Quanto ai dialetti, si dovrà insistere ovviamente sulla produzione poetica romagnola, la più ricca e nota in tutto il paese, mollo al di là anche dal resto della regione. Basti pensare a Santarcangelo come culla di poesia almeno per le ultime due o tre generazioni. Ricordiamo che un caposcuola come Tonino Guerra (capo e scuola con significato puramente formale) ha oggi oltrepassato gli ottanta. Per cui nasce una domanda ovvia. Perché tutto questo? Che cosa distingue questi particolari romagnoli da tutti gli altri poeti in dialetto del nostro paese? E perché proprio Santarcangelo, in questo angolo a ridosso di San Mauro e della Rimini di Fellini? Vi sono forse alcune ragioni oggettive, come la conservazione del dialetto, più robusto che altrove, anche nello stesso angolo romagnolo. O forse la seminagione compiuta nell’ultimo mezzo secolo da uno scrittore come Guerra (e prima di lui da Stecchetti e Spallicci), notissimo anche per il suo profondo legame creativo col cinema. Non si deve dimenticare l’Amarcord di Fellini-Guerra, da cui si ricavò a suo tempo anche un libro. Forse esistono anche per la poesia una seminagione e una coltivazione adeguate, aiutate evidentemente dalla particolare natura di certi angoli di provincia o di paese. Guerra, Baldini, il compianto Pedretti, Fucci e altri formano molto più che una scuola. Mentre non vanno dimenticati altri poeti in altri angoli romagnoli, non meno ricchi di novità e capacità. Per cui è inevitabile richiamare per tutta la regione romagnola la forza della lingua cosi acutamente creativa, e questa volontà di applicazione, viva anche nei più giovani: in un momento in cui, come dappertutto, i dialetti sembrano staccarsi dalle nuovissime generazioni, specie nella scuola. In altre parole: il dialetto muore e i poeti aumentano. Tutto questo ha riscontro in Romagna, molto meno altrove, anche in Emilia e nel basso Veneto. Sotto il profilo della fortuna dialettale veramente la Romagna fa parte per se stessa, per cui alcuni chiamano in causa la forza antropologica e linguistica del dialetto, il costume generale e un tipo di cultura molto aperta alle lingue moderne e alle discipline della moderna comunicazione. La poesia dialettale vive positivamente sul presente, non sul passato. Non a caso i più noti e celebrati poeti romagnoli godono dell’appoggio della critica di punta in campo universitario. Non si può dimenticare che il successo di Guerra fu varato da Gianfranco Contini. Strettamente Romagna dunque? In un certo senso sì; senza tuttavia dimenticare tutto il nuovo che, dialetto a parte, questa poesia porta a galla, al punto che la critica più attenta evita ormai di distinguere tra lingua e dialetto, la poesia avendo abbandonato le tradizionali caratteristiche. II fenomeno in tutto romagnolo di Guerrini-Stecchetti, autore notissimo dei Sonetti, peraltro indimenticabili, è lontano nel tempo e rimane, come tutti sanno, strettamente legato alla Romagna di fine Ottocento con tutta la sua originalità. Il fenomeno del dialetto legato alla nuova e moderna poesia, così profondamente rinnovata, è fermamente locale, come lo è il dialetto, e oggi più che mai nonostante le nuove generazioni. Né si può tralasciare la diversità con la restante regione emiliana, che ha sì i suoi noti dialetti e i suoi poeti, ma non col vigore e la volontà di rinnovamento che s’incontrano in Romagna. Si può essere emiliani essendo romagnoli, e romagnoli che vanno nella restante Emilia un po’ come sì va in un quartiere della stessa casa, e un po’ all’estero. La sensazione dell’estero viene naturale a molti romagnoli, anche se i romagnoli sanno, se necessario, rifare la loro casa d’origine in ogni parte. Così com’è vero che i romagnoli, stanziali, se mai ve ne furono, sanno viaggiare dappertutto. Chi, se non i romagnoli, avrebbe potuto amministrare spiaggia e mare, e tutto il cemento della costa adriatica, alla maniera che s’è visto e si vede? Lasciamo stare l’estetica, per carità di patria. Pensiamo al modo di reggere l’ospitalità tra tornaconto e simpatia. D’altro canto, degli antichi costumi, a contatto con gli stranieri, rimane poco. C’è il presente, la moneta, l’interesse e la capacità di contattare altra gente e di conservarla come se si trattasse di un manipolo di inquilini e cugini insieme. Il mare d’altro canto cambia la gente rispetto a quella di terra. Si pensi al mare nella Frusaglia di Fabio Lombari, anche se ci introduce nelle vicinissime Marche, e al mare in Panzini, che subito ci ammonisce che «il padrone sono me». Padrone di terra naturalmente. E al senso della propria terra, e del favoloso mare, in tutto Fellini. Che cos’è Amarcord se non un inno e un poema insieme alla propria terra e città piantata nel cuore della Romagna? Ma l’Emilia è altro, è terra vasta, ospitale e gelosa, fatta di gloriose città, di nobilissime pietre, di terra ampia, e di colli e montagne. Come spiegheremmo altrimenti un poema unico come La camera da letto di Attilio Bertolucci, con quel titolo che dall’inizio ci ammonisce sull’esistenza di un cuore nella casa e nella famiglia? L’ampiezza, la gelosia, il senso della civiltà della terra e della casa non sarebbe possibile che in quell’Emilia e in quel parmense che tutti amiamo. Né sarebbe possibile al di qua di Bologna. C’è più volte accaduto di riflettere, in chiave di Romagna e Emilia insieme, sul valore misterioso della bicicletta in Romagna e altrove: dove in Romagna essa è sempre stata mezzo di diporto, mezzo di divertimento e bisogno, segno maneggevole di fantasia, e soprattutto strumento di possesso di una terra e di tutti i suoi segreti. Tutta la bicicletta è Emilia, ma in Romagna è ed è stata qualcosa di più proprio per la sua virtù di adattarsi alla cangevolezza di un territorio giustamente alternato fra colline e pianura, salitelle e discese, tratti pianeggianti e ondulati quasi senza fine. Serra, Panzini, Oriani furono grandi cultori della bicicletta, usata ovviamente anche fuori Romagna ma coltivata soprattutto dove le strade allo stesso tempo sono ben praticabili e proprie in senso buono, cioè non pericolose. È vero che Oriani e Panzini percorsero La follia dì Dino Campana si stacca dalla Romagna toscana come un richiamo, o un’invocazione, a quel viaggio che i romagnoli soprattutto hanno praticato dentro i loro confini, e che gli emiliani mai hanno avuto bisogno di fare, essi naturalmente proiettati lontano, non impediti a nulla e da nulla, ogni confine essendo disponibile alla loro volontà di lavoro e spostamento. La loro letteratura carezza assiduamente un grande sogno di appartenenza, che è poi una concreta realtà, colma anche di patimento e di pena. Ma se un grande poeta come Bertolucci ha sentito il fascino della propria culla e del suo paesaggio, nessuno come Bassani ha mai dipinto e scavato la pena, la condanna d’essere prigionieri entro mura quasi invalicabili che separano dalla grande pianura. Come pensare l’emilianità di Ferrara senza ricomporre dentro di noi, col fascismo, l’altissima condanna di un’appartenenza senza perdono, quasi sino alla morte? Quale Emilia ci presenta quell’Airone che esalta la morte proprio laggiù verso Comacchio, dove sembrano esaurirsi insieme la pianura, l’Emilia e il nostro sogno di uscirne come attraverso un volo, sia pure quello miracoloso della morte? Chi più di Giorgio Bassani ha cantato, senza darlo a vedere, quasi nascondendo i motivi più segreti, la condanna della terra padana, il suo sogno, quel sogno che nessuno di noi può evitare pur nella concretezza del vivere quotidiano? A qualcuno, per magia di luoghi, può tornare alla mente quello che fu il sogno del più grande poeta del nostro Rinascimento: quell’Ariosto che ci accompagna da ogni angolo della nostra giovinezza e ci porta per mano attraverso le strade della sua città e della sua pianura. Esiste un sogno più nostrano ed emiliano insieme, un sogno fatto di grandissimo respiro, di buone gambe camminatrici, di sconfinati voli sopra le cose di questo mondo? Ecco dove la pianura emiliana ci viene incontro e ci benedice, dove anche ci chiarisce che tipo d’uomo, e di sogno, da sempre abbiamo coltivato, e dobbiamo coltivare. «A casa mia mi sa meglio di una rapa», diceva Ludovico, locando la casetta «parva sed apta mihi», da cui usciva dimenticando di infilarsi le scarpe ma in pianelle. Quale immagine più cara e indimenticabile di questa, mentre lui magari pativa la pesantezza dei padroni, rifletteva amaramente raggiungendo la sera a piedi il suo quartiere di Arianuova, ma sognava mondi senza confini, fatti di libertà e miracolosa bellezza.
8 Maggio 2006
| Racconti d'autore
N°11-RACCONTI D’AUTORE
Dal volume “Dal grande fiume al mare” il racconto di Claudio Marabini: I confini letterari. 2° puntata