3 novembre 2011
Come dice Gianni Celati nella brevissima intervista che precede la nostra lettura del suo ultimo libro, perché venire a Diol Kadd? Perché in questo sperduto posto nella savana del Senegal le persone “hanno il cuore in pace. E io non ce l’ho”. La vita a Diol Kadd è la “cerimonia della vita che passa, con immagini di tutte le ore del giorno, finché viene la sera”. Questo è anche il film che Celati è andato a girare laggiù.
TACCUINO NUMERO UNO
Passar la vita
Gennaio 2006. Quello che scriverò sono osservazioni sul modo di passar la vita in un piccolo villaggio africano, piantato nella grande savana che va dagli ultimi quartieri di Dakar al confine settentrionale del Senegal. Vorrei che tutto apparisse meno romanzesco possibile, perché non se ne può più di queste vite da romanzo a cui dovrebbe somigliare anche la nostra. Qui non c’è niente che possa attirare le frettolose chiacchiere dell’ attualità. Giorno per giorno, passa la vita e basta. lo mi ritrovo con undici taccuini scritti in fretta, spesso illeggibili, senza nessun ordine. Sono appunti su aspetti che mi sono diventati familiari in questa parte del mondo, con elenchi di parole wolof, discorsi scritti in fretta, figure di amici con cui ho vissuto in queste terre, idee per un film sul villaggio di Diol Kadd, e frasi che non so chi le abbia dette. Scrivo in una capanna nel cortile di Mandiaye N’Diaye, dove torniamo da tre anni per fare il film sulla vita del villaggio e sulla commedia che Mandiaye ha scritto. Quest’ anno sono arrivato a Diol Kadd da solo, senza la troupe, cioè senza Lamberto Borsetti e Paolo Muran, che hanno ritardato la partenza. Le riprese e il montaggio sono durati a lungo e sono finiti, questa volta veniamo per mostrare agli abitanti il film girato negli ultimi tre anni in questi paraggi. Vogliamo anchecostruire un grande schermo in mezzo alla savana, dove proiettare il film quando scende la sera.
Nel cortile di Mandiaye
Mattina fresca, in una capanna nel cortile di Mandiaye N’Diaye che può accogliere un centinaio di persone. Qui Mandiaye fa le prove della sua commedia. La capanna e in disordine, soprattutto sul lato di Moussaka, mio compagno d alloggio, perché sul suo letto è sparsa una piccola biblioteca che lui si porta sempre dietro. Sono opuscoli con poesie del santo Ahmadou Bamba, fondatore della confraternita del Murid; poi in un libro scritto a mano in caratteri arabi con le storie dei santi murid, che Moussaka va a cantare in giro. Poi ci sono fogli fissati a una tavoletta: quando ha un momento libero si mette a riempire quei fogli con versetti del Corano. Versetti che tagliati a listelli diventano medicine, per chi ha la fede. Poi sul letto c’è il grosso volume del Corano, a fascicoli sparsi, tenuti insieme con un elastico. E’ il suo libro di lavoro e di meditazione, e ai piedi del letto c’è il tappeto su cui prega, con il disegno della moschea di Touba, la città santa del Murid. Le vicine di casa vengono spesso a spiare cosa succede nella nostra capanna, con tanti libri o fascicoli, attratte dal fascino della carta stampata. Ecco il mondo di Moussaka, col quale ho condiviso i sonni e i risvegli, i suoi borbottii nel dormiveglia e la cantilena della sua preghiera nell’alba, quando s’è già alzato e lavato in cortile, e uscendo lo trovo là fuori che fa scorrere il suo rosario, accovacciato per terra, mentre io ho un gran freddo e non so cosa fare.
Strambe conversazioni
Sono tre anni che torno a dormire qui, in questa capanna nel cortile di Mandiaye. Il primo anno Moussaka dormiva nella capanna accanto alla mia e io lo sentivo alzarsi alle cinque per fare le preghiere, le abluzioni, gli inchini sul tappeto con la fronte che tocca terra, poi restare in meditazione, oppure mormorare sgranando il rosario. Mentre lui pregava io mi riaddormentavo, essendo quello l’unico momento della notte con un po’ di fresco sotto la zanzariera. L’anno scorso Mandiaye ci ha messo a dormire nella stessa capanna e non c’era più quel muezzin che ci svegliava alle cinque con strilli interminabili, da raucedine acuta. Moussaka si è fatto prestare una sveglia, e dopo col suono della sveglia non riuscivo più a riaddormentarmi, così restavo ad ascoltarlo pregare. Ma mi piaceva ritrovarmi ogni mattina a scambiare saluti con lui, anche se non ci capiamo, perché lui parla solo wolof. Poi un giorno mi ha chiesto di scrivergli delle frasi francesi, io l’ho fatto. Ma lui non sa leggere l’alfabeto latino, sa solo quello arabo: così andava in giro con il foglio a farselo leggere da qualcuno. Poi l’ha messo sotto il cuscino, conservandolo con cura, ma dimenticando le frasi. Ora non so come abbiamo cominciato ad aver l’impressione di capirci, mescolando gesti e parole wolof, frasi francesi e altri suoni imprecisati. Naturalmente, se c’è Mandiaye a farci da interprete, tutto fila via bene e parliamo con la sicurezza di capirci. Ma se siamo soli, si sentono strani dialoghi nella capanna. Le nostre conversazioni diventano così confuse che a un certo punto dobbiamo correre in cerca di qualcuno che ci spieghi cosa stiamo dicendo. E qui dopo mezz’ ora di chiacchiere vengo a sapere che lui sta parlando d’un argomento del tutto diverso da quello che io credevo fosse il mio, mentre lui aveva preso i miei contorti discorsi per altra cosa.
Un giro in carretto nella savana
Questa stagione si chiama hivernage, di solito calda, ma il ciclo delle stagioni sembra cambiato e nelle ultime notti ho dormito tutto vestito per il freddo. Oggi io e Moussaka abbiamo fatto un giro col carretto nella savana: lui canticchiava guidando il cavallo con aria rilassata, una gamba stesa sulla stanga del timone. Di profilo vedevo come e dimagrito e invecchiato da quando ci siamo conosciuti. La linea della sua barba intorno al viso adesso è piena di riccioli bianchi. Siamo arrivati a un accampamento di Peul, una ventina di persone con i loro greggi di pecore e mandrie di vacche. Sette o otto capanne piccole e molto sommarie rispetto a quelle nei villaggi: le costruiscono in poche ore con canne intrecciate, poi le abbandonano. l Peul sono un popolo di pastori itineranti e se ne vedono moltissimi tra Senegal e Mali. Con le loro mandrie, il loro nomadismo che li mantiene indipendenti, i loro miti (raccolti dal grande tradizionalista Hampaté, Ba) sono tra le etnie dell’ Africa Occidentale con un retroterra più vasto, più complesso e antico. D’estate ce ne sono sempre che attraversano la nostra zona andando verso sud in transumanza, e di notte si vedono i loro fuochi nella savana. Questi invece arrivano qui dopo i raccolti, s’installano per qualche mese nel territorio dei Serèr, creando quei loro grandi orti a forza di acqua cavata dal pozzi. Oggi stavano annaffiando pianticelle appena nate. Moussaka è andato a parlargli, in modo discreto, senza fissare gli occhi sulla gente,e quando loro hanno sentito che ha un cognome peul sono scattati i sorrisi, le domande. Intorno c erano ancora traccedella raccolta del miglio, stoppioni calpestati, sabbia con immondizie sparse, tra cespugli di ginepro e sommacco, il cielo a nuvole grigie come un mare in movimento. Tornando al villaggio pensavo al miracolo di questi posti, dove ancora non sono arrivati eserciti, né venditori di armi, ne predicatori con voce furiosa, né aerei o astronavi. E ho visto un bambino serèr alto poco più d’un metro che portava al pascolo da solo una mandria di vacche.
Veduta di Diol Kadd
Villaggio wolof di duecento abitanti, con una scuoletta dipinta d’azzurro, una moschea-casotto con molte screpolature, quattro pozzi, di cui uno chiuso. La sua pianta si riassume in tre larghe strade di sabbia da nord a sud, intersecate da due strade da est a ovest, più vari vicoli trasversali. I limiti dell’ abitato sono segnati dai cortili cinti da siepi o da stuoie di canna, e in ogni cortile ci sono dalle tre alle cinque capanne (per abitare, per dormire, per gli attrezzi, per le riserve). Nelle strade circolano galline, capre, cani, tortore, uccelli locali con becco ricurvo, grosse lucertole con la pancia bianca che passando muovono il capo a scatti di qua e di là,come per tener d’occhio la situazione. La maggior parte degli uomini è a lavorare a Dakar o altrove, per cui gli incontri quotidiani sono soprattutto con donne, di solito molto cordiali. Moltissimi i bambini vagano a grossi branchi, schiamazzando e facendo capriole, impastati di sabbia. La base di sussistenza è la coltivazione del miglio e delle arachidi, lavoro che impegna per sei o sette mesi all’anno. Diol Kadd è un posto così poco considerato che non esiste su nessuna carta geografica, e gli amministratori regionali hanno perfino deviato un fiumiciattolo che gli passava accanto. Le donne o ragazze devono lavorare tutta la mattina per tirar su dai pozzi acqua sufficiente ai bisogni domestici. La corrente elettrica è arrivata al più vicino villaggio serèr, ma non a Diol Kadd. Ed è come se lo stato senegalese avesse perso memoria di questo lembo di terra, dato il suo scarso interesse economico. Ma proprio per il suo isolamento in una specie di limbo in mezzo alla savana: qui la vita scorre lenta e pacifica, con una tranquillità dovuta anche al fatto che gran parte degli uomini sono assenti, mentre le donne hanno un modo più leggero di trattar la gente – è un villaggio guidato soprattutto dalle donne.
Regime femminile dei cortili
Due anni fa Mandiaye mi ha portato in visita al signor Niang, che era quasi sui cent’ anni ed era malato. Ricordo la capanna spoglia ma ordinata, un vecchio letto di ferro, coperta bianca e lenzuolo, comodino, candela sul comodino. Mi dicevo che quello è l’ordine delle donne: tutto come deve essere, per lo sguardo del visitatore. Lo stesso ordine si vede nei cortili di sabbia che le donne spazzano da mattina a sera emi sembra l’ordine della sussistenza minima. Anche se i raccolti degli ultimi anni non sono stati buoni e il villaggio ha poche risorse, qui non si nota mai lo spettro della miseria. Al mattino le donne escono a fare la spesa o altri lavori, e il villaggio sembra spopolato: molti cortili restano vuoti senza nessuna chiusura che sbarri l’ingresso. All’ entrata ci sono questi schermi di cannella palustre, che noi chiameremmo “paraventi” e loro chiamano” para -vergogna” . Ma se entri in uno di quei cortili vuoti, trovi sempre la sabbia ben spazzata tra le capanne, i catini o vasi ben disposti in un angolo. Qui si vede una vita tenuta al minimo, con una scarsa circolazione di denaro, ma le donne di Diol Kadd hanno una capacità di salvare le apparenze, col portamento, i modi cortesi. Nel regime femminile dei cortili c’è un modo di stare insieme animato da chiacchiere e da un umorismo che ora riconosco in certe signore. Come quella signora alta, dritta e distinta, con un vestito di seta damascata, molto elegante anche quando fa il bucato, in un cortile povero delle zone est. Nel primo anno il nostro Paolo Muran con la sua steady-cam portatile passava ogni mattina davanti al suo cortile per filmarla, e la salutava da lontano in modo tra il serio e il buffo: “Comment ça va la vie?”. Lei si metteva in posa con aria ironica, stava immobile per qualche secondo, poi gli faceva segno che lo spettacolo era finito, congedandolo come un piazzista.
Il droghiere di N’Dureen
Qui intorno è come nelle nostre vecchie campagne, dove c’erano paesini sparsi, separati da distanze percorribili a piedi o col carretto. DIOI Kadd è un villaggio wolof in un’ area di villaggi serèr, il più vicino dei quali dista un chilometro e mezzo. Si chiama N’Dureen, e ci vado perché ha l’unico telefono dei dintorni. Il posto telefonico sembra un antro buio abbandonato da secoli, con una candela smozzicata per comporre il numero. E il gestore ha qualcosa di arcaico, nell’ antro della sua drogheria alle soglie del villaggio. Alto, strabico, selvatico, con maglietta logora, risponde ai miei saluti senza un sorriso, e mi colpisce per come sia lontano dalle maniere cortesi di Diol Kadd.. Ci ho messo del tempo per convincermi che lui è così soprattutto perché è un Serèr. I Serèr sono agricoltori animisti che mantengono vari costumi arcaici tra cui il boschetto sacro per i riti iniziatici. In queste notti sento suoni che vengono dai loro villaggi, e nel dormiveglia ho sentito anche quel suono prodotto da una specie di tromba del “guardiano degli iniziati” per spaventare i ragazzi secondo la regola d’iniziazione. In giro, nei campi, durante questi anni, ho visto molti Serèr, e sono sempre loro a urlarci dietro perché non vogliono essere filmati. Ciò non spiega la selvatichezza del droghiere di N’Dureen, così lontana dai modi di Diol Kadd. Ma gli europei vedono le apparenze degli altri come se ognuno fosse responsabile del proprio look o carattere. In Africa, nella grande varietà di etnie, si impara a vedere negli altri prima di tutto dei tratti impersonali, aspetti distintivi di popolazioni. Si vedono segni di confraternite, modi di riconoscimento d’una casta, il berretto dei Tidjiani, il color marrone nei bubù dei Bàmbara, certe stoffe sfarzose delle donne. Vedendo le cose in questo modo si ha più il senso di muoversi in un mondo di usi e costumi, non tra individui separati. L’alterità degli altri diventa meno marcata, come alternativa rispetto a noi, e tutto appare piuttosto come una variazione su un nostro sfondo comune.
La savana come luogo di prova
Stamattina ho sentito rumori di scoppio dalla parte dove ci sono le terre rosse, e nel dormiveglia mi è tornata la fantasia d’una astronave che atterri da queste parti come in un pianeta da conquistare. La prima cosa che gli invasori farebbero sarebbe costruire strade asfaltate, cingere di reticolati le loro basi militari, con baracche, altoparlanti, posti di blocco, marines che guardano la savana trovandola troppo vuota, sterile e monotona. Perché è un paesaggio indefinito, senza una chiara linea d’orizzonte, che di solito disorienta perché tutto è sparso in modo indeterminato. Sono fughe di cime d’alberi, o quinte di collinette sabbiose, a produrre quella visione indeterminata, senza un preciso orizzonte. Di fatto, la savana, o brousse, o bush, o niaye (in wolof) , sono parole generiche, che coprono molti aspetti di questi terreni. Solo nel tragitto di dieci chilometri tra Diol e Khombole ci sono dei tratti tipo steppa con ciuffi d’alberi – il kadd, il tamarindo, il nyme _ e radure lontane con sparsi palmizi, dune da deserto sabbioso, zone di prato con erbe nane, euforbie, piccoli cactus, valloncelli di cespugli vari, e miracolosi residui di anziché foreste di baobab. Certe mattine, andando a Khombole io e Mandiaye ci diciamo che quel panorama è un incanto e niente potrebbe attirarci di più. li termine wolof, niaye, più che descrivere un terreno indica una dimensione di vita. Hampaté Ba vede della savana un codice d’esistenza, tramandato dal suo popolo, i Peul. Il niaye è il luogo di prova per uomini o piante che debbono adattarsi alla penuria del deserto. È dalla sabbia che qui cavano i loro raccolti, sarchiando all’infinito, perché ogni giorno ci sono erbe infestanti sempre pronte ad attecchire. Nella desertificazione incombente, la denudazione del terreno produce effetti secondari, forme di vita impreviste. La varietà di piante che attecchiscono farebbe concorrenza ai più grandi giardini botanici del mondo. Isolato in una pianura che va dai sobborghi di Dakar ai confini della Mauritania, Diol Kadd è l’esempio più chiaro di un lungo tentativo di adattarsi al deserto che avanza.
Antecedenti
Ho conosciuto Mandiaye N’Diaye nel 2002. Storia lunga. Ci sono di mezzo le fasi di un’ epoca in cui cambieranno molte cose. Fine anni ottanta: suo padre, sarto, gli dà il permesso di tentare l’avventura in Italia, soprattutto per aiutare la famiglia. Mandlaye sbarca con altri senegalesi sulla costa adriatica, ma l’unico lavoro che trova è quello di andare per spiagge a vendere cianfrusaglie. Presto abbandona quel lavoro e si mette a fare il sarto in un quartiere della periferia ravennate. Poi succede che Marco Martinelli, del Teatro delle Albe dl Ravenna, ha bisogno di attori africani per una messinscena romagnolo-africana, e qui Mandiaye si fa avanti spacciandosi per attore – imbroglio che gli porterà fortuna. Dopo aver recitato in una pièce romagnola-africana, Mandiaye avrà la possibilità di mettere in scena una favola del suo paese e avviarsi verso modi di far teatro in cui confluiscono molte pratiche narrative senegalesi. Il culmine sarà l’adattamento d’un canovaccio di Goldoni fatto da Marco Martinelli (I ventidue infortuni di Mor Arlecchino, 1993), dove Mandiaye recita insieme allo straordinario Mor Awa Niang. Questa coppia, con il rinforzo musicale di El Hadji Niang, inventa un genere africano di Commedia dell’ Arte, incarnando figure tradizionali della nostra commedia, e capace di attirare l’attenzione di mezza Europa. È soprattutto la vena comica di Mor Awa Niang nella parte dell’ Arlecchino a creare il successo del loro spettacolo – anche presso teatri di ricerca, come il danese Odin Teatret, diretto da Eugenio Barba. Ma dopo tanti applausi e molte avventure, Mor Awa Niang decide di abbandonare il mestiere teatrale, per tornare in Senegal a fare il commerciante, secondo la volontà di suo padre. Deluso dalla defezione, Mandiaye recita in vari spettacoli del Teatro delle Albe, brillando nei duetti comici con la bravissima Ermanna Montanari. Ed è tramite Ermanna che l’ho conosciuto, proprio quando si era messo a scrivere Il gioco della ricchezza e della povertà (Leebu Nawett ak Noor), commedia in lingua wolof sulla povertà africana e i desideri d’arricchimento, ispirata dal Pluto di Aristofane. Era la primavera 2003 quando sono andato a trovarlo in una periferia di Ravenna, in un bar all’ aperto, dove scriveva le prime scene della sua commedia.
Decisione di andare a Diol Kadd
Quel giorno, in riva al mare, mi è nata l’idea di venire in Senegal a filmare la commedia di Mandiaye, ancora da scrivere. In seguito, dopo essere sbarcati a Diol Kadd, ci siamo messi a rielaborare le scene della commedia adattandole al disponibile quotidiano, e a scriverne altre con Mandiaye. Lamberto Borsetti e Paolo Muran si sono dedicati a filmare la vita quotidiana, senza programmi precisi, seguendo i momenti d’incontro con il luogo, gli abitanti e le abitudini Siamo venuti a Diol tre volte per completare le riprese, ora col materiale raccolto abbiamo composto un film dedicacato al villaggio. Il film è finito e questa è l’ultima nostra venuta.