Nerino Rossi è nato a Castenaso nel bolognese. Narratore e giornalista, con “La neve nel bicchiere” è riuscito a far diventare la vita quotidiana di una famiglia di poverissimi scariolanti l’eco di vicende grandiose e terribili come la lotta di classe, il socialismo, il fascismo. Dal romanzo è stato tratto il film di Florestano Vancini.
Anche Venanzio incominciò così. Ma fu cosa di breve periodo non amando, il nonno, le occupazioni che degenerano in lavoro. Soleva dire: “Quelli della mia “razza” che sono venuti prima hanno lavorato per almeno dieci generazioni dopo”. E la parola “razza”, riferita ai propri ascendenti, l’aveva sempre in bocca, era un po’ il perno del suo vocabolario.
Fu anzi da questo affetto per la sua “razza” che scaturì l’idea di una nuova occupazione. Il padre Nullo e le altre centinaia di scariolanti come lui avevano costruito, a furia di scavare e di ammucchiare terra, argini per chilometri e chilometri. E su quegli argini erano nate delle strade, mal brecciate ma strade. Ora, quale migliore valorizzazione del lavoro del padre di quella di utilizzarle il più possibile e nel migliore dei modi? Fu così che Venanzio, prima ancora dei vent’anni, era già barocciaio. Diciamo pure il primo, in ordine di tempo, della zona. E forse lo fece anche bene, da par suo, perché era un mestiere indubbiamente a lui congeniale.
I lunghi viaggi semidisteso sul carretto ben si conciliavano con la sua pigrizia. Eppoi il giovane – già fine nei tratti e in quelle poche cose che dipendevano dal suo buon gusto, come un orologio con catena nel panciotto e le scarpe di vacchetta ai piedi che fuoriuscivano dal biroccio – si presentava bene. E sapeva curare i ferri del mestiere. Così, non si limitava a trasportare cipolle ad Argenta ma riusciva anche a fare qualche carico per il ritorno. E questo è un particolare che conta. Perché la ricerca dei clienti gli faceva conoscer gente e gli stuzzicava la parola.
Il padre Nullo, che ai Due Ponti s’era già messo a mezzeria dall’arciprete, lo chiamava “il vagabondo ”, con grande sconforto. Anche le donne lo chiamavano “il vagabondo ”, ma con animo ben diverso. Nelle aie, dove sostava per lavoro o per curiosità, le più giovani si trovavano a parlare con lui senz’avvedersene, tirandosi il grembiale da una parte come a farsi belle. Mentre nei campi le spose “già fatte” guardavano il biroccio che passava per la strada, giù fino in fondo, con la coda degli occhi.
Ma lui non aveva malizia. E se andava a lavarsi nel canale (agli uomini era permesso) teneva alla riservatezza. Gli piaceva farlo sempre in quel punto, dove anche al cavallo garbava abbeverarsi e un po’ bagnarsi. Era a metà di un’ansa dalle rive erbose, con un ciuffo di giunchi e un salice. Qui l’acqua, trattenuta più avanti da una chiusa della bonifica, era più alta e quasi chiara. Quando, tutto nudo, Venanzio ne usciva si metteva come di profilo per chi potesse vederlo (magari un contadinello che aveva menato i buoi all’ombra dell’unico albero vicino) quasi avesse stampato nella memoria un quadro del Settecento.
Ad Argenta il nonno aveva stretto delle amicizie che più tardi, quando la “ valle” si affollò di braccianti, lo indussero – lui che già era mezzadro – a scegliere di andare “all’opera” come bracciante “sotto” i grandi
padroni. Il fatto è che la politica, diciamo così, aveva prevalso sulla pigrizia.
Fu allora che la Mariena – che aveva già messo al mondo tre dei cinque figli, mio padre compreso – temette di aver fatto una cosa precipitosa il giorno che gli aveva detto di sì.
Intendiamoci: un sì per modo di dire. Andò esattamente così. Chi stava “in giù” al tempo della vendemmia aveva ben poco da fare. L’uva era scarsa, si facevano solo allora le prime “ piantate ”, e i più fortunati riempivano qualche tinozza appena. Questa miseria veniva compensata dalla possibilità – soprattutto per i ragazzi e gli uomini giovani – di trasferirsi qualche giorno altrove. E tutti andavano “in su”. Per procurarsi il gusto di fare una vendemmia vera.
Era come una trasmigrazione, senza una meta precisa, con l’eccitazione dell’avventura. Partivano a piccoli gruppi, che poi via via s’ingrossavano. A piedi, s’intende. Tutti, o quasi, scalzi. I ragazzotti avevano indosso la giacca del padre lunga fino alle ginocchia, con le tasche gonfie di pane giallo e di qualche pietanza. I giovanotti con una certa pretesa tenevano raccolta sulle spalle la capparella, che poi la sera scioglievano e, al momento di entrare nelle corti delle case contadine, con un secco colpo del braccio facevano svolazzare fino a esserne avvolti.
Venanzio quell’anno – si era nel ’98 – aveva tanto di capparella e di biroccio. Un biroccio, come sappiamo, tutto suo. Di strada ne fece perciò parecchia. Fino a giungere a Poggio Piccolo. Che però, nonostante il nome, non era in collina. Ma da Poggio le colline si vedevano, eccome. “Castello” sembrava a un tiro di schioppo. Venanzio non l’aveva mai visto, ma durante il viaggio gli era stato detto che la miglior uva nera da vino, dal sapore di fragola, la si poteva trovare sulle colline di Liano, proprio dirimpetto a Castel San Pietro, una volta scavalcata
Arrivato dunque che fu a Poggio Piccolo, Venanzio sentì odore d’uva. La stavano pestando, in una mezza dozzina di bigonce, altrettante donne. Entrò nella corte. Qui, aiutandosi con un piede sul mozzo di una ruota, balzò a terra, da barocciaio esperto.
“Stavo proprio cercando un po’ di companatico”, annunciò rivolto all’unico uomo presente, e insistendo: “Vengo a vendemmia se vi è di comodo; mi basterà un po’ d’uva per il mio pane ”. E intanto si era già avvolto nella mantella grigio topo, un po’ stinta dalle lunghe ore di esposizione al sole sul biroccio ma orlata di nero, a mo’ di distinzione. Poi ristette senza parola, con l’immobilità di chi cerca una frase.
Così conciato, alla Mariena, che nella sua bigoncia non aveva interrotto lo stantuffo delle gambe, quell’uomo sembrò metà signore e metà brigante. “Proprio come l’uomo piace alle donne” ammise poi
La Mariena era la più piccola ma mostrò, nel dimenarsi, un corpo perfettamente proporzionato. “Benedetta quell’uva” fece lui passandole vicino e sbirciando il fondo della bigoncia. Ma senza mancarle, come uomo, di riguardo. E nessuna delle altre si intromise perché fu subito chiaro che la scelta era stata fatta.
La sera l’ospite si ritrovò, insieme con gli altri vendemmiatori, attorno al focolare acceso per arrostirvi una bisaccia di marroni di Monghidoro, poi innaffiati da vino d’uva fragola. Ma intanto, sul padellone delle castagne la Mariena aveva visto posarsi, a più riprese, le straordinarie mani del giovane. .
Fosse in quel momento la candela o fosse la luna più tardi, quando uomini e donne andarono a sedersi sulle scranne di paglia dinnanzi all’uscio di casa, Venanzio non seppe poi precisare. Sta di fatto che candela e luna scontornarono, con un grande effetto, lo stupendo ovale della faccia della Mariena. Cosi, quando, con l’aiuto di un organetto a bocca, si decise di fare quattro salti, lui, con rapida sicurezza, si rizzò in piedi e andò dritto dalla Mariena. E infiorettò il muto invito con una frase: “Voi per me siete la prima ”.
La ragazza – oltre tutto già ventiquattrenne – era usa, da tempo, a stare molto attenta alle parole che i giovanotti le rivolgevano per capir bene se l’intenzione era buona. Quella frase le parve fuori del comune per il suo spontaneo doppio senso e la prese come una “dichiarazione ”, vale a dire una cosa che si fa solo fra signori. Perché i contadini andavano a morosa e poi si sposavano ma senza aver mai fatto la “dichiarazione ”. Che cosa fosse questa “ dichiarazione” la Mariena di preciso non lo sapeva, però che esistesse ne era sicura.
Allora, lusingata e frastornata insieme, si rifugiò in un proverbio, uno di quelli che usavan tutte. “Le chiacchiere se le porta via il vento” arrischiò contenta. Ma Venanzio, che non voleva sembrare respinto, incalzò ancora più allusivo: “Mi basta un vostro sì ”.
“ Il sì ve lo dico perché è il ballerino che comanda”.
Il ballo ebbe inizio e Venanzio, che la sovrastava di trenta centimetri buoni, si limitò a guardare la peluria che i capelli annodati sulla nuca avevano messo in evidenza sul collo e i pochi ricami di cui la veste della
ragazza era trapunta fin là dove si protendevano i seni. Che erano, forse, l’unica cosa sproporzionata.
Altro “sì” all’infuori di quello non ci fu, ma dieci mesi dopo vennero celebrate le nozze, con il volo della colomba che già sapete. E con un viaggio di nozze. Questo avvenne a Castel Guelfo, che era sulla strada per i Due Ponti, ma con una deviazione di qualche chilometro. Deviazione che allora gli sposi non chiamarono viaggio di nozze, ma che servì più avanti a Venanzio quando i coniugi entrarono nell’età delle rimembranze e l’uso del viaggio di nozze incominciò a diffondersi – per dire che la Mariena si sbagliava o, poverina, non ricordava, perché loro il viaggio di nozze l’avevano fatto. E la Mariena infatti quella deviazione non l’aveva scordata.
C’era allora, e c’è oggi, poco prima di Castel Guelfo, un dritto stradone che porta al paese, tutto bordeggiato, lungo il ciglio dei fossi, da due interminabili file di meli. Fu lì che la donna, alta sul biroccio, staccò da un albero una mela per darla al suo Venanzio, dopo averla addentata. E poiché, preparata com’era nelle cose della religione, sapeva tutto del peccato originale, fece, in quell’attimo stesso, il viso della peccatrice. Che il marito scambiò per un invito, e si affrettò ad accettare. Solo si accertò che le due alte ruote del biroccio potessero fungere da paraventi.
Alla Mariena tanta pudicizia piacque.