19 gennaio 2012
Un quartiere di Bologna, Corticella, diventa il centro del mondo. E il centro di questo quartiere popolare è la Casalunga, con i suoi volti che riaffiorano alla memoria, le voci, gli odori, i personaggi autentici che l’hanno abitata nei molti anni di permanenza dell’autrice, dalla nascita nel 1936 al 1960, quando Francesca Ciampi va in sposa a Cesare Malservisi.
Insegnante elementare nei dintorni di Bologna, la Ciampi si è sempre occupata di ricerca legata alla cultura popolare: canzoni, tradizioni, danze. Attualmente collabora con diverse istituzioni per la trasmissione della cultura orale con incontri, lezioni, pubblicazioni.
La Casalunga
Il nome derivava certamente dalla forma delle case e dalla loro disposizione. Poteva sembrare tutto un lungo edificio, che, per un tratto, ne aveva un altro che gli correva parallelo. Era a metà di via delle Fonti, proprio di fronte al bar Ausonia.
Davanti alle case, per tutta la loro lunghezza, correva un cortile molto ampio, che in mezzo aveva l’aspetto di una piazza e poi pareva piuttosto un lungo corridoio. Questo grande spazio comune accoglieva i giochi, le corse, le partite, gli incontri e perfino i comizi e le giostre.
Quella volta che ci fu il comizio di Zanardi, la mamma fece a mia sorellina un pagliaccetto di taffetà rosso, per portare i fiori sul palco a quello che era stato un Sindaco leggendario.
Quando un palazzo a tre piani occupò il grande cortile centrale, la qualità della vita della Casalunga calò di colpo. Mancò quello spazio che raccordava tutte le vicende e le intrecciava con fili sottili. Il grande palcoscenico, che esponeva impietosamente ciascuno a tutti, fu murato fino in alto. Forse non dispiacque a qualcuno un po’ di discrezione, finalmente.
Fu così che la Casalunga cominciò a diventare un ricordo.
Dicendo Casalunga si indicava non tanto uno spazio preciso, quanto una unità sociale. Stare alla Calónga voleva dire vivere in un modo che non era quello di chi stava di là dalla ferrovia, o sulla strada nuova o al cà popolèr.
Nei dintorni avevamo la cà búra, la cà bàsa, la frabàza, la fàbrica di lèder, àl cà ed Bitèl, i brichétt..
Per me la Casalunga era il centro di Corticella e Corticella era il centro del mondo… abitare qui era un privilegio di cui andavo fiera, con una punta di compatimento per chi stava altrove.
Mia mamma diceva
– Qui è come stare in un ghetto – oppure – L é pròpi un gatt ste sit qué.
Non so esattamente che cosa intendesse dire, ma è certo che la definizione saltava fuori in occasione di avvenimenti come liti, arrivi di gente insolita e così via.
Il territorio aveva la forma di un grande triangolo, col vertice nel punto in cui via delle Fonti si biforcava in via dell’Arcoveggio. Chiamavamo quel tratto la rata dal mulén perché portava, con una discesa ripida, al mulino sul canale Navile.
La Casalunga, al suo interno, era suddivisa in zone fra loro inconfondibili. Ogni portone, anzi ogni loggia era una cosa a sé, un mondo piccolo con delle abitudini che lo differenziavano dalla realtà circostante. Il portone dell’Emma (al n. 50) era tutt’altra cosa rispetto a quello del fornaio, che dava sulla strada o al 48 dove stavo io.
Ad ogni loggia corrispondeva un pezzo di cortile davanti (verso la strada) e una zona dietro (verso il canale). Il posto per stendere la biancheria era il punto nel quale si identificavano le donne di un portone. C’erano regole che stabilivano dove, come e quando le donne di una zona potevano stendere. L’uso del filo era codificato da regole precise, tacitamente accettate per lo più o urlate nella rabbia delle contestazioni.
Nel mio cortile, al quale si affacciavano i numeri civici 48, 50, 52, chi aveva messo il filo era padrona del filo. Il fatto testimoniava l’anzianità di residenza nel cortile e un solido inserimento nell’ambiente.
L’uso del filo andava richiesto da parte delle nuove arrivate, poi si stabilivano delle consuetudini che duravano nel tempo. Mia mamma teneva molto alle regole del filo da stendere; stava lì da più di 30 anni ed era coinvolta nella gestione di quasi tutti i fili disponibili, in un modo o nell’altro. Quando arrivava una famiglia nuova, il rapporto poteva essere bene avviato, oppure quasi compromesso, dalla questione del filo.
– Gusta, è libero oggi il filo? Posso stendere?
L’Augusta era mia mamma e questa era una richiesta che sanciva la sua autorità di anziana del cortile. Un privilegio che aveva un prezzo: quello della disponibilità illimitata verso gli altri.
Guardare i bimbi della vicina che andava dal dottore, raccogliere la roba stesa se pioveva, fare le punture al malato, tenere le chiavi di casa se uno era via quando venivano a leggere i contatori, passare la liscivia del bucato per lavare la roba scura… erano favori scambievoli, ma sulla Gusta si poteva contare sempre.
Un’avventura durante la guerra non finì bene, rna contribuì a rafforzare il suo destino di leader. Ci fu un momento in cui non si trovava più legna da bruciare: in città segavano gli alberi dei viali, sparivano le traversine dai binari, si facevano le palle di carta pressata, i bricchetti di craspe d’uva.
Nel rivone fra il canale e la Villa sopra la Fontanina c’erano acacie e pioppi. La mamma organizzò le donne del cortile e partirono con seghe e manarini. Lavorarono buona parte della giornata fra spini e razze. Noi bambini aiutavamo a radunare i rami piccoli.
I tedeschi avevano un comando su nella villa, ma sembravano non accorgersi di noi. Quando tutta la legna fu radunata, saltarono fuori imbracciando i mitra, con una puntualità che non era casuale. Avevano proprio aspettato che il lavoro fosse finito del tutto. La mamma tentò di patteggiare, ma il loro
– Raus, raus! Shnell, shnell…- si faceva più deciso e minaccioso.
Ripassammo il ponte di Merighi che era ridotto a una traversa di cemento, il resto era saltato con una bomba.
Ci avevano lasciato prendere solo qualche fascina di rami di acacia pieni di spine.
Per la strada, ad ogni spinata, l’Augusta digrignava:
– Va’ a fèr dal pugnàtt!
Nelle imprese dove c’era da pigliar su qualcosa non era mai stata fortunata; nelle bazze che capitavano a lei c’era da lavorare molto e da rimetterci. Anche senza la guerra e i mitra, non era furba. Le spippole non sono mai furbe.
Una volta sentii che diceva a una sua amica:
– Son così fortunata, che se rinasco e decido di fare la puttana… chi òmen nàsen mutilè!
Alla Casalunga l’adesione a un gruppo veniva espressa anche dalla scelta del cerchio di sedie nelle sere d’estate. Secondo dove ti sedevi a chiacchierare, con una certa continuità, lì avevi il tuo gruppo. Chi era bene inserito nel suo cortile, aveva le stesse persone attorno sia nella zona filo da stendere, che nel rogletto delle chiacchiere.
C’era anche chi non si identificava stabilmente in un gruppo e girava da uno all’altro: ciò era spesso la prova di uno stato di disagio, di disadattamento, si direbbe oggi. I veri cultori amavano la stabilità e la coltivavano. Col tempo si stabiliva fra i membri del gruppo un affiatamento che dava vita a un linguaggio di gesti, di occhiate, di battute: una specie di codice interno, lentamente maturato.
I personaggi di passaggio rompevano questa complicità, ma portavano una ventata di argomenti nuovi. Quando da noi si fermavano o la Titina o la Bionda, era una festa. I benefici effetti del loro passaggio lasciavano segni per molte sere: argomenti un po’ spregiudicati e qualche imprudenza di linguaggio.
Se il gruppo poteva subire temporanei mutamenti, rimaneva fisso per anni il punto di raduno, la cui scelta era frutto di una lunga sperimentazione. Il luogo teneva conto del fresco che vi si poteva godere (Qué as móv un póc d ària), ma soprattutto delle possibilità come posto d’osservazione. Avere una buona vista sul passaggio dei morosi, l’uscita dei mariti, il rientro delle figlie, era fondamentale. La conversazione era continuamente alimentata e, in un certo senso, costretta dagli eventi.
Il punto di raduno del mio vicinato era eccezionale; dava la possibilità di controllare il cortile lungo fra le case, il cortiIone centrale, quello di là dalla fontana, il movimento del bar Ausonia e di via delle Fonti. La posizione, un po’ dietro l’angolo della casa di fronte alla mia, ci permetteva di vedere gli altri gruppetti esposti e illuminati, rimanendo noi discretamente coperti. La luce dei lampioni ci confortava, ma non ci esponeva.
Poiché la parte posteriore del nostro cortile si apriva sulla valletta del Navile, godevamo dell’aria fresca del canale e dello stormire dei pioppi. Alle spalle la notte buia e davanti l’animazione del paese: un piacere completo.
Lì ci stavano nove famiglie e tutte erano del gruppo serale, con indici di frequenza diversi. Naturalmente era vario anche l’impegno nelle sedute: ognuno col suo modo di comunicare a parole, a gesti, a silenzi.
La fedeltà al gruppo era premiata col posto riservato, con l’attesa prima di entrare nel vivo delle conversazioni.
– Com’è che non è ancora venuta giù la Norma?
– Maria, va’ là che stiri domani… vieni qui che è fresco!
Chi preferiva il posto vicino al muro per non avere le spalle nella corrente, chi stava giù dal marciapiede per tenere i piedi sul balzolino. Ciascuno veniva da casa con la sua sedia.
– Alderige, com’è che stasera stai lì da sola? Vieni ben qui in compagnia.
Gino, suo marito, si incamminava a passi lenti verso la fermata del tram. Camicia bianca, pantaloni in piega: a ballare al Gattonero o alla Fontanina.
Poggi, vestito come un signore, scendeva le scale, anche lui adagio, gustando gli sguardi ammirati che venivano di sotto in su dal gruppo già in formazione. Faceva il cuoco al Diana (rinomato ristorante del centro) e di sera, davanti a noi, mimava i signori che serviva di giorno.
Con un certo stile, bisogna dirlo.
L’ultima uscita che non passava inosservata era quella di Luciano, dal portone della Virgilia.
Era alto e slanciato, tipo alla Gary Cooper. Un Gary Cooper un po’ sgualcito, ma bello.
Traversava il cortile dalla casa alla fermata del tram aggiustandosi la giacca. Sempre gli stessi gesti.
Aveva un’andatura di zanchetta, con una spalla tesa in avanti; il passo agile ma trattenuto, come se stesse per iniziare un tango da gara con una ballerina invisibile.
Faceva infatti il caposala in un locale da ballo e per quel ruolo aveva veramente il fisico.
Quell’andatura di sbieco forse non era voluta e si sentì dire che aveva dei problemi ai polmoni.
Le mogli, chiamate dalle altre donne, riuscivano a mandare giù meglio il magone; due chiacchiere del più e del meno, per far finta di non essere sole.
Le liti di cortile avevano una verifica alla sera: se le protagoniste si ritrovavano nello stesso angolo, la cosa era superata.
Se una restava in casa o cambiava gruppo, la rottura era sottolineata e poteva prendere una piega duratura, raramente definitiva.
Non si buttavano via tanto facilmente i vantaggi dell’appartenenza al cortile.
La composizione dei gruppi era, quasi totalmente, femminile. Figurava qualche maschio di passaggio: una fermatina prima di andare nel caffè, oppure in su al cinema, più raramente in sezione.
Due battute e via. Il tempo di accendere la sigaretta, quella che durava nell’attesa del tram e dava quell’aria sorniona e disinibita.
– State lì al fresco bimbe, che dopo arrivo…
– L é un birichén Gino, mo l é senpàtic!’
Se ne andava accompagnato dalle risatine di quelle bimbe dai quarant’anni in su.
L’ unica a non ridere era la moglie.
Volevo bene a Gino. Avevamo vissuto insieme uno dei momenti più belli della sua vita: ero lì nel cortile da sola in un giorno d’estate del `45. Forse era pomeriggio presto. Scese dal tram un soldato che prese di corsa il cortile fra le case. Ritornò indietro poco dopo. Il viso smarrito:
– Non sta più laggiù Boni il calzolaio?
– Stanno qui, adesso, i Boni- e gli indicai la porta della Bianca.
La madre che vede all’improvviso il figlio tornato dalla guerra e lo tocca vivo e caldo. Il padre che aspetta il suo abbraccio e il cuore gli scoppia negli occhi.
E io ero lì. Quando Gino parlava con me c’era sempre il ricordo di quel momento, anche le volte che mi prendeva in giro:
– Augusta, devi innaffiarla alla sera così cresce un po’… métt di sas in bisàca a tó fióla, se nà la vàula vi…’
Mi piaceva sembrare Martimmuma più leggera di una piuma quella del “Corriere dei piccoli”.