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18 Settembre 2006 | Racconti d'autore

N°27- RACCONTI D’AUTORE

Antonio Delfini, “Il ricordo della Basca”, Garzanti, 1992. Seconda puntata.


Antonio Delfini, nato nel 1907 vicino a Modena in una facoltosa famiglia di proprietari terrieri in declino, fu narratore, poeta e giornalista. Il ricordo della Basca segnò nel 1938 il suo folgorante esordio, per poi accompagnare, nelle successive edizioni, tutta la sua carriera letteraria, fino a vincere il Premio Viareggio nel 1963, pochi mesi dopo la morte avvenuta a Modena. Ne Il ricordo della Basca, che ruota intorno a un personaggio femminile di forte carica simbolica, Delfini  ci fa scoprire la sua Modena, una città insieme reale e immaginaria, in cui si intrecciano i tratti di due Italie: quella che all’epoca cominciava a farsi moderna e industriale, e quella antica e provinciale, fatta di spazi e di silenzi.


Il ricordo, percorso nel tempo, e il ritorno, percorso nello spazio, caratterizzano tutta la produzione di Delfini. Il ricordo è un particolare sentimento, una apprensione del tempo che segnala la condizione di un uomo che non sa vivere se non attraverso la scrittura della memoria. La vita di Delfini è stata, coerentemente, una vita in perdita., che progrediva regredendo, andando indietro. Per meglio comprendere il suo vizio, tutto letterario, di protendersi al passato, ai luoghi e ai tempi della ricchezza, della totale adesione al mondo, vi leggiamo alcune pagine della sua Prefazione, terminata nel 1956, a Il ricordo della Basca.


Il ricordo della Basca – seconda puntata


Credo che la Gina Montuori prendesse subito una viva simpatia per me, poiché, quando il Seduttore le chiese (dopo aver confabulato lungamente con la ballerina di un progetto di festicciola après théatre): «Allora Signorina lei adesso viene con me, nel mio palco al Comunale», questa gli rispose: «Molte grazie, ma io vado a letto. Mia sorella lo sa». Inutilmente la sorella aveva ribattut «Ma Gina, bisogna essere più cortese coi signori», perché si sentì ri­spondere: «Ho già sentito la Gioconda troppe volte e l’opera mi annoia». Allora il Seduttore, abbastanza seccato, si alzò e disse alla ballerina: «Arrivederci, ci vediamo dopo il tea­tro». Ma questa gli rispose: «Per stasera non ci vediamo più. Non vorrà mica che venga sola, alla sua festicciola!». Mortificato, il Seduttore, il quale indossava uno smoking tagliato a perfezione, salutò freddamente la Gina; e a me diede, senza guardarmi, un cupo «buonasera». La ballerina si sfogò vivamente contro la sorella, poi (dato che era or­mai tardi), se ne andò anche lei. Noi rimanemmo soli, cir­condati dagli sguardi di quelli del Caffè. Eravamo assedia­ti da un profondo mormorio. Commentavano l’inaspetta­ta sconfitta del Seduttore. Rimanemmo in silenzio per qualche tempo, poi la Gina mi chiese se l’accompagnavo a casa.




Essa abitava alla pensione del Teatro Storchi, dove sta­vano a dormire e a mangiare gli artisti del Teatro Comu­nale. Curiosa pensione era questa dello Storchi: costruita su una parte del teatro, aveva forse la più bella terrazza di Modena. Si dominava la vista dei viali nel giro delle anti­che mura e gran parte della città; ma la GhirIandina rima­neva quasi nascosta, e solo si intravedeva, un po’ spezzato, il palazzo Ducale, imponente ma travestito da operetta viennese. Stando all’interno della pensione, nella stagione invernale, attraverso i vetri si vedeva la grande terrazza ri­coperta di neve: sembrava di essere in un vecchio albergo di alta montagna. Così nella grande cucina, dall’ampio ca­mino costruito all’antica, nel quale bruciavano grossi tronchi di legno, talvolta con il paiolo della polenta appe­so al gancio come si usa nella Bassa Padana, credevo di es­sere nella mia vecchia casa, intorno a Mirandola. Le stanze da letto erano grandi e fredde. Quella prima sera la pa­drona della pensione ci offrì per cena un po’ di baccalà fritto e della polenta arrostita. lo poi chiesi se avessi potu­to ottenere una bottiglia di lambrusco. La Gina ne bevve un bicchiere, ma sul viso quella sua viva tonalità estrema­mente pallida, che distingue le donne lombarde come un segno di razza, non accennò assolutamente ad alterarsi. Mi raccontò molte cose. La Gina era una popolana povera, di grande naturale eleganza, e di estrema semplicità. Intelli­gente, inerudita, leggermente fredda e rude, esalava da lei la grazia di una purezza inconsueta. Aveva studiato da modi sta e prima di venire a Modena ad accompagnare la sorella aveva confezionato tutto da sé, un bellissimo cap­pello, di cui andava orgogliosa. Quello che guadagnava la sorella, la quale non aveva fatto una grande carriera, non sarebbe certamente bastato a mantenerle, se non fosse su­bentrato un protettore, un vecchissimo signore: il berga­masco marchese Guidalazzi di Borgogno. Erano orfane, e avevano un fratello ragioniere, scapolo, che non guada­gnava più niente perché si era dato al vino. La sorella, no­nostante fosse molto vivace (donna – come si usa dire – di temperamento), si era qualche volta lasciata andare accet­tando dei regali dagli ammiratori, aprendosi così la via del darsi alla vita, ma di fronte al mercato di sé si era poi ritratta disgustata. L’intervento del Guidalazzi – le aveva detto una volta la sorella – era stato un vero miracolo. Questo vecchio signore si era presentato una sera (quattro anni prima) all’uscita del teatro a Reggio Emilia. Le aveva det­t «Signorina, altre volte ho avuto l’occasione di ammi­rarla. Ho deciso di fame la mia protetta. Nonostante la mia età so ancora prendere delle decisioni. Lei non avrà da temere niente da me. Accetta?». E lei accettò. Salì nella vecchia e grande automobile del marchese. Scesero all’al­bergo Croce Bianca di Parma: ebbe per sé, e senza la com­pagnia di nessuno, una bellissima camera. Il giorno dopo il marchese la riaccompagnò a Reggio Emilia. E così di se­guito per qualche tempo, finché il marchese, costretto a restare nella sua casa di Bergamo, non poté più accompa­gnarla nelle varie tournées. Da allora le aveva sempre invia­to tutti i mesi un assegno di seicento lire. Ultimamente aveva scritto al Seduttore, che era il figlio di un suo vec­chio amico di Modena, pregandolo di interessarsi un poco della sua cara protetta.



La Gina mi aveva ancora parlato di sé. Aveva avuto un amoroso, certo Carlo Pertinbeni, figlio di un commer­ciante abbastanza ricco. Era ormai deciso che si dovevano sposare, quando un giorno il giovanotto per un incidente di motocicletta dovette andare all’ospedale. Perfettamen­te guarito, la famiglia lo costrinse ad abbandonare la Gi­na. Una delle ragioni per le quali la ragazza si trovava a Modena era anche questa. Nella sua città non sapeva più innamorarsi di nessuno e non si trovava più bene. «Cam­biando aria», mi disse, «ho creduto che avrei trovato un po’ di serenità. Stavo veramente male, avevo la testa sem­pre vuota, e passavo intere giornate seduta su una poltro­na pensando a cose stranissime».



Quando nella pensione non c’era ormai più niente da dire, e la padrona mi aveva fatto capire che non intendeva (almeno per ora) ospitarmi in casa come un artista (senza contare, credo, che in quella pensione venivano soltanto ospitate le donne) decisi di chiedere alla Gina di accompa­gnarmi fuori a passeggio. «Ma io ho detto al signor … », e pronunciò il nome del Seduttore, «che sarei andata a letto. Che figura ci faccio, se mi vede fuori con lei?!». «Perché Gina», le dissi, «vuoI perdere l’occasione di uscire con me? Sa che io sono un uomo impegnatissim tutto il mio tem­po lo dedico a scrivere dei libri!». (Per me, in quell’epoca, fare il buffone in città era come scrivere dei libri che dove­vano restare. A questo proposito confesso che ci fu un pe­riodo in cui mi misi segretamente alla ricerca di un croni­sta che fermasse in pagine scritte il tempo e l’effetto delle mie gesta … ma non lo trovai.) La Gina non capì quello che avevo detto, come del resto non l’avevo capito nem­meno io. Mi guardò seriamente, poi mi interrogò profon­damente con gli occhi, scoppiando a ridere.



«Sì che ci vengo fuori a passeggio. Sarà molto bello per­ché c’è la neve», mi disse.
Non appena fummo sulla via Emilia, mi accorsi che le persone incontrate si voltavano a commentarci. Perciò arrivati all’altezza del corso Umberto, portai la Gina sotto il portico di questa strada, verso l’Università. Non avevo voluto passare sotto il Portico del Collegi Mi era venuto in mente, appena in tempo, quale pericolo si corre ad attraversare il Portico del Collegio in compagni di una donna: inviati di diavolo ti aspettano al varco per toglierti la personalità. Per salvare la propria personalità a Modena bisogna andare soli e senza donne e tenere il braccio pronto a significare un gesto oscen è una fatica, c’è chi arriva a salvarsi.


Lettura di Fulvio Redeghieri.

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