17 luglio 2011
Barbara Baraldi, modenese, fotografa, modella e autrice di diversi romanzi e gialli (questi ultimi pubblicati con Mondadori), è considerata dalla critica “la nuova regina del gotico italiano”. Scrive thriller e noir, affascinata dal lato oscuro dell’esistenza. L’ultimo, pubblicato pochi mesi fa da Castelvecchi, s’intitola “La bambola dagli occhi di cristallo” ed è ambientato in una Bologna torbida e tortuosa, come le stradine del centro storico, che conferma così la sua fama di capitale della narrativa criminale e dell’immaginazione. Qui, a turbare le notti dell’ispettore Marconi, sono feroci delitti di cui sono vittime gli uomini, col solo indizio di impronte di vertiginosi tacchi a spillo…
La bambola dagli occhi di cristallo
di Barbara Baraldi
Prima puntata
Marconi osserva la pioggia che batte incessante contro il vetro della piccola cucina. Pensa alla ragazza dai capelli rossi. Ai suoi occhi azzurri, tristi. A ciò che quegli occhi possono aver visto. Non riesce a togliersi dalla testa le sue parole. Uno di questi giorni la chiamerò, si dice. Ma per dire cosa, poi? «Ho telefonato per sapere se hai fatto qualche sogno, ultimamente». Come no.
Marconi pensa a ciò che gli occhi di sua madre possono aver visto. Occhi grigi, spenti, in cui non ha saputo leggere la tristezza. Doveva aver visto molte cose brutte, e alla fine erano rimaste solo quelle, tatuate sull’iride. Lui era un bambino. E un bambino non sa cosa significhi riempire un vuoto. Un bambino vede a un palmo dal suo naso. Un bambino non vede oltre i suoi bisogni.
Quel bambino l’aveva vista per l’ultima volta seduta su una sedia, davanti alla finestra della cucina, un mercoledì afoso. Il cielo era una coltre di umidità densa, senza nuvole. Sua madre indossava un grembiule a quadrettini, allacciato su di un abito nero.
Quello sguardo, Marconi non l’ha mai dimenticato. Spesso torna a perseguitarlo, nelle notti senza luna. Perché non ho saputo indovinare cosa celavano i suoi occhi? Se lo chiede, senza riuscire a darsi una risposta.
La verità è che non le ha mai capite, le donne. Pensa all’assassina: una donna. Di certo profumata. Bella. Anzi, bellissima. Pensa a cosa deve aver pensato chi se l’è trovata davanti, l’attimo prima di morire.
La pioggia ha aumentato di intensità. Il cellulare squilla. «Dove? Arrivo subito» .
Qualche minuto dopo, Marconi percorre di corsa i portici che conducono al torresotto di via Castiglione. Attraversa l’arco a sesto acuto che la collega a via Cartoleria, e si infila in vicolo Delle Dame. Sul muro, è appeso il manifesto di una serata in un locale chiamato Zombie. Tommasi lascia il piccolo gruppo di poliziotti e gli corre incontro, riparandosi sotto un ombrello.
«Che cosa abbiamo, qui?». Marconi alza il bavero della giacca e cerca a fatica di farsi spazio sotto l’ombrello del collega.
Tommasi fa cenno con la testa in direzione di due corpi, stesi sull’asfalto. Un agente con la cerata blu con la scritta «Polizia scientifica» sulla schiena sta misurando la distanza tra i due cadaveri. Un altro, chino vicino al marciapiede, raccoglie qualcosa con una pinza ricurva e lo ripone in una bustina trasparente.
«De Franceschi». Marconi agita il braccio per attirare l’attenzione.
«Buonasera, Marconi. Brusco risveglio stanotte, eh?».
«In verità, non stavo dormendo. E tu?».
«Sarà anche venerdì sera, ma ci stavo da dio, nel mio letto.
Ma immagino non sia di questo che volessi parlarmi».
«Vorrei sapere cosa puoi dirmi per ora».
«Da quello che risulta dai primi rilievi, sono stati esplosi due
colpi di pistola. Il primo ha colpito questo qua, in piena fronte,
vedi?».
Marconi guarda il corpo steso in posizione supina, con le braccia e le gambe disarticolate. Dal colore della pelle e dai lineamenti, si direbbe un nordafricano, abbigliato come il negro di un ghetto americano: jeans ampi, scarpe da ginnastica e una catena dorata al collo.
«Questo, invece, è stato raggiunto da un proiettile al collo, ma la ferita non ha leso organi vitali». Il secondo uomo riverso a terra ha una giacca in finta pelle aperta, che mostra la maglia inzuppata di sangue. «Osserva la sua posizione: le braccia e le gambe sono raccolte, e fanno sembrare che si stesse difendendo. Credo si sia trascinato per qualche metro, cercando di sfuggire all’assalitore. È stato raggiunto, e infilzato nell’occhio sinistro con un corpo contundente, al momento non identificato». De Franceschi mostra a Marconi l’occhio ridotto in poltiglia, da cui sono fuoriusciti liquami e materia cerebrale.
«Ho visto che raccoglievi qualcosa da terra».
«Sembra un piccolo rubino, guarda», e mostra una piccola gemma rossa contenuta nella busta di plastica trasparente.
«I bossoli?».
«Per il momento non li abbiamo trovati. Non so se li abbia raccolti l’assassino, o se semplicemente sia a causa di questa maledetta pioggia».
«Dal foro di entrata si direbbe un’arma piccolo calibro… ».
«Sì. Il che fa pensare che i colpi siano stati sparati a distanza ravvicinata. Con questo clima, solo un tiratore professionista avrebbe potuto centrare quello in piena fronte, dalla distanza. Ma questa è una via chiusa, e dalla disposizione dei corpi non è difficile stabilire che l’assassino ha probabilmente sparato con le spalle rivolte al muro del fondo del vicolo».
«Chi ha trovato i cadaveri?», chiede Marconi, rivolgendosi a Tommasi.
«Un ragazzino che è uscito da un locale per vomitare».
«Lo Zombie?».
«Be’, se era uscito per vomitare, non doveva essere ridotto tanto bene».
«Il locale. È lo Zombie, il locale da cui è uscito il ragazzino che ha scoperto i cadaveri?», chiede Marconi.
Tommasi si colpisce la testa con il palmo della mano. «Sì, ispettore. Scusa, non avevo capito. Ho fatto un sopralluogo, ma non c’era più nessuno. Secondo me, quando hanno sentito la sirena della prima volante, il locale si è svuotato. L’hanno chiuso in fretta e furia».
«Addirittura».
«Non sarebbe la prima volta che si beccano una segnalazione per disturbo della quiete pubblica, ma in genere è a causa del volume troppo alto della musica. Comunque, se vuoi il mio parere, direi che si tratta di un regolamento di conti tra bande rivali. Questi due erano semplicemente feccia».
«Non ne sono convinto. Non escludo si possa trattare ancora di lei».
«La Killer dai tacchi a spillo? Andiamo, Marconi. Speravo che almeno lei l’avesse piantata con queste teorie da fantascienza». La voce di Frolli, alle spalle di Marconi.
«Salve, commissario. Stavo solo pensando a voce alta».
«Pensi, Marconi, pensi. Non la smetta mai di pensare. E vedrà che farà strada». Frolli si mette ad asciugare gli occhiali.
«Chi si occupa delle foto?».
«Che c’è, è impaziente di incontrare il suo amico Malaguti?». Al contrario».
«Bene, perché mi sono preoccupato di far sì che non lavori più in collaborazione con la questura. Ho contattato un nuovo fotografo».
Marconi annuisce.
Vengono raggiunti da un agente. «Commissario, è arrivato il pubblico ministero». Frolli si allontana.
C’è un’assassina che rastrella le strade di Bologna alla ricerca della feccia, pensa Marconi. La cerca, e la distrugge. Cosa possono aver visto, i suoi occhi?