.
La vecchia portò un piatto, le posate e un bicchiere. Il vecchio gli versò polenta calda e vino rosso. Era così denso che sembrava sangue di bue. Poi afferrò un pezzo di merluzzo affumicato appeso, in modo piuttosto curioso, a un filo di spago calato al centro della tavola e lo immerse nella polenta che ne assorbì quell’aroma pungente. Così fece anche la moglie del vecchio. E la ragazza seduta innanzi a Walter. Che lui continuava a fissare come incantato. La ragazza aveva lo zigomo forte e gli occhi, scuri, incavati. Di pallida bellezza. Vestiva in modo strano, fuori dal tempo. Così come i suoi genitori.
I loro visi erano illuminati dal fuoco che danzava sotto la pentola enorme, fissata da bracci di ferro, al centro della bocca del camino. L’uomo aveva grossi baffi e uno sguardo schietto, anche d’amore forse, ma pure di stanchezza. La madre mangiava in silenzio così come la ragazza.
Fuori un cane ululò di tristezza e solitudine.
Di freddo secco di campagna.
Passò così, Walter, quella sera. Tra silenzi e poche parole fatte di rispetto. Di gestualità insolita. Così popolare e schietta da contenere, in quella sua stessa miseria, il paradosso dell’aristocrazia.
Walter si perse nello sguardo di quella giovane donna che gli pareva di conoscere da sempre. Che lo commuoveva tanto da farlo sentire, come spesso capita agli uomini, più forte del solito. Poi la ragazza si alzò. Walter si accorse che fosse incinta. E sorrise.
I due vecchi fecero finta di nulla. Ma se ne percepì l’imbarazzo così che Walter smise di sorridere e si alzò baciando con garbo le mani di quella ragazza. Che se ne andò guardandolo un’ultima volta. Poi salì a fatica le scale e sparì dietro una porta.
“Vuole dormire qui?”, fece la madre della ragazza.
A Walter parve così giusto, normale e vero, rispondere di sì. Salutarono l’uomo che fece un breve cenno del capo e salirono a loro volta le scale. La stanza era illuminata da un mozzicone di candela. Il letto era di pagliericcio. La donna appoggiò una brocca d’acqua sopra una mensola accanto al letto e se ne andò.
Walter si tolse le scarpe poi, senza svestirsi, si coricò e si tirò addosso le coperte.
Le lenzuola profumavano di cenere.
“La nebbia è tante cose”, pensò prima di addormentarsi.
Gino Delendati faceva il contadino.
Perché, grazie a Dio, ce n’è ancora qualcuno.
Era tarchiato. Con il collo grosso e la fronte bassa. Grandi mani fatte per lavorare. Mica per continuare tutto il giorno a stringerne delle altre. Alla mattina presto, tra le cinque e le sei, si alzava in piedi, faceva colazione e metteva in moto l’Ape che era l’unico mezzo possibile che gli consentiva di percorrere in modo agile le carraie e gli sterrati di quella zona. Caricava gli attrezzi e partiva. C’era sempre una foschia leggera a quell’ora. Che pungeva piano le guance, scuoteva i pensieri e cacciava via il sonno. Gino percorse un paio di chilometri. Poi sterzò verso uno stradello dove l’Ape ci passava appena. Prese la curva con poca prudenza, in una specie di controsterzo. Poi svoltate un paio di curve arrivò al fienile.
“E questi chi sono?”, farfugliò tra sé e sé.
In cortile c’era un’auto di quelle che si vedevano nelle pubblicità alla televisione. Una specie di nave astrale grigio metallizzata con i sedili in pelle nera. Gino spalancò piano il portone sbilenco, entrò a piccoli passi e arrivò sino alla stanza degli attrezzi. Tra polvere e ragnatele salì gli scalini sino al piano di sopra. In una delle stanze stava dormendo un uomo. Elegante, sulla cinquantina. Se ne stava coricato sopra un giaciglio lurido. Tra sporcizia e vecchi stracci.
“Mi scusi, signore”, sussurrò Gino Delendati. Rispettoso di quel blazer blu con i bottoni color oro. E di quelle scarpe nere luccicanti, con le suole infangate. Walter si alzò di scatto e si guardò attorno spaventato.
Non riusciva a rendersi conto del limite che può avere un sogno o un incubo. Dove e da dove può cominciare. Se fosse già terminato. Se stesse sognando in quel momento o prima. Se fosse stato in quel momento vivo o se non lo fosse più.
“Ma dove sono?”, riuscì a dire soltanto.
Gino lo guardò perplesso.
Gli parve di ricordare la fisionomia di quell’uomo. Era “unodellatelevisione”.
“Siamo dentro un rudere, signore”.
“Come un rudere? Che ci faccio qui?”
“E lo chiede a me? Io ci vengo quasi tutte le mattine da vent’anni. Ma na roba aczè an lo mei vista. Non l’ho mica vista mai”.
“Ma di chi è questa casa, dove sono i signori che ci abitano?”
“Guardi che qui non ci abita nessuno da cinquant’anni”.
A Walter iniziarono a tremare prima le mani poi tutto il corpo. Come in una specie di urlo. Cominciò a sudare e a respirare con fatica.
“Ma di chi era questa casa?”, riuscì appena a sussurrare.
“Dei Tagliaferro. L’hanno comprata durante la guerra”.
“E prima dei Tagliaferro chi ci abitava?”
“Beh, prima è una vecchia storia, ci abitava una famiglia di mezzadri: padre, madre e figlia. Poi la figlia rimase incinta. Allora non era mica tanto normale sa? Ci voleva un marito a tutti i costi. E lei non ce lo aveva il marito. Ma i suoi gli volevano bene lo stesso e il nome, al bambino, glielo ha dato il padre di lei”.
Walter cercava di allacciarsi le scarpe ma non ci riusciva. Aggrovigliò più volte i lacci. Poi li lasciò così come stavano.
A un certo punto alzò lo sguardo verso quell’uomo. “Come si chiamava quella famiglia?”, domandò pallido come un cencio. Gino Delendati sforzò la sua memoria contadina che per qualche istante parve tradirlo. Poi esclamò
“Braschi. Era la famiglia Braschi”.
Walter si congedò con un insolito sorriso. Scese veloce i gradini sbeccati e cercò con lo sguardo il tavolo e il camino. Ma non c’era alcun tavolo. Il camino era zeppo di cianfrusaglie arrugginite. E maledetta polvere, dappertutto.
Fuori albeggiava di un sole stanco e la nebbia era fuggita via. Montò in auto in fretta, mise in moto e partì.
Davanti a lui trovò tutto il mondo del giorno prima che si stava tirando su. I pensieri riaffiorarono lenti. Uno dietro l’altro come un piccolo esercito compatto e ordinato.
Numerato, composto. Riaffiorarono tutti. Sempre più in fretta. Tornarono a confortare la mente stanca di Walter Braschi. Man mano che l’auto si avvicinava al casello dell’autostrada, a quelle luci gialle così luminose, quei pensieri tornarono tutti. A rassicurarlo. Insieme a quella scia bianca , diritta, dell’autostrada per Milano.E a quelle automobili sempre più uguali tra loro. Che filavano ordinate e veloci.
Verso la città.