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20 Gennaio 2011 | Racconti d'autore

Non fare la cosa giusta

di Alessandro Berselli, Perdisa Editore, 2010 (terza puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

20 gennaio 2011

Claudio Roveri è un informatore medico scientifico. Conduce una vita di apparenze: è un professionista affermato, ha una famiglia felice, nessun motivo per non sentirsi soddisfatto, eppure le cose non vanno bene. Roveri cova il disagio. Odia Bologna, che è diventata una città diversa da come se la ricordava: neri, sbandati e zingari ai semafori, e quella sensazione di degrado che ha ogni volta che cammina per il centro. Roveri odia, ma non fa nulla. Si rifugia nella famiglia, negli amici di sempre, nel lavoro. Fino a quando reagisce, assecondando la sua vera natura. Una sera durante un rapporto sessuale con una giovane dottoressa conosciuta per lavoro, sente suonare il cellulare, ma non risponde. A chiamare è sua figlia, in cerca di aiuto. La vita di Claudio Roveri, da quel momento in poi, cambierà per sempre.

Alessandro Berselli inizia a scrivere nel 1991. Affascinato da Stephen King e Bret Easton Ellis, approda al noir nel 2003, attratto da quella che chiama “la follia del quotidiano”. Nel 2005 esce il suo primo libro Storie d’amore di morte e di follia (Arpanet), a cui seguono Io non sono come voi (Pendragon, 2007) e Cattivo (Perdisa Pop, 2009), vincitore del premio “Il libro dell’anno 2009/2010” indetto dai licei classici di Perugia, in collaborazione con il Teatro stabile dell’Umbria e Umbrialibri. 

 (io me ne vado)

Ci sono dei giorni che non ho voglia di uscire. Mi sveglio, faccio colazione. Mi guardo allo specchio e decido che va bene così. Che non ha senso fare le cose che andrebbero fatte.

Vestirsi. Andare a lavorare. A che cosa serve? Datemi un motivo, una ragione. Simonini me l’ha detto, no? Prenditi tutto il tempo che vuoi. E allora io me lo prendo questo tempo. Resto in pigiama. Guardo la televisione. Programmi inutili, di quelli che non ti costringono a pensare. Accendo il computer, controllo la posta. Mi muovo sui motori di ricerca. Metto il mio nome. Il tuo.

Erica Roveri. Settecentoquarantasette risultati. Molti hanno a che fare con la tua morte. Altri invece non c’entrano nulla. Trovo il tuo blog. Quello dei tuoi amici. Un tuo piazzamento a un torneo di tennis. Quarta classificata nell’oramai lontano duemila e cinque. Giocavi ancora a tennis tre anni fa. Chissà perché hai deciso di smettere.

Peccato. Eri brava con la racchetta.

Tua madre entra. Solito bicchiere in mano. Ha la faccia di una che ha pianto, e senza trucco sembra di almeno trent’anni più vecchia.

«Ha telefonato Martini».

Martini è lo sconosciuto. Quello che segue le indagini. Ha un nome adesso, strano che non me lo ricordassi. E dire che me l’avrà detto sicuramente la prima volta che è entrato in questa casa. Si sarà presentato. «Piacere, Martini». Solo che l’avevo rimosso. Completamente dimenticato.

«E che cosa voleva?».

Fabiana si siede. Appoggia il bicchiere. Si accende la milionesima sigaretta.

«Io me ne vado, Claudio».

La guardo. Cerco di capire cosa c’è dietro quel me ne vado. Se è solo un esco un attimo o un faccio le valigie per sempre. Se ci stiamo prendendo una pausa o se invece sta finendo proprio tutto.

«Non posso più stare con te. Questa casa, le nostre cose. Troppi ricordi. Devo ricominciare da qualche altra parte».

Dovrebbe crollarmi il mondo addosso. E invece non è così. La sto ad ascoltare. Tranquillamente. Come se mi stesse dicendo che ha deciso di iscriversi in palestra. O che dobbiamo fare la spesa. Sento che dovrei soffrire ma in questo momento sono incapace di farlo. Eppure lo so che se la lascio andare poi il tutto diventerà ancora più insopportabile.

Le stanze diventeranno enormi, e silenziose. Non ci sarà nemmeno più quella parvenza di vita che tua madre, con il suo bicchiere in mano, riesce a darmi. Resterò soltanto io. Unico superstite di quello che un giorno abbiamo chiamato famiglia. A leccarmi delle ferite che, per definizione, non sono sanabili.

Faccio un tentativo doveroso.

«Sei sicura Fabiana?».

Tua madre piange. Sembra quasi essere lei quella che viene lasciata. Le donne sono incredibili. Quando lasciano piangono. Sono causa delle loro scelte, e piangono. E noi stupidi che le stiamo a consolare. A dire non fare così, o tu non ne hai nessuna colpa. E la cosa assurda è che ci dispiace davvero che soffrano. Abnegazione totale. E poi dicono che siamo egoisti. Missionari dell’anima, ecco cosa siamo. Altroché egoisti.

«Si, Claudio. Me ne vado».

Nessun ripensamento, nessuna possibilità di cercare di capire. Scelta presa, comunicata, messa in pratica. Dico: «Va bene, se hai deciso così». E la lascio andare. Nella sua stanza, a preparare le valigie. Tornerà da sua madre, a farsi proteggere. A farsi dire, ancora una volta, cosa fare e cosa non fare. Perché alla fine è giusto così. Ho fallito tutti gli obiettivi. Sono stato assente, adultero e incapace di proteggere. Quindi inutile. Come padre e come marito.

Dio, che tristezza. In questo momento è come se sentissi tutto vanificato. Come se la mia vita fosse soltanto una lunga sequenza di errori, abilmente occultati per più di quarant’anni, e che adesso si presentano tutti insieme, a pretendere il conto.

La sento piangere forte, ma non mi va più di tranquillizzarla. Piango anch’io, ma mica per tua madre. Piango per me, per questo schifo che mi sento addosso. Se morissi adesso non ci sarebbe un motivo che fosse uno per rimpiangere la mia dipartita. Prendo il bicchiere di Fabiana e lo finisco. Chissà cosa voleva Martini.

 

(coup de theatre)

Nel silenzio delle scale penso a te Erica. Alla vita che non hai vissuto per colpa delle mie cattive amicizie. Alle cose che non hai fatto. Gli studi che non hai finito, il lavoro che non hai trovato, i figli che non hai avuto. Chissà come funziona con il destino. Se la data della nostra morte è già scritta e la scelta della causa o dell’esecutore è dovuta solo a un meccanismo di casualità. O al nostro libero arbitrio.

Se saresti morta ugualmente nello stesso giorno. Nell’ipotesi che io non avessi conosciuto Luca sarebbe stato per un incidente, forse, o a causa di una brutta malattia. Lo scorso anno una tua amica se ne era andata per una leucemia. Eri tornata a casa e avevi cominciato a bestemmiare. «Non può esistere un Dio così crudele», avevi detto.

No. Avevi ragione. Non poteva esistere. Ce ne sarebbe stato uno ancora peggiore, che tempo sei mesi ti avrebbe impedito di ritornartene a casa. Uccisa da un mezzo amico di tuo padre, uno a cui era stato dato credito. Un analista da strapazzo, un manipolatore di cervelli. Bastardo, bastardo, bastardo. Non sai quante volte vorrei urlargli bastardo.

Suona il telefono. Guardo il display. Per un attimo ho pensato che potessi essere tu. E invece è Martini. Il mio amico investigatore. Quello che predisporrà il mio arresto.

Martini. Che tempismo. Mi ha risparmiato la chiamata. È stato efficiente anche in questo. Talmente bravo a fare il suo lavoro che sa già con due minuti d’anticipo quand’è il momento di telefonare al colpevole.

«Pronto», rispondo.

E non aggiungo altro. Lascio che sia il detective a parlare.

«Roveri, ci sono delle novità».

Oh sì, Martini. Ce ne sono parecchie di novità. Ho trovato l’assassino e ho già anche messo a posto le cose con la giustizia. L’ho ucciso. Gli ho sparato. Luca Maranesi, detective. L’amico di famiglia. Sapesse come rideva. Ma adesso ha smesso. Adesso non ride mica più. E quindi a questo punto si tratta solo di mandare una volante al numero ventisette di via Urbana e di portare via il responsabile dell’accaduto. Il sottoscritto, Claudio Roveri, padre incapace di sopravvivere all’omicidio della sua unica figlia, e per questo, inevitabilmente, assassino a sua volta.

«Roveri, cosa sta dicendo? Non può essere stato lui l’assassino di Erica. Era a New York con sua moglie la notte dell’omicidio. Nello stesso albergo e nella stessa camera. Abbiamo appena verificato alla reception dello Sheraton».

Il silenzio sulle scale si fa ancora più pesante. La testa improvvisamente comincia a farmi male, e la voce di Martini diventa distante, incomprensibile. Continua a parlare di Luca, e di tua madre, e improvvisamente la rivedo com’era vent’anni fa, quando non riusciva a nascondermi nulla e stare insieme a lei era bello. Anzi. Era bellissimo.

“Non ti dirò mai bugie”, mi disse una volta. “E se un giorno ti tradirò, vedrai che te ne accorgerai”.

È vero. Avrei dovuto accorgermene. Avrei dovuto capire che dietro a quei silenzi, e a quel non venire più a cercarmi, doveva esserci qualcosa. Un disagio profondo covato chissà quanto a lungo e poi esploso. Così. Improvvisamente. Mentre io facevo i conti con la mia insoddisfazione.

Siamo egoisti anche quando soffriamo: e non capiamo mai che si è in due a maturare insuccessi, a fare bilanci, ad adattarsi alla noia.

«Martini. Mia moglie mi tradiva?».

Che domanda stupida. A volte capiamo le cose ma abbiamo bisogno che siano gli altri a confermarcele. È stato così anche quando avevano ritrovato il tuo corpo. Lo avevo capito fin da subito che ti avevano ucciso. Ma ciò nonostante ho fatto finta di niente. «Signor Roveri, mi ascolti. Erica è morta». È stato solo allora, quando me l’hanno detto, che me ne sono reso conto per davvero.

«Sì, Dio Cristo, sì. Perché l’ha fatto, Roveri? Perché l’ha ucciso?».

Sento passi che vengono da sotto. La polizia che viene a prendermi, probabilmente.

La polizia.

Mi viene da ridere. La stessa risata che aveva prima Luca, grassa, inutile, isterica. Ho ucciso un uomo convinto di elimi­nare l’assassino di mia figlia e invece questa ridicola caricatu­ra di analista non era nient’altro che l’amante di mia moglie. E facevano anche i video, si riprendevano nello studio. Poi magari li salvavano su YouTube, come fanno i ragazzini.

Stanno salendo. La cosa più assurda è che l’uomo che ti ha ucciso è ancora a piede libero. Non è stato Carletti, e non è stato Luca. Il tuo caso diventerà come un milione di altri, con gli inquirenti che prima arrestano, poi scarcerano, poi brancolano nel buio. E a distanza di anni ancora si chiedono chi sia stato.

Non so se potrò sopportare a lungo questo non conoscere la verità. Anzi, a dire il vero non so nemmeno se potrò sopportare la verità pur dopo averla conosciuta. Il concetto di verità in questo momento mi sfugge. Come quello di giusto. O di sbagliato. Di buoni o di cattivi. Chi sono i buoni nella mia vita? E chi i cattivi? Siamo tutti buoni e tutti cattivi? È Federico il buono? O era tua madre? E la Villa? E Ravarini? E io, che forse alla fine sono stato il peggiore di tutti?

Forse dovevo farmela leggere la mano da quella zingara. Forse dandole uno schiaffo mi sono tirato addosso il malocchio. Lo so che sembrano tutte idiozie, ma se ripenso a tutto quello che mi è successo negli ultimi tempi è anche un po’ normale diventare irrazionali.

Sono arrivati al piano.

Mi chiedono di abbassare la pistola.

«Signori, sono stato io».

Non che ci fossero dei dubbi, ma dirlo è comunque un sollievo.

Brano corrente

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