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14 Febbraio 2013 | Racconti d'autore

Però un paese ci vuole

Di Giovanna Grignaffini, La Lepre Edizioni, 2012 (seconda puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Mascia Foschi.

14 febbraio 2013

Il romanzo di esordio di Giovanna Grignaffini, nata a Fontanellato nel 1949, già docente di Storia e Teoria del Cinema presso il DAMS di Bologna e membro della Camera dei Deputati dal 1994 al 2006, ha come sottotitolo “storia di nebbie e contentezza”: la nebbia degli inverni di Fontanellato, paesino nella Bassa parmense noto per la Rocca Sanvitale affrescata dal Parmigianino, ma anche la nebbia dei ricordi riportati alla memoria da Francesca, la protagonista.
Francesca ha lasciato il suo paese alla fine degli anni Sessanta, appena ventenne, per andare a studiare a Bologna, e ci ritorna dopo vent’anni per fare i conti con la sua giovinezza e con gli amici di quel tempo. Il suo è dunque un viaggio a ritroso nei decenni, accompagnato dalla colonna sonora dell’epoca che ha scandito la sua adolescenza, le canzoni dei Beatles, dei Nomadi, di Caterina Caselli, dei Kinks. In quegli anni di lotte studentesche e di ideologie, c’era la voglia di andarsene da un piccolo paese che non dava prospettive, «però un paese ci vuole» dice uno dei protagonisti. Francesca dunque torna alla ricerca delle sue radici, e anche per far luce su un mistero che lasciamo scoprire al lettore. La domanda, alla fine, è sempre la stessa: da quel paese, da ogni paese, bisogna andarsene? E poi tornare – oppure no?

Era un’abitudine che avevamo inaugurato noi, fin dai tempi del liceo. Si prendeva in affitto il Blu Not, per farci le nostre feste. A passi da casa era come un tuffo in qualche esotico altrove, che non ha niente da invidiare al Guantara di Salsomaggiore Terme, o color giallo e mattone.

A Fontanellato l’esotismo nasceva invece da tutto quel blu: al centro una pista sopraelevata in linoleum blu scuro a forma di tali di rosa sfiorita, luci azzurro elettrico ai bordi della pista e ovattato nei punti più lontani; tavolini bassi in plastica azzurra e poltroncine di velluto blu collocate in tre gironi circolari intorno alla pista e separate da colonne arabescate blu che sorreggevano vasi con fiori di plastica blu. Pedana d’argento in rilievo per l’orchestra rannicchiata in un sipario blu notte, con a musicale in argento. Come le stelle e le lune che facevano note. 

Diversamente da quel che accadde quella volta in piazza Maggiore, al Blu Not, dopo quello schiaffo di Daniele al figlio, venne immediatamente ripristinato il senso della storia e del genius loci. Perché i Corvi sono tutti di Parma, e, in fondo, la loro versione originale di io sono quel che sono non faccio la vita che fa non era poi così male. E tutti la ballarono. Ma tra i tavoli serpeggiavano ancora molte domande e qualche inquietudine. I più giovani sembravano voler costituire gruppi di ascolto e di ballo a parte. Marco si accorse che il gran cuore di Fontanellato non riusciva più a pulsare all’unisono e a tenere compatto l’insieme molteplice dei corpi ivi convenuti. Si diresse al microfono e disse conciliante che nessuno pretendeva di avere esclusiva di niente. Disse anche che valeva comunque la pena esserci, allora. Tuttavia, ciascuno poteva prendersi degli anni Sessanta quel che voleva. Anche chi non c’era stato. Un’unica cosa chiedeva Marco: rispetto. Era tutto possibile, dimenticare, cambiare, criticare, ma… rispetto, ci voleva rispetto per quegli anni. Se c’era rispetto era anche possibile un po’ di ironia, perfino un po’ di irrisione. Come avevano fatto, per esempio, i Blues Brothers. 

Nell’aria delle trombe e dei sax, questa volta era assolutamente giusto. Era quello di John Belushi e della sua band. Di Wilson Pickett e della sua band, forse, non si ricordava più nessuno. Neppure quelli che c’erano stati.

Carlo era rimasto, da solo, a presidiare il tavolo e l’intera sala

– È vero, comunque, ce li ricordiamo tutti, quegli anni. Anche chi non c’era o era troppo giovane – disse Franco tornando al tavolo.

– Per forza – disse Cinzia – con tutti i racconti che vi abbiamo fatto noi protagonisti.

– Ma ai protagonisti manca il rimpianto di non esserci stati.

E solo chi ha dei rimpianti può ricordare – le rispose Franco

Carlo era insofferente e poi spazientito:

– Io non rimpiango di non avere ricordi di quello che continuo a ritenere un periodo infame. Ma mi volete spiegare cosa dovrei rimpiangere?

– Erano anni più semplici – dissi – era più facile sapere che parte stare e chi stava con chi.

– Si viveva prima della rivoluzione – disse Franco.

– Ragazzi – disse Carlo alterato – qui state confondendo classici problemi della storia con i tipici problemi della giovinezza. Eravamo solo giovani, non prima della rivoluzione.

– Si poteva parlare per ore della vita, dell’amore, di quello che avremmo fatto domani. E domani era sempre nel futuro disse Cinzia.

– Ragazzi vorrei ricordarvi che sul domani abbiamo solo, tradotto in musica il bollettino meteorologico, è la pioggia chi’ va, ritorna il sereno. Quanto alla vita, al suo mistero e alle sue domande, noi Ribelli ci siamo lasciati tormentare a lungo da una domanda non propriamente umana: e chi mai sarà la ragazza del clan? – Fu il primo, Carlo, a ridere della sua stessa battuta.

– Va bene – dissi – ma cosa volevi fare arrivando direttamente da Fontanellato al ’68? Per noi, non era la politica, non era la rivoluzione, non era la storia. Era la nostra storia e il nostro futuro. Una bellissima storia privata.

– Quando il privato fa storia, c’è qualcosa che non va nella storia – disse Carlo.

 qualcuno scelse A MANI VUOTE, di Ricky Gianco.

– Ecco – disse Cinzia – alle nostre festine, quando accettavi ballare questo disco con qualcuno voleva dire inequivocabilmente che ti piaceva.

– Per me – disse Carlo – ballare questo disco con qualcuna, voleva dire due gomiti inequivocabilmente conficcati nel petto per farmi capire che non dovevo stringere.

Sei il solito stronzo – disse Cinzia – un caso a parte, fuori dal tempo, fuori dalla storia, fuori da tutto.

– Questo non è esatto – disse Carlo – ho anch’io una mia precisa coscienza storica. Perché quando più nessuna ha voluto ballare con me ho capito subito che era cominciato l’inferno anni Settanta.

Cinzia si alzò di scatto, andò a scegliere un disco, non disse nulla al microfono e rimase a farsi stringere al centro della pista da Stefano, il fratello minore di Daniele, che già diverse volte era passato dal nostro tavolo per farla ballare. Carlo e Franco riuscirono immediatamente a cancellare dal loro orizzonte il luogo in cui si trovava Cinzia. Io continuavo a guardare là. Il disco era VEDRAI VEDRAI di Luigi Tenco, e Cinzia tornò al tavolo canticchiandolo “forse non sarà domani, ma vedrai che cambierà”. Poi si rivolse a Carlo, dicendo:

– Hai visto che cosa ti ho portato? Una canzone che parla -del futuro e un poeta morto.

– Benissimo, ho capito – disse Carlo alzandosi – vi siete tutti montati la testa. E pensate di essere anche voi UNA GENERAZIONE CHE HA DISSIPATO I SUOI POETI. Aspettatemi un attimo perché su questo punto vo o essere molto preciso. 

Carlo sparì per circa dieci minuti e quando tornò ansimante con un libro tra le mani, rimasi tramortita dal pensiero che nel ripercorrere il tratto di trecento metri di strada dalla biblioteca al Blu Not, forse, Carlo, si era messo a correre.

-Allora – disse – questa descrizione apparentemente .sembra perfetta per voi.

Cominciò a leggere lungo le pagine più vistosamente sottolineate e annotate:

“Chi ha perso è la nostra generazione. All’incirca quelli che sono adesso tra i trenta e i quarantacinque anni, quelli che sono entrati negli anni della rivoluzione già fatti, non più come argilla informe, ma ancora non cristallizzati, ancora capaci di sentire e trasformarsi, ancora capaci di capire la realtà circostante non nella sua statica ma nel divenire”.

Fece una pausa e poi aggiunse:

– Ma non si sta parlando di voi qui, perché la rivoluzione di cui si tratta è quella vera del ’17 e non la favola del ’68. Tanto è vero che tra i vostri ricordi non vedo il travaglio di un dolore aspro e cosciente, ma solo una serena nostalgia.

Scorse rapidamente alcune pagine e ricominciò a leggere:

“Avevamo soltanto canzoni affascinanti che ci parlavano del futuro, e d’un tratto queste canzoni da dinamica del presente si sono trasformate in fatto storico-letterario. Quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola”.

Chiuse il libro e rimase in silenzio. Anche noi restammo immobili, in silenzio.

Aggiunse poi:

-Vorrei anche ricordarvi che il cantore in questione è Majakovskij e non Luigi Tenco. E questa piccola differenza fa sì che: anche la parola generazione per voi sia impropria. Siete stati solo una piccola tribù, una compagnia di mutuo soccorso, oggi desolata e nullatenente. Vi rimane solo un piccolo e privato museo di canzoni che ciascuno di voi tiene nel cuore.

– Vuoi dire che solo chi ha espresso grandi personalità artistiche ha il diritto di chiamarsi generazione? – chiese Franco.

– Voglio dire che l’esistenza della realtà sta tutta nella forza delle sue rappresentazioni. Tutto il resto è roba da sociologi – rispose Carlo.

Guardai Carlo in modo interrogativo, aggiungendo poi:

– Qualcosa di vero c’è in quello che dici, perché da dove stavamo noi non si vedeva bene tutto quello che ci accadeva intorno. Ma tante cose, magari piccole, le abbiamo viste e cambiate anche noi. Senza troppo clamore. Solo che la storia della a piccola tribù, che non era poi così piccola, a nessuno gli venuto in mente di raccontarla.

Cinzia scuoteva la testa e taceva, cominciò ad animarsi e a guardare Carlo quando il Blu Not fu invaso dalle note di REVOLUTION dei Beatles e di HONKY TONK WOMEN dei Rolling Stones. Pretendeva una risposta. Era chiaro che Cinzia pretendeva da Carlo una risposta immediata su quella musica che squarciava il futuro, e che lanciava tutta la realtà circostante nel suo divenire. Carlo non disse nulla, si alzò e si diresse verso il palco.

– Qualcosa dei Doors! – gli urlò Franco, ma il sorriso beffardo che Carlo rivolse al nostro tavolo ci fece capire che non avremmo ascoltato il basso di WHEN THE MUSIC’S OVER o qualche altro incanto di Jim Morrison.

– La logica spietata dei numeri – disse al microfono – mi pone di scegliere la canzone più ascoltata qui al Blu Not, nel corso di tutti gli anni Sessanta. E dunque la più significativa di quei tempi.

Era lei. Aveva i capelli rossi e crespi, neppure il caschetto d’oro e liscio della Caselli. Me la vedevo venire incontro con i suoi boys, ballava, cantava, era Rita Pavone e urlava nel microfono:

abbiamo un riff geghegeghegeghegé. Pensai comunque che anche quel ciuffo rosso e crespo era stato da me giustificato, perdonato e, in fondo amato, ogni volta che aveva dato voce, sostegno quiete ai nostri primi, ridicoli e irraccontabili turbamenti alla mia età, si incomincia a capir l’amor…

Poi, d’improvviso, tutta quella fanciullaggine e quei turbamenti erano stati spazzati via, una sera. Quando dallo schermo grigio installato sul comò della sala era sbucato lui, creatura di un altro pianeta e di un tempo nuovo: un tailleur pantaloni nero dentro cui scorrevano movenze di bellezza femminile, tempo sospeso e libertà. I capelli erano lunghi e biondi l’impuntatura sensuale della voce diceva: ragazzo triste comeme, ah ah. La chiamavano “la ragazza del Piper” e anche noi, che eravamo già tutte diventate donna, potevamo finalmente dirci quel che volevamo essere e restare: ragazze.

Brano corrente

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