Salta al contenuto principale
23 Marzo 2006 | Racconti d'autore

N°1-RACCONTI D’AUTORE

Dal volume “Dal grande fiume al mare” il racconto di Luca Goldoni “Tanta nebbia per sognare”. 1° puntata

Il primo viaggio lo feci a tre anni. Mio nonno Giovanni aveva baffi e capelli bianchissimi, ma quando mi prendeva in braccio odorava di toscano. Per questo preferivo che mi tenesse per mano in lunghe pas­seggiate volevo sempre andare sul lungoparma. Il torrente che attra-versa la città mi dava forti sensazioni; le strade strette fra le case, sfo­ciavano in uno spazio improvviso, in una luce chiara, si poteva guar­dare lontano.


Mio nonno mi raccontava delle storie, ma io non ascoltavo. Guar­davo in fondo al torrente la linea delle montagne. Erano celesti. Gli unici monti che conoscevo erano quelli del presepio, fatti con carta da imballaggio, stropicciata per corrugarla un po’, dipinta con un po’ di verde, ricoperta di muschio e addossata alla parete. Quei monti in fondo ai torrente invece erano veri, in quel loro inafferrabile mistero celeste.


Un giorno chiesi a mio nonno se mi portava sui monti e un pome­riggio mi accontentò. Salimmo su un tram giallo ad accumulatori e ci mettemmo in viaggio, lo non volevo guardare dal finestrino, tenevo gli occhi chiusi, dissi a mio nonno di avvertirmi poco prima dell’arrivo. Volevo riaprire gli occhi dentro quel celeste.



Mi batteva il cuore quando schiusi lentamente le palpebre. Di fian­
co vidi un bosco. Verde. Una strada che vi si inerpicava. Bianca. Poi vidi delle case gialle con le persiane verdi. E poi vidi tutto il resto, uomini donne biciclette cani carretti d’ortolano un prete un’edicola di giornali, tutto uguale a quel che avevo lasciato in città.


Non dissi nulla e mio nonno forse non afferrò la mia delusione nel veder dissolversi la magia azzurra delle montagne.


La delusione di quel mio primo viaggio pesò sul resto della mia ansia e della mia adolescenza: in qualsiasi luogo mi accompa-gnassero sapevo che mi aspettavano cose desolatamente uguali: bambini con la cartolina sui raggi della bicicletta, madri che sgridavano i gli giardini dove abbaiavano cani, tram che in curva facevano le stesse strida acute dei maiali prima che li ammazzino. Fu dunque una curiosa nemesi quella di scegliere un mestiere in cui dovevo conti­nuamente fare e disfare le valigie.


Verso la fine del 1970 Giovanni Spadolini, direttore del «Corriere della sera», mi mandò a chiamare. Ho deciso di assumerli, mi disse, li lascio un mese per cercarti casa a Milano. Poi restò in silenzio per gustarsi l’effetto.


Io lo guardavo e stavo in silenzio anch’io. Era chiaro che sognavo quel momento da quando, a vent’anni, avevo cominciato a scrivere sui giornali. Eppure non riuscivo a pensare alla grande occasione pro­fessionale che mi veniva offerta. Pensavo a casa mia, a quell’apparta­mento con la grande terrazza che m’ero appena comprato col mutuo dei giornalisti, pensavo a Bologna dove vivevo, a Parma dove ero nato, all’Adriatico dove facevo una puntata ogni volta che mi veniva voglia di una mangiata di pesce.



Non ero un pulcino impaurito appena lontano dalla chioccia. Da anni giravo il mondo come inviato del «Resto del Carlino», però non avevo mai rinuncialo alle mie radici. Dall’Emilia partivo per chissà dove, ma all’Emilia tornavo.


L’Emilia era la mia coperta di Linus, con i vecchi compagni di scuola, gli amici più recenti, le trattorie in collina, le chiese romani-che, le feste di paese, il profilo degli Appennini.


Trasferirmi a Milano significava sradicarmi dalla terra che mi aveva nutrito, educato, vizialo. Cercai di spiegare quelle debolezze sentimentali che mi stavano assalendo, cercai di dire che il lavoro è una cosa molto importante ma è altrettanto importante quel micro­cosmo di facce, muri, orizzonti, odori, sapori, abitudini di cui, viven­do ci circondiamo. Ti stai giocando Bologna con il «Corriere»? mi chiese Spadolini. Forse è un po’ folle ma è cosi, gli dissi. E fui conge­dato un po’ bruscamente.

In seguito ebbi in sorte di non dover rinunciare né al «Corriere»
né a Bologna: ma data da allora la curiosità di spiegare a me stesso il perché di questo cordone ombelicale. Vivo in questa città da quasi mezzo secolo e da allora mi sento dire, fortunato le che vivi a Bolo­gna. Le prime volle dicevo, eh già. Adesso invece chiedo a brucia­pelo: spiegami perché mi ritieni fortunato. Qualcuno, sorpreso, mette insieme qualche motivazione: perché si mangia bene; perché ci sono delle belle donne; perché c’è genie che sa vivere; perché ci sono i portici e si passeggia anche quando piove.


A pensarci anche a Padova ci sono delle belle donne e anche ad Ascoli si mangia bene e anche i triestini sanno vivere.


Una spiegazione è forse che per Bologna, importante nodo ferro­viario come si impara a scuola, passa più gente che per le altre città e quindi ci sono più ricordi e leggende. Ci sono quelli che ci hanno fatto il militare nel Terzo artiglieria, quelli che ci hanno conosciuto un’espertissima «Luana», quelli che ci hanno studiato e baraccato nelle feste matricolari, quelli che ci hanno portato un congiunto da ingessare al Rizzoli, quelli che ci hanno perso una coincidenza, o che ci hanno fatto sosta obbligala al tempo in cui andare al mare per la via Emilia era un’anabasi estenuante e una trattoria bolognese era un modo per sopravvivere. Poi ci sono le parole-simbolo, che alimenta­no i miti goderecci: i tortellini sono più allegri del risotto con lo zaf­ferano o della fonduta, e anche lambrusco è una parola più allegra di chianti e barolo.

Vivo bene a Bologna perché mi sono affezionato a questi muri
splendidi ma più affettuosi, più casalinghi degli splendidi muri di Venezia o di Firenze. Bologna è una città dove tutti, per dire vado in centro, dicono vado in piazza. Se per strada urla un clacson a sirena, forse è un ferito, ma può anche essere un corteo nuziale, fiori e pal­loncini colorati sull’antenna della radio, roba da feste di paese: la tra­dizione preme su Bologna ed è una tradizione campagnola che si evolve, si educa, impara anche le civetterie, ma ogni tanto rispunta fuori: il giorno della prima comunione è una kermesse che accomu­na ricchi e poveri, raffinati e semplici, moderati e progressisti, tutti sfoderano la bambina bambola, di bianco vestita, estatica: tutti si asciugano gli occhi.



Bologna è quella città piena di aggettivi che non ripeterò perché sono frusti (si imparano a scuola e in treno) però sono veri. Per cono­scere il carattere di una città, le sue propensioni al buonumore o all’i­steria, spesso basta osservare nelle ore di punta il barista alla macchi­na espresso o il salumiere, cioè i mestieri da nervi a pezzi. Bene, il barista riesce a conversare con i clienti nella vertigine dei ristretti, lunghi, macchiati, corretti, che smazza come carte da briscola. Il salu­miere, col negozio intasato, si toglie la matita dall’orecchio e dice bat­tute: un cliente, una battuta. Ci tornate il giorno dopo per vedere se è roba di repertorio, macché, è proprio uno che diverte a tener banco. La Qualità Della Vita, secondo un’espressione di moda.


Bologna, dicevo, come centro da cui spaziare in quel piccolo pian­neta chiamato Emilia-Romagna.


La cosa migliore per capire questa terra è lasciare l’autostrada e tornare sulla vecchia via Emilia, Ricordavo i viaggi di una volta quan­do bisognava frenare alle galline che attraversavano, alle azdoure che sbucavano in bicicletta, ai trattori, alle sagre, ai funerali che poi svol­tavano verso il camposanto. Si viaggiava alla velocità di Goethe, ma si scopriva un po’ questo mondo coagulato attorno alla vecchia strada consolare.

Erano almeno quarant’anni che non battevo questo asfalto, che
scivolavo sulla corsia asettica dell’autostrada, e non ho ritrovato una strada statale, ma un corso: semafori, strisce pedonali, vigili urbani, fabbriche, supermercati.

La domenica sulla via Emilia c’è quasi il passeggio: si può andare dall’antiquario che ha affittato la vecchia villa con le bifore e l’ha riem­
pita di noce e rovere provenienti da tutte le sacrestie di montagna; si può comprare Biancaneve e i sette nani di gesso colorato che sono tanto orribili da divenire snob; sì possono comprare mobili metallici, cucine componibili, utensili, teloni impermeabili, roulotte, motosca­fi, si può comprare il formaggio grana (il cartello con uno spicchio di forma e la scritta «produzione e vendita» è tanto diffuso da sembrare un cartello stradale).


Direi che qui – più che capitani d’industria – ci sono i sottotenen­ti: hanno ancora la terra attaccata alle suole, i loro padri, i loro nonni andavano nella stalla, mentre i bisnonni dei milanesi avevano già smesso di filare la canapa in casa ed erano andati in fabbrica a lavo­rare ai telai del padrone: non più artigiani, ma operai.


Eccoli qua i sottotenenti d’industria: coltivano la piccola fabbrica come un podere, i confini ben disegnati: i confini dell’idea che hanno avuto. Hanno, come si dice, il bernoccolo della meccanica: le riforme in agricoltura non gliele ha insegnate l’Austria, se le sono fatte da soli modificando un attrezzo, rendendo più funzionale una macchina, inventando qualche aggeggio), riparandone i guasti. Mi viene in mente un amico scomparso che nell’ultimo dopoguerra fregava benzina agli americani con una cisterna di sua progettazione, qualsiasi tappo svitassero nei posti dì blocco, usciva sangiovese. Un capolavoro di doppi fondi e tubi ritorti che conteneva diciannovemilanovecentonovanta litri di carburante e dieci di vino. E mi viene in mente nonno Giovan­ni, che passava le domeniche al tornio e una volta a Washington, al Museo della Tecnica, lessi col batticuore: motore rotativo. Centenari.


Tante piccole e medie aziende, in gran parte schierate come stand lungo la fiera permanente della via Emilia: ogni fabbrica un’idea, la macchina per fare le sigarette, quella per incartare i cioccolatini, quel­la per incastrare i tappi delle aranciate. Ci sono macchine per l’agri­coltura, che con il corredo di parti intercambiabili fanno di tutto, come quei frullatori che, cambiando una rotella, macinano caffè o tri­tano carne o grattugiano formaggio.


Le idee vengono a tutti, anche fuori di qui, ma le idee sono loco­motive che spesso restano alle stazioni. Qui invece le locomotive par­tono come dannate: un brevetto e via. Ma, nonostante tutta questa attività, il ritmo di vita sembra quasi rallentato da una lieve iberna­zione, si respira non solo aria condizionata, le distanze dalla collina sono minime, consentono non solo i fine settimana, ma anche i fine giornata. Anche il titolare dell’azienda va in campagna appena può: la festa mondana cui tiene di più non è il party con i camerieri affittati, ma la mangiata per cento, quando ammazza il maiale.

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi