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19 Giugno 2008 | Racconti d'autore

L’uomo che rubava manoscritti

di Giacinta Caruso, Dario Flaccovio Editore, 2008

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Mascia Foschi

19 giugno 2008

Vi proponiamo oggi un romanzo che ci porta nel mondo eroico delle gare automobilistiche degli anni Trenta, quando Achille Varzi e Tazio Nuvolari entusiasmavano i tifosi dividendo l’ Italia, come sarebbe poi accaduto nel ciclismo con Coppi e Bartali. I due piloti erano totalmente diversi: Nuvolari, irruento e dal cuore grandissimo; Varzi, freddo e calcolatore, stilista perfetto. Varzi e Nuvolari hanno sempre evitato di venirsi a trovare, fianco a fianco, al volante della stessa auto. Varzi lasciò l’Alfa Romeo a Nuvolari nel 1931 per la Bugatti, Varzi arrivò alla Scuderia Ferrari nel ’34 poco dopo la partenza di Nuvolari che aveva scelto di correre per la Maserati dopo un dissidio con Enzo Ferrari; Nuvolari tornò alla Scuderia Ferrari nel 1935 quando Varzi passò all’Auto Union, e Nuvolari andò all’Auto Union appena Varzi aveva dato l’addio alla squadra tedesca.
Alternando due piani temporali e passando dalla realtà storica alla finzione, l’autrice racconta il furto che avviene a Londra di una sceneggiatura sulla vita di Achille Varzi. La vicenda è ambientata negli anni fra le due guerre mondiali, quando Varzi aveva bruciato la sua carriera sportiva per amore di una bellissima nobildonna tedesca, Ilse Pietsch, moglie di un gerarca nazista, che lo aveva iniziato alla morfina. A causa della droga, il campione era stato costretto a ritirarsi dalle corse, tornando in pista solo dopo la seconda guerra mondiale.
La Caruso rivela i risvolti meno noti e più dolorosi della vita di Varzi, costruendo intorno ai fatti storici un avvincente thriller.

Primavera 1935. Grand Hotel Principe di Savoia, Milano.
Un uomo magro, elegante, attraversa la hall. Ha occhi celesti e capelli chiari pettinati all’indietro con la brillantina. Indossa un doppiopetto gessato dal taglio impeccabile. All’improvviso, passando accanto a un gruppo di persone che stanno conversando, l’uomo si blocca, fulminato. Davanti a lui c’è la donna più bella che gli sia mai capitato di vedere e sta parlando con il suo compagno di squadra, Hans Stuck.
L’uomo è il pilota Achille Varzi, il rivale più temibile di Tazio Nuvolari, e da qualche giorno sta collaudando sulla pista di Monza l’Auto Union, il gioiello della casa automobilistica tede­sca che da poco lo ha ingaggiato.
La donna è Ilse, moglie del pilota Paul Pietsch, anche lui compagno di squadra di Varzi.
La bellezza di lise è abbagliante. Carnagione nivea, occhi azzurri, capelli biondissimi al punto da sembrare quasi bianchi, acconciati come quelli della diva del momento, Marlene Dietrich. Nessuno rimane insensibile al suo fascino. Quel gior­no indossa un tailleur rosa cipria d’alta sartoria. Al collo ha una stola di volpe argentata, sotto la quale si intravedono tre fili di perle.
Varzi si rivolge al suo compagno di squadra, Stuck: «Volete presentarmi questa affascinante creatura?», dice in francese.
«Certamente», risponde Stuck nella stessa lingua, «ma se intendete unirvi alla schiera dei suoi ammiratori dovete metter­vi in fondo alla fila».
Varzi e la donna si guardano negli occhi.
«Sarei onorato di ammirarvi», mormora Varzi. «Ma dalla testa della fila».
Ilse sorride, lo fissa ancora per qualche istante, poi torna a rivolgere la sua attenzione a Stuck.
Varzi raggiunge il suo segretario, Pierino Viganò, che lo sta aspettando nella hall insieme a Ugo Ricordi, rappresentante dell’Auto Union in Italia.
«Complimenti», dice Ricordi stringendogli la mano. «Allora è deciso: debutterai al Gran Premio di Tunisi il prossimo 5 maggio».
Varzi tiene lo sguardo puntato su Ilse, che sta ancora chiac­chierando con Stuck. Poi fa segno a Viganò di accendergli la sigaretta che ha estratto dal portasigarette d’oro massiccio.
«Sai quanto tengo alla corsa di Tunisi», ribatte aspirando len­tamente il fumo.

Ricordi segue il suo sguardo. «Ti consiglio di lasciar perdere. La dama bionda è tedesca. Per di più è sposata con un corrido­re suo connazionale. Non vorrai compromettere per una donna la tua carriera all’Auto Union, che fra l’altro deve ancora inco­minciare».
Varzi stacca per un attimo lo sguardo da Ilse. «Stai tranquil­lo, non corro pericoli. Non dimenticare che quando i tedeschi hanno deciso di assumere un altro pilota hanno scelto un italia­no perché siamo gli stranieri a loro più graditi».
«Sai bene perché. Se non ci fosse di mezzo la politica saresti ancora all’Alfa Romeo».
Varzi fa una smorfia. «Impossibile. Ho chiuso con la scude­ria Ferrari. La vettura messa a punto da Porsche per l’Auto Union è velocissima. Non ha rivali. Credo che Nuvolari si stia ancora mangiando le mani».
«Devi ringraziare Stuck. Se non fosse stato per il suo veto, ora sarebbe Tazio a guidare l’Auto Union».
La casa tedesca, dopo aver messo in pista le nuove rivoluziona­rie vetture progettate da Ferdinand Porsche, le prime e uniche a montare il motore nella parte posteriore, ha cercato il pilota migliore sul mercato. La scelta è stata fra Nuvolari, tutto cuore e ardimento, e Varzi, tutto testa e calcolo. I dirigenti dell’Auto Union avrebbero preferito il primo, se Stuck non si fosse opposto.
Hans Stuck è il pilota di punta dell’Auto Union. Nel 1934, anno del debutto della casa tedesca, ha ottenuto sette vittorie su quattordici gare, portando la nuova monoposto al centro del­l’attenzione generale. Stuck è anche colui che ha assicurato alla casa tedesca l’appoggio di Hitler, nominato cancelliere del Terzo Reich nel 1933, di cui è un acceso sostenitore. Hitler sa bene che le competizioni sportive internazionali sono un’ottima pubbli­cità per il nascente regime nazista. È essenziale dunque che la Germania conquisti la supremazia assoluta in campo automobi­listico. Stuck però teme che Nuvolari possa offuscare la sua glo­ria. La scelta quindi alla fine cade su Varzi.

13 giugno 1935. Circuito di Nurburgring, Germania.
Varzi si sta allenando in vista della corsa dell’Eifel. A un tratto torna ai box, dove Paul Pietsch sta assistendo alle prove.
Accorrono il suo segretario, Viganò, e i meccanici.
«Sono costretto a smettere», dice il pilota con una smorfia di dolore, scendendo dalla vettura. «Non mi sento bene. Ho forti crampi allo stomaco».
«Chiamo subito il medico», dice Viganò.
«Me ne torno in albergo», ribatte Varzi. «Mi farò visitare là». Intanto si è avvicinato anche Pietsch.
«Ti cedo la mia vettura», gli dice Varzí con un sorriso forza­to. «Trattala bene».
Poi se ne va, sorretto dal segretario.
Arrivato in albergo si imbatte in Ilse. È la seconda volta che lui e Ilse si incontrano.
Nonostante i forti dolori, fa il galante. Saluta la donna in francese. Si china per baciarle la mano.
Lei si accorge che Varzi soffre.
«Cosa avete?», chiede scrutandolo.
Ha usato anche lei il francese. Da questo momento sarà la loro lingua.
«Ho dovuto sospendere le prove per un’indisposizione. Ma non è niente di grave. Sono certo che con un po’ di riposo passerà».
Il pallore del suo viso e i brividi che lo scuotono però tradi­scono la sua sofferenza.
Ilse lo guarda in silenzio, come se lo stesse valutando.
«Se volete», dice poi lentamente, «posso darvi qualcosa che vi farà sentire subito meglio. In passato sono stata male e so quanto il dolore possa diventare insopportabile».
Varzi non crede alla sua fortuna. E proprio quello che aveva sperato: rimanere solo con Ilse.
«Ve ne sarei grato», risponde con un gran sorriso, dimenti­cando per un attimo le fitte.
Salgono nella stanza di Ilse. Lei fruga in un nécessaire finché non trova un astuccio di pelle nera. Dentro c’è l’occorrente per fare un’iniezione.
Varzi è preoccupato. Ha paura degli aghi.
Ilse se ne accorge. Sorride, divertita. «Stai tranquillo», lo ras­sicura dandogli all’improvviso del tu. «Dopo starai meglio».
«Che cos’è?», chiede Varzi vedendo la fiala che lei ha tirato fuori dall’astuccio.
«Morfina», risponde Ilse sedendosi sul letto accanto a lui. «Sono tormentata dalle coliche renali. Solo la morfina riesce a liberarmi dai dolori tremendi che spesso mi assalgono».
Varzi, che conosce i rischi della morfina, rifiuta. «Forse è meglio che senta prima il medico».
Ilse lo fissa per qualche istante, interdetta. Poi, rimettendo la fiala nell’astuccio, dice imbronciata:
«Come credi. Volevo solo aiutarti».
Varzi le prende una mano e se la porta alle labbra. «Ci sono altri modi per aiutarmi».
Si fissano intensamente, poi cadono sul letto avvinghiati.

17 maggio 1936. Gran Premio di Tunisi.
È passata una setti­mana dalla corsa di Tripoli. Achille Varzi ha affrontato un lungo viaggio in idroplano per incontrare Ilse in Italia. Poi, sempre in idroplano, ha raggiunto Tunisi. Malgrado la fatica degli sposta­menti durante il Gran Premio è scatenato. Si vede che vuole vin­cere a ogni costo per vendicare l’umiliazione di Tripoli e non ci sono dubbi che ci riuscirà perché è al comando della corsa e fila velocissimo.
All’undicesimo giro dei trenta previsti però il destino decide diversamente. L’Auto Union sta affrontando una curva veloce a destra quando una raffica di vento la investe in pieno, rovescian­dola più volte prima di scaraventarla in un campo di cactus.
Varzi esce a fatica dalla vettura, barcolla, ma è miracolosa­mente illeso.
I soccorritori lo adagiano su una barella perché non si regge in piedi. È visibilmente sconvolto, trema, si accende una sigaret­ta ma gli cade dalle mani.
È il primo incidente della sua carriera. Si è sempre ritenuto invulnerabile. Ora scopre che non è così. Anche lui può morire in corsa. Per di più è uscito di pista senza ragione. Il suo segre­tario e i tecnici dell’Auto Union gli ripetono che è stata colpa del vento, ma lui sa che non è vero: è stata la morfina a tradirlo.
Rientrato in albergo telefona a Ilse.
Lei cerca di confortarlo, senza riuscirci.
Varzi si calma solo dopo essersi iniettato un’altra dose di morfina.

Brano corrente

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