Salta al contenuto principale
22 Maggio 2008 | Racconti d'autore

L’enigma dei quattro angeli

Di Marcello Simoni, Il Filo editore, Roma, 2007

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

22 maggio 2008

 

Cari ascoltatori, vi proponiamo in questa puntata un affresco di vita medievale tratto dal thriller storico di Marcello Simoni, “L’enigma dei quattro angeli”. Si tratta di un giallo venato di esoterismo che attraverso ricostruzioni attente della storia e dei paesaggi, ambienta nel 1205 tra Venezia, la Linguadoca e la Castiglia uno snodarsi di eventi che tocca anche la nostra regione. 

Il protagonista del romanzo è Ignazio da Toledo, un mercante di reliquie castigliano dall’oscuro passato.

Questa in sintesi la trama. Padre Vivïen de Narbonne viene braccato da un gruppo di cavalieri che lo inseguono facendolo cadere in un burrone. Il monaco era tra gli ultimi depositari di un segreto che fa gola a molti. Anni dopo, l’unico a sapere la verità sembra essere Ignazio da Toledo, che insieme ai giovani Willalme e Uberto intraprende un viaggio alla ricerca dell’Uter Ventorum, l’ultimo codice sopravvissuto in grado di sciogliere il mistero di un potere capace di piegare le energie universali e turbare gli equilibri naturali degli eventi storici. Alla loro caccia si pone la Saint-Vehme, il Tribunale Segreto fondato secondo la leggenda da Carlo Magno in persona. Ignazio si ritrova così a essere una pedina del gioco: a un tempo predatore e preda. Tra false piste e oscuri crittogrammi, si dipana una storia popolata sì da personaggi fittizi, ma dove l’ambientazione dei luoghi e dei monumenti poggia su dati autentici e verificabili, considerato che l’autore è un ricercatore storico che ha svolto anche attività di archeologo. L’unica licenza letteraria che si è concesso, è il nome del monastero emiliano di Santa Maria a Mare, che in realtà corrisponderebbe alla pieve medievale di Santa Maria in Padovetere presso Comacchio (Ferrara), di cui restano tuttora le rovine.

Vi leggiamo alcune pagine in cui si parla dell’abbazia di Pomposa, in provincia di Ferrara, risalente al IX secolo e una delle più importanti del nord Italia.

 

 

 

 

La luce filtrava dalla piccola finestra, irradiando debolmente la stanza. La notte si stava dissolvendo nel torpore del cielo rosato. I confratelli, dentro il monastero, cantavano le laudes.

Wíllalme era già in piedi. Ignazio, sbadigliando, ringraziò il cielo per averlo fatto sopravvivere agli incubi, ancora una volta. Allungata la mano dentro la bisaccia, estrasse la lettera scritta la notte precedente e la porse al compagno.

«Mi raccomando ragazzo. Non è un compito pericoloso, ma stai attento. Anche queste lagune hanno occhi e orecchie. Pur­troppo non posso accompagnarti, lo sai. Non voglio rischiare di farmi riconoscere da qualcuno… almeno per il momento. Segui le mie indicazioni e non avrai problemi».

Willalme rispose con premura:

«Riposa amico mio e non curarti di nulla. Sarò di ritorno al più presto».

Sgusciato dall’hospitium senza farsi vedere, il francese aggi­rò il monastero. Nessuno in vista. D’un tratto, avvertito un rumore alle spalle, si nascose dietro un cespo di rovi secchi. Intravide allora un gruppetto di villani scendere da un dosso, i piedi e le braccia sporche di fango. Fra quelli spuntava Hulco, riconoscibile per l’andatura bizzarra. Il drappello di bifolchi, diretto al monastero, trasportava una matassa di reti da pesca e canestri guizzanti di pesce. Il giovane aspettò che si allonta­nassero, quindi si rialzò, allungando i passi verso un argine, al di là del quale scorreva un canale.

Un barcaiolo attendeva taciturno su una tozza navicella. Willalme sali a bordo con un balzo, accennò un saluto e porse all’uomo quattro monete.

«Portami all’abbazia di Pomposa».

Il traghettatore acconsentì. Affondò un lungo bastone nel fondo melmoso del canale e fece forza per spingere il battello, facendolo scivolare verso nord.

 

Dopo la funzione della terza, a mattino inoltrato, Ignazio uscì dal proprio alloggio. Interrogato un crocchio di monaci su dove potesse trovare padre Rainerio, fu indirizzato verso un palazzo poco distante dal monastero, proprio dirimpet­to alla facciata. L’edificio era piccolo e massiccio, percorso da eleganti decorazioni di terracotta ravennate. Si trattava del luogo in cui l’abate amministrava i feudi e le genti soggette alla propria giurisdizione, dove si ritirava per sbrigare le faccende economiche e le funzioni di rappresentanza. Usualmente ve­niva chiamato Castrum Abbatis.

Varcata la soglia del palazzo, Ignazio si stupì di non trovare alcun armigero di guardia. Percorse taciturno il breve corri­doio di pianterreno, lasciandosi alle spalle gli accessi ai vani laterali fino a raggiungere un vistoso portone di legno collo­cato sul fondo. Dal retro si sentiva parlare. Bussò. Nessuno rispose.

«Vorrei conferire con l’abate» pronunciò, appoggiandosi alla porta.

A quelle parole, la conversazione dall’interno s’interruppe, quindi risuonò una risposta:

«Ignazio, siete voi? Entrate pure. E aperto».

Varcato l’uscio, il mercante si trovò in una sala piuttosto accogliente. Sulle pareti correva un’alternanza di icone sacre e di capienti armaria, cioè mobili utilizzati per custodire libri e documenti di vario genere. Una rapida scorsa ai candela­bri d’ottone e agli intarsi delle suppellettili rivelò un arredo di buon gusto, forse eccessivamente lussuoso per le modeste condizioni economiche in cui versava il cenobio.

In fondo alla stanza sedeva Rainerio da Fidenza, arrocca­to dietro un lungo tavolo rettangolare sommerso da pile di registri e pergamene affastellate. Sprofondato in un sedile foderato di velluto rosso veneziano, dettava una lettera a un giovane segretario dall’aria annoiata. Ai piedi del tavolo, da uno scrigno semiaperto, ammiccava il riflesso dorato di una sontuosa pianeta.

La calda luce primaverile irradiava copiosa dalle finestre, alle spalle dell’abate, proiettando le ombre verso l’uscio. Il fe­nomeno riportò alla memoria del mercante un passo del De geometria di Gerberto d’Aurillac, ovvero Silvestro li, il papa dell’anno Mille. Influenzato dalle scienze arabe e dallo stu­dio di Pitagora, Gerberto aveva speculato infatti sul rapporto esistente fra l’altezza degli oggetti e la lunghezza delle loro ombre. Probabilmente, uno dei tanti motivi per cui dopo la morte era stato accusato di negromanzia.

Alzato lo sguardo verso l’uscio, Rainerio si rivolse cordial­mente all’ospite:

«Ignazio, venite, accomodatevi pure. Ho giusto finito in questo momento». Rassettandosi le ciocche della frangia, apo­strofò con distacco lo scrivente: «Vai, Ugucio, continueremo più tardi, dopo pranzo».

Il giovane monaco si alzò dallo scomodo scranno su cui sedeva, palesemente grato. Fino ad allora aveva stenografato su un dittico di legno, tenendolo aperto fra le mani come un quaderno. Le superfici interne dell’oggetto erano rivestite di cera, in modo da potervi scrivere incidendole con un sottile stilo d’osso. In caso d’errore, a Ugucio sarebbe bastata la pres­sione di una spatola per appianare il graffito e incidere nuo­vamente sulla morbida superficie. Più tardi, avrebbe ricopiato gli appunti in bella forma, su pergamena.

Chiuso il dittico, il segretario salutò educatamente e uscì ti­randosi la porta dietro le spalle.

Padre Rainerio tornò a sprofondare nel proprio sedile. Il mercante lo imitò, poggiandosi allo scranno da cui si era ap­pena alzato Ugucio.

«No no, non sullo sgabello» sobbalzò l’abate, quasi allarma­to. «Sedete su quella, è più confortevole».

Così dicendo, indicò una sedia del tutto simile alla sua, di fianco al tavolo.

«Oh, grazie patre» sorrise Ignazio, accomodandosi di fronte all’ospite.

«La vostra presenza è un dono inatteso. Ieri sera, a cena, non siamo riusciti a parlare molto. Non mi avete raccontato quasi nulla… neppure un accenno al motivo della vostra visita».

«Chiedo venia, clare abbate, ma ieri sera ero così stanco… Viaggiare per mare fiacca il corpo e lo spirito. Ora però, dopo un buon sonno, mi sento corroborato».

«Allora raccontatemi, Ignazio. Parlatemi dei vostri viaggi».

Pregustando gli argomenti della conversazione, Rainerio puntellò i gomiti sui braccioli del sedile e intrecciò le dita sot­to il mento.

«Non vi facevo così curioso sul mio conto» osservò il mer­cante, fiutando nell’aria, oltre l’odore d’incenso e di sego di candela, il lezzo della menzogna.

“Non sono io a esserlo infatti!” pensò l’abate, assumendo nel frattempo un’espressione impenetrabile. “Ma una persona terribile a cui sono profondamente debitore”.

 

 

L’abbazia di Pomposa era ormai vicina. Willalme aguzzò lo sguardo, cercando di scorgere qualcosa al di là della trama verdeggiante che coronava i dossi. Distinse la guglia dell’an­tico complesso. Ne ammirò la forma slanciata, ascensionale, finché non guardò più in alto, rapito dalle sagome biancastre dei cirri, sparpagliati come un gregge nel cielo azzurro.

Ma perché si stava dirigendo in quel luogo? Semplice: Igna­zio non si sarebbe mai fidato di far recapitare la propria cor­rispondenza da un corriere di padre Rainerio. Temeva infatti che l’abate potesse leggerne il contenuto prima di inviarla al destinatario. Perciò aveva scelto di farla spedire in segreto dal­la vicina Pomposa, dove nessuno lo conosceva. Senz’altro un espediente molto astuto, pensò il francese, in preda a una leg­gera sonnolenza dovuta allo sciabordio del natante.

Nel frattempo, fra una vogata e l’altra, il barcaiolo osservava il fodero di uno spadone ricurvo spuntare dal mantello ver­de dell’imbarcato. Sembrava proprio l’arma di un saraceno, stimò. Represse un fremito, tuttavia la sua espressione incu­riosita non passò inosservata: Willalme si volse di scatto, lo trapassò con un’occhiata gelida e con un gesto secco rico­pri la spada. Colto sul fatto, il barcaiolo distolse rapidamente lo sguardo. Nessuno, neppure un cane rabbioso, l’aveva mai guardato in quel modo!

Era quasi mezzodì. Di punto in bianco, il francese si rese conto d’essere giunto a destinazione: l’imbarcazione aveva appena toccato la sponda erbosa di un dosso. Scese dunque dalla barca e congedò il traghettatore.

Incamminandosi di buon passo verso il complesso abbazia­le, Willalme ignorò di trovarsi presso uno dei templi benedet­tini più rinomati della penisola, noto come monasterium in Italia princeps. Avvicinatosi a un monaco, lo salutò gentilmente.

«Perdonatemi patre, ho urgenza di far pervenire una missi­va a Venezia. Inoltre vorrei pernottare qui finché non mi sia giunta risposta. Si tratta di un affare molto urgente» specificò, usando esattamente le parole raccomandate da Ignazio. «A chi posso rivolgermi?».

«Chiedi pure al padre guardiano, figliolo» rispose il benedet­tino, sorridendo con mansuetudine al pellegrino dai capelli biondi. «Comunque, se ti affretti, potresti affidare la lettera a quei marinai. Vedi là in fondo? Sono diretti a Pavia, ma prima faranno scalo a Venezia».

Dopo aver ringraziato con ossequio, Willalme si diresse di corsa verso un gruppo di uomini intenti a stivare sacchi di sale su una nave oneraria attraccata alla riva di un canale.

 

 

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi