13 maggio 2010
Rendiamo omaggio al grande giornalista e scrittore modenese Edmondo Berselli, scomparso meno di un mese fa a soli 59 anni, con la lettura del suo ultimo, bellissimo lavoro. Com’è nel suo stile ironico e disincantato, Berselli – editorialista de “La Repubblica” e de “L’espresso”, e autore di libri di culto che hanno raccontato l’Italia dal miracolo economico all’oggi berlusconiano – intorno all’idea di un cane (la sua labrador nera, Liù) costruisce un sistema di pensiero che sentiamo intimamente nostro. C’è in filigrana, nella sua Biografia morale di un cane, il sentimento dell’abbandono, quasi un’abdicazione della speranza travestita da accettazione dell’ultimo baluardo “politico” rimasto: il tepore dolce, filosofico e deliziosamente poco progressista, della pancia calda di Liù su cui appoggiare i piedi scalzi, in una serata in cui sono radunati gli amici più cari.
Cap. IX
La mente di Liù
Dopo qualche settimana di convivenza, mentre il cane fenomenico Liù esprimeva di giorno in giorno una insopprimibile vocazione fisica a crescere, ho avuto la sensazione di cominciare a capire qualcosa non soltanto del mondo canino ma, più in generale, del rapporto fra il mondo animale e la specifica realtà umana.
Capisco che andiamo di nuovo sul difficile, ma dovevate aspettarvelo. È noto che io racconto storie, ma fabbrico anche teorie. Qui siamo sotto il gran tendone del Novecento, fra trapezisti nichilisti e filosofi futuristi con il cappello a pan di zucchero che svolazzano alla cieca lungo la parete del circo. Propendiamo ad attribuire la stessa dignità epistemologica alla Donna cannone e all’Uomo elefante. Nulla mi piace più che teorizzare in via anarchica su ciò che non conosco. Su ogni argomento, prima di controllare il manuale delle istruzioni, mi costruisco un telaio di idee, di solito tutte errate, ma con una loro coerenza ed espressività interne che sarà bello smentire su una base fattuale, osservando pensierosamente il congegno che non funziona e buona parte dei pezzi inutilizzati lì per terra. Eccellente monito circa la differenza fra la teoria e la pratica, fra il dire e il fare: sulla linea di confini intellettuali che ignoreremo sempre, perché a noi, figli dell’umanesimo, piace smontare tutto senza poi saper rimontare niente.
Altre volte, invece, studio con diligenza i capitoli del manuale del cane, sentendomi quasi offeso allorché il comportamento reale della bestiolona smentisce le calcolatissime osservazioni stampate sulla pagina. In ogni caso le mie idee, tutte congetturali, risultano sempre più fantasiose della grigia realtà fattuale descritta dagli esperti. Ve l’ho detto fin dall’esordio che qui siamo nel regno esplorato e inesplorato della filosofia, tra le fronzute foreste e i complicati algoritmi del sapere umano. E, quindi, una delle prime grandi acquisizioni che inesplicabilmente, a un certo punto, Marzia e io abbiamo guadagnato è questa: ragazzi, la Liù ogni tanto «vede» o «sente» qualcosa. Si siede, tanto immobile da apparire eterna, come una statua, di fronte a qualcosa che per lei dovrebbe essere specchio della natura.
Davanti a sé sembra avvertire a volte un pertugio, presagire l’idea di un passaggio. Un buco, un’opportunità, un fiate. Il cane intravede qualcosa, sente l’eco di una parola dell’essere, uno strepito nelle profondità, e allora guarda. Pensa. Noi comprendiamo oscuramente che fra il gorgo sotterraneo percepito dal vivente non umano e la nitidezza della psiche dell’uomo, fra quegli esseri abbaianti e noi, fra l’elemento senziente e l’Homo sapiens, ci sono dei varchi cognitivi integrati o, almeno, integrabili.
E come se cominciassero a entrare in comunicazione due cervelli, due software, due computer di generazioni differenti. Uno contemporaneo, l’altro giurassico. Uno a ricaduta quantica, l’altro diesel. Sembra impossibile che i loro strati di memoria fossile possano entrare in contatto. Troppo diversi i sistemi operativi. Troppo occasionali e rare le somiglianze e le opportunità comuni nella configurazione dei programmi e degli stili. A volte, si ha il sospetto che sarebbe più efficace dare un calcio alla scatola e aspettarsi il completamento del puzzle offerto dall’azione irritata del caso, anziché attendere la misteriosa coincidenza fra queste pallide e remote coscienze che cercano una loro inerzia.
Viva l’anarchismo epistemologico, viva la teoria del caos, viva uno scuotimento d’orecchie a Hollywood che scatena un ciclone di codate nel salotto di casa mia. Vivano in gloria tutti gli epistemologi e gli scienziati, specialmente gli anarchici incalliti, quei matti come Lakatos e Feyerabend e Maradona, che hanno sempre sostenuto che la ricerca e il dribbling procedono per stili, per salti, tutt’al più per intuizioni, anche per manie e autismi, non per certezze, prove e verifiche programmate.
E invece. Invece, la gabbia semplicissima dell’intelligenza del cane, con le sue maglie larghe, i suoi reticoli elementari, talvolta intercetta a ragnatela una delle mille complicate olografie della cognizione umana. Allora scatta qualcosa: una sintonia. Echi convergenti, risonanze, cerchi concentrici. La congruenza con un’immagine. Si sollevano gli occhi, una testa si volta, sobbalza e vibra una coda. È successo qualcosa. Per un istante, due entità distinte hanno trovato un punto di connessione. Due nature si fanno sentire reciprocamente. Pronto, pronto? C’è qualcuno là fuori? Può durare pochissimo, ma il contatto è stabilito. Succederà di nuovo. Ci parleremo, a modo nostro, come dialogando da Apple a Windows, da sistemi apparentemente incompatibili e spesso antipatizzanti. Con un po’ di pazienza si capisce ciò che è avvenuto: a volte il semplice riesce ad acchiappare il complesso. Nella mente dell’animale si è configurata, con fisionomie e colori diversi, la stessa immagine, o la medesima parola, che si è disegnata nel nostro cervello. Signori, potrebbe essere cominciato un dialogo.
Il varco fra le specie si aprirà ancora. Ci sono storie rivelatrici, e anche commoventi, a proposito di questa problematica possibilità di comunicazione fra mondi diversi. Quella che mi piace di più me l’ha raccontata qualche anno fa Filippo Di Giacomo, un mio coetaneo che ha fatto il missionario nell’Africa nera, anzi nerissima, per dieci anni, e forse per questo ha conquistato un senso superiore della natura e delle sue impervie leggi.
Dunque, c’era il parroco cattolico di una casa d’anime congolese. Era una parrocchia importante e stimata, conosciuta in tutto il continente nero perché dal suo seminario venne fuori il primo vescovo africano consacrato dal papa. Il parroco, dopo la scuola ai ragazzini, nei lunghi, ipnotici pomeriggi subequatoriali che lentamente sfumavano verso una notte oscura e calda, amava intrattenersi con le sue bestiole. Il breviario e le sue bestie. La preghiera, i lavoretti e i suoi animali.
Aveva, o per meglio dire, gli girava intorno un’arca di Noè: due cani, alcuni gatti, qualche decina di pappagalli, un paio di scimmie, un’antilope, un elefante femmina di media taglia, una giraffa che veniva a raccogliere un po’ di banane, due caprette e altre imprecisate creature del Signore, che nella parrocchia avevano trovato cristiana accoglienza e semplici gesti d’affetto.
Si trattava di una specie di piccolo paradiso nero. Solo che il prete, ormai molto anziano, si ammalò e dopo poco tempo morì, con tutti i suoi cari animali intorno. Prepararono una bella cerimonia, un funerale come si meritava il parroco della parrocchia più importante dell’Africa selvaggia. Allorché tutto fu allestito, il carro funebre, una vecchia Mercedes grigia da un milione e mezzo di chilometri, cominciò la marcia di avvicinamento alla chiesa, sbuffando fumo lungo un vialetto dove erano schierati due cordoni di folla, con i bambini dell’asilo, gli allievi della scuola elementare, gli studenti delle superiori e i semplici fedeli, donne colorate in lacrime e uomini addolorati.
E qui, a pochi metri dal sagrato, o già sul sagrato stesso, mentre quattro addetti si accingevano a trasportare il feretro davanti all’altare, uno degli animali lanciò un grido. Sarà stato un odore, un ricordo, un riflesso condizionato, un’eco dell’anima, un riemergere di una coscienza preistorica, sarà stato quello che volete. Forse il suono triste di una voce di donna, un gemito, l’eco di un dolore. I materialisti pensino pure alla fisiologia, al codice della fame, a una paura viscerale.
Sta di fatto che a quel grido, o a quel barrito, rispose un muggito, e poi un altro, e poi un abbaio, un miagolio, un belato, uno stridio, un nome pronunciato in lingua pappagallina. Sicché in pochi istanti si scatenò quello che sembrava un coro stonato, che poi invece si rivelò un lamento corale, come se tutti gli animali dell’Africa volessero commiserare il loro amico, e fargli sentire quel loro dolore, che forse era il pianto dell’Africa intera e raccoglieva, come in una pioggia d’amore, ogni lacrima del mondo, lacrime calde, lacrime dolci, lacrime di quella strana famiglia d’erbe e d’animali di cui dovremmo far parte anche noi, con tutto il nostro dolore così spesso senza senso e senza suono.
Ogni volta che mi faccio raccontare questa storia, il mio amico Filippo la ridimensiona, toglie qualche animale, sopprime il pathos, forse perché ha capito che, a me, la faccenda del parlare con le bestie, cioè di trovare canali di comunicazione con un’altra realtà vivente, piace troppo e ne resto vittima.
E allora cerco un rimedio tentando di recuperare piani di razionalità: e decido di insegnare a parlare a Liù. D’accordo, non a parlare, più che altro ad ascoltare. A capire le parole. Perché dicono che un cane come il labrador può impararne quattrocento di parole, che sembrerebbero tante, ma se lo dici a un vero appassionato, quello ti guarda deluso, alza gli occhi al cielo e sussurra: ma no, di più, ne imparano molte di più.
E tu allora ti convinci che è vero, che il tuo labrador, nero e femmina, è virtualmente un’enciclopedia, un vocabolario vivente. È vero o non è vero che impara tutto?
Ma certo che impara tutto. Tutto, anche il superfluo.
Anzi, come tutti gli esseri ispirati da una vocazione superiore, soprattutto il superfluo.