5 giugno 2008
L’Emilia o la dura legge della musica
di Gianluca Morozzi, Guanda, Parma, 2006.
In questo divertente libro, il bolognese Gianluca Morozzi affronta quello che si potrebbe definire uno dei “miracoli emiliani”, ossia: com’è possibile che si arrivi a suonare per folle oceaniche partendo da posti come Zocca o Correggio – luoghi natali rispettivamente di Vasco Rossi e Luciano Ligabue? Il quesito, insomma, è: com’è che l’Emilia è la regione più musicale d’Italia, dove sono fioriti autori come Lucio Dalla, Francesco Guccini, Nomadi, Zucchero, Modena City Ramblers, CCCP, Skiantos, Luca Carboni, Samuele Bersani, Nek, oltre ai già citati Vasco e “Liga”? Ognuno ha una sua teoria (ricordiamo che questa è anche la terra di Giuseppe Verdi e Luciano Pavarotti). Guccini sostiene che il merito è della cultura contadina, che per sua natura era una civiltà canterina. Secondo Dalla, è il nastro d’asfalto della via Emilia a legare insieme tutte le città da Rimini a Piacenza e a creare un’unica e musicale metropoli.
Gianluca Morozzi ci racconta – in questa seconda puntata – quali sono le affinità tra Bruce Sprinsteen e Luciano Ligabue, il nostro rocker della Bassa.
Seconda parte.
Il blues delle rane di Rubiera.
Allora, mettiamo le carte in tavola.
Per me Ligabue si divide in: prima di Buon compleanno Elvis, e dopo Buon compleanno Elvis. Con il famigerato Buon compleanno Elvis a stare nel mezzo, nel senso che è un’isoletta a parte, che ci sono affezionato, che ho sentito i pezzi in anteprima al raduno del Bar Mario, che ho visto una marea di concerti di quel tour, e quindi lo giudico a parte.
Prima e dopo, non solo nel senso che prima Ligabue era un rocker di culto e dopo un artista di quelli che riempiono San Siro, non solo nel senso che prima c’era una band e dopo ce n’era un’altra, ma nel senso dei testi, soprattutto. Che nei primi tre album, cioè quelli prima di Buon compleanno Elvis – lo so che c’è anche A che ora è la fine del mondo?, ma quello è una miscellanea di materiale sparso -, nei primi tre album, dicevo, riuscivano a essere narrativi e a raggiungere la sintesi perfetta. Dopo, semplicemente, mi sono sembrati altro. E personalmente a me sono arrivati meno, vabbè, ma questa magari è una cosa mia.
Chiunque abbia fatto il paroliere e abbia cercato di scrivere dei testi rock lo sa che l’italiano è una lingua infida e bastarda. Non ci sta dentro niente, nei versi in italiano di un pezzo rock. Devi allungare e spostare e tagliare e cambiare gli accenti e troncare. E smadonnare lungamente, il più delle volte.
Per questo ho un infinito rispetto per chi riesce a scrivere un testo rock perfetto dall’inizio alla fine, senza scrivere cose ridicole e senza violentare la lingua. Mica siamo anglofoni che possiamo scrivere She’s on fire e fare i fighi. Noi dovremmo scrivere Lei c’ha voglia. She’s on fire potrebbe essere un titolo dei Rolling Stones. Lei c’ha voglia, temo, no.
Bisogna piegarlo, adattarlo e modellarlo, l’italiano. Gli accenti, tipo. C’è una mirabile canzone dei Baustelle su due adolescenti che scoprono il sesso, con versi quali « Ti ricordi noi / la sera in cui / le rondini / sopra la scuola / sopra la scuola / volavano per proteggere / i nostri blue jeans / dalle suore / dai parroci». Ecco, il fatto che in suore l’accento cada sulla e non sminuisce minimamente il valore del testo. Dimostra solo che l’italiano bisogna adattarlo e smussarlo e piegarlo ai nostri voleri, se vogliamo scrivere una canzone di un certo tipo.
Ci siamo?
Insomma, dicevo, i testi dei primi tre album. Quando si diceva che Ligabue fosse cresciuto a pane e Springsteen – anche se nei suoni ci ho sempre sentito di più gli U2, in verità -, e magari da Springsteen aveva carpito il segreto per scrivere dei quadretti folgoranti in tre strofe e ritornello. La carrellata di immagini e di personaggi di Bar Mario, o di Piccola città eterna.
Ma se parliamo di pane e Springsteen, be’, il testo emblematico per il sottoscritto è Salviamoci la pelle. Che apre Lambrusco, coltelli, rose & popcorn, il disco uscito il giorno del compleanno di Bruce.
Provo a spiegare perché.
Ogni springsteeniano è stato preso all’amo da un particolare album o da una particolare canzone. E poi si è creato un proprio immaginario, magari da un altro album o da un’altra canzone.
Il mio immaginario l’ha creato Thunder Road. Che è il pezzo che apre il celebre Born to run, disco del ’75.*
Comunque, Thunder Road parla sostanzialmente di un ragazzo che prova a convincere una ragazza a scappare con lui. Va a casa della ragazza – che si chiama Mary – e dice, parafrasando un po’:
Tesoro, lo sai perché sono qui
E per questo che hai paura
E pensi che non siamo più tanto giovani
Mostrami un po’ di fiducia, c’è magia in questa notte
Poi dice, più o meno, puoi startene qua a nasconderti sotto le coperte, rimuginare sui tuoi dolori, mettere una croce sui tuoi amori passati, aspettare che arrivi un redentore.
Io non sono un eroe, questo è chiaro
E l’unica redenzione che ti posso offrire
Sta sotto questo cofano sporco
E poi le offre la più romantica e gloriosa delle alternative al suo squallido marcire:
Questa strada a due corsie ci porterà dovunque
Abbiamo un’ultima possibilità per renderlo vero
Per scambiare con delle buone ruote le nostre ali
Salta su
Il paradiso ci aspetta lungo la strada
Dai, prendi la mia mano
Più avanti:
Ho questa chitarra, e ho imparato a farla parlare
La mia macchina è là dietro
Se sei pronta a iniziare questo lungo viaggio
Dalla tua veranda al mio sedile anteriore
E poi ancora avanti, fino all’epico finale:
Mary, salta dentro
E’ una città di perdenti
E io me ne sto andando per vincere.*
Ora.
Salviamoci la pelle attacca con:
Lui e lei hanno quel destino
Scritto da altri altre vite fa
È l’unica cosa che hanno, almeno
E’ l’unica cosa in eredità
Ecco, questo per me è un grande attacco per una canzone. Ma il seguito è ugualmente rimarchevole.
Lei qualche volta gli dice Ti amo
Ma non può essere tutto qua
Qua non c’è niente per nessuno
Andiamo via, andiamo vai, andiamo va’.
E dopo si descrive, in meravigliosa sintesi, il background di questi due giovani innamorati in fuga.
Lei ha la foto di sua madre
Che un giorno o l’altro la guarderà
Che così non vuole diventare
Che così giura mai non sarà
Lui la foto di suo padre l’ha dentro
Impressa a fuoco nell’anima
Impressa ad alcol, botte e insulti
Andiamo via, andiamo vai, andiamo va’.
Per me, standing ovation e genuflessioni ammirate.
Dopo il ritornello (Salviamoci la pelle / che bella o brutta è questa qui ecc.), il rapporto dei personaggi con l’ambiente familiare in pochissime parole diventa tridimensionale.
Lei ha lasciato una letterina
Ci ha messo un anno a scriverla
Lui ha lasciato sul comodino
Due lire che suo padre berrà.
E gli amici dei protagonisti, l’ambiente in cui vivono?
Eccolo:
Bevono già molto i loro amici
Scappano via soltanto così
Solo che la mattina dopo son sempre li.
Ribadisco: applausi.
Oppure pensate a I duri hanno due cuori, dal terzo album. Va bene, qui Ligabue si aiuta usando il parlato nella prima parte di ogni strofa, ma il testo è una perfetta microsceneggiatura.
Guardate.
Scena 1: BAR MARIO – Interno notte
Un quarto alle dieci, e Veleno è seduto da Mario davanti a una grappa e a un posacicche pieno. Lo salutano male (ndr. Soggetto sottinteso: gli amici, o gli avventori del bar, o i ragazzi del paese), forse perché sanno tutto di lui o, almeno, ne sanno una loro versione. Una foto di donna gli brucia da dentro la giacca, chiaramente dalla parte del cuore. La gamba gli duole del peso e del freddo di un cannone che, chissà come, è riuscito a trovare. Non ha tempo né voglia di pregare Dio perché può contare soltanto sul suo dolore, su sei colpi e infine su di sé.
(Okay, diciamo che lo sceneggiatore si concede qualche svolazzo poetico.)
Scena 2: IL PONTE SUL FIUME – Esterno notte
Un quarto alle due, e Veleno è seduto sul ponte sul fiume a vedere la pistola affondare. Adesso il freddo è reale: è passato alle ossa uscendo per forza dal cuore. Di così tanto mondo c’è soltanto un posto in cui possa tornare, e gli scappa una stramaledizione. Sta pensando che la sera dopo darà un cazzotto a un tipo che questa sera rideva di lui e si è fatto sentire.
Scena 3: CASA DI VELENO – Interno notte
Veleno prende a pugni la porta di camera sua. Urla alla sua donna e al suo amico di fare più piano, e poi si stende sul suo divano.
(Il testo originario dice invero: « Darà pugni alla porta di camera sua / urlerà alla sua donna ed al suo amico di fare più piano, e sul suo divano si stenderà », ma così non rientrava bene nel giochino della sceneggiatura.)
Beccatevi il ritrattino di Walter il mago, adesso, canzone del terzo album che musicalmente richiama i Rem del periodo Automatic for the people.
La prima strofa dice:
Con una giacca sbagliata
Walter il mago si presenterà di nuovo qua
Con un cilindro truccato
Ed un coniglio vecchio quasi come il trucco che fa
Con i suoi abracadabra, cadabra-abra
(ndr. Qui il cantato gioca un po’ con la formula magica abracadabra.)
Si fa chiamare zingaro
Ma è uno zingaro di lusso e lo sa
(ndr. Tutti i parolieri lo sanno: quando c’è un piccolo spazio da riempire nel testo si usa spesso « lo so», « lo sai », « lo sa», che non dà fastidio e tappa i buchi.)
Seconda strofa: si indaga sul passato di Walter il mago.
Seconda attrazione del circo
Walter il mago tornava da Mario come una star
Le mani molto più ferme
E storie di donne che lo aspettavano in ogni città
Con i suoi abracadabra
(ndr. Eccetera. Già ve l’ho detto.)
E la magia più grossa giura che gli è successa in casa
sua
Con il suo cane per pubblico
«Per una magia così» dice «val la pena vivere».
Ritornello:
Fai comparire una donna
Fai apparire una donna
Faremo apparire una birra noi, se vuoi
Fai comparire una donna
Fai apparire una donna
Che questa notte farà meno freddo, vedrai
Terza strofa: il triste presente di Walter il mago.
Con i suoi scarsi segreti
Walter il mago si presenterà di nuovo qua
Ci fingeremo stupiti
Che non ci costa niente farlo sentire una star
Con i suoi abracadabra
(ndr. Già ci siam capiti.)
Quanti bambini ha stupito e ora
I bambini son più vecchi di lui
Nemmeno un trucco è cambiato
Che se il mondo cambia qualche mondo non cambia
mai.
Chapeau