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6 Novembre 2006 | Paesaggio dell'anima

N°34-UNA CITTA’, UNA STORIA

Non chiamatela “The Big Apple”. New York raccontata da Eleonora Mazzucchi.

Eleonora Mazzucchi, stagista presso la Regione Emilia Romagna per l’edizione autunno 2006 del progetto Boomerang, racconta il fascino della sua città: New York.


Se uno vuole visitare New York, la prima cosa da ricordare e che non bisogna mai chiamarla “the city that never sleeps” (la citta che non dorme mai) ne- peggio ancora- “the big apple” (la grande mela). I newyorkesi non usano mai queste frasi per riferirsi alla loro città e chi le dice viene immediatamente identificato come turista straniero. Più grave ancora, chi utilizza queste frasi può essere scambiato per un abitante dei sobborghi vicini a New York, come il New Jersey, da sempre preso in giro dai newyorkesi per il suo stile di vita… poco fine.


C’è un bar a Manhattan che rende omaggio alla percezione dell’ambiente suburbano. E arredato per assomigliare a un salotto di casa anni settanta, con foto di famiglia e trofei sportivi dei bambini esibiti sulla mensola del caminetto, stoffe in polyestere e tutto il cattivo gusto immaginabile. “Welcome to the Johnsons’” soddisfa il forte senso del’ironia che hanno gli abitanti di New York. L’ironia, chiaro, sta nel fatto che una folla di cosmpolitani si riunisce per divertirsi in un locale dall’apparenza non cosmopolita e non chic come la folla stessa. E questo ci porta al più gran difetto dei Newyorkesi: la loro arroganza, sempre dovuta al fatto di essere abitanti di una citta cosi ammirata, cosi diversa dal resto degli Stati Uniti.


Ma che questo non scoraggi le visite! New York è la più popolata città americana, con piu di 8 milioni di persone ma attualmente con uno dei piu bassi tassi di criminalita negli Stati Uniti, con 500 gallerie d’arte e circa 2000 istituti culturali/musicali, tra i quali i famosissimi Metropolitan Museum of Art e Carnegie Hall. Se uno viene a New York e’ sicuro che non avra’ neanche il tempo di visitare tutte queste cose, ne di vedere cio che e’ scritto nelle guide turistiche o tutto quello di cui a sentito parlare da anni. Ma importa poco. Una cosa si puo sempre fare a New York: godersi un’atmosfera unica al mondo. Ogni passo e ogni occhiata e già una sua esperienza.


            Certo che a New York, e piu spesso fuori New York, si parla molto di questa sua inafferrabile, eletrizzante atmosfera. C’e modo di capire cos’e’? Di ricostruirla? Dal punto di vista di una che ci vive, si. L’ingrediente segreto del fascino new yorkese e’ ed è sempre stato il multiculturalismo, con le sue luci e le sue ombre. E’ la citta Americana che riceve più immigrati dopo Los Angeles ma  la prima nella sua diversità di nazionalità. L’ufficio sindacale di New York ritiene permanentemente nel suo staff interpreti di 180 lingue. E’ questo che si vede e si sente per le strade, anche senza conoscere le stastistiche: gli Indiani che chiacheranno, sempre in camicia e mocassini, i ragazzi cinesi che fumano agli angoli di Chinatown fino ai “projects” di Stuyvesant Town, i vecchietti, sia Italiani e addesso anche Ispanici, che tirano fuori le sedie pieghevoli per leggere il giornale all’aperto davanti ai palazzi centenari di NoHo ed eternamente, i giovani del downtown, discendenti di chissadove-e-chi-gliene-importa, che ormai hanno perso le stelle agli occhi e guardano dritto davanti a loro quando camminano . I giovani, se non hanno la musica che gli viene dalle cuffie c’e l’hanno già nella loro testa, e mentre le scene di New York passano come i paesaggi dal finestrino del treno, loro pensano al prossimo esame, a l’ultima volta che hanno visto la ragazza o il ragazzo (e perche loro non si sono fatti vivi da allora) o a come farsi invitare ad una festa a Brooklyn, nuovo santuario di artisti ed eventi “in”. Le onde continue di immigrati produrranno ancora generazioni di giovani così, e intanto, non c’e tempo di pensare alle radici perche’ a New York ce ne sono troppe, e comunque, c’è troppo da fare.


I new yorkesi sono convinti che tutto sia stato inventato nella loro citta. La pizza, per esempio è un tema d’argomento molto pericoloso da affrontate con un new yorkese. In Italia si sa che la pizza viene da Napoli, punto e basta. A New York, non si discute che la pizza sia stata creata proprio li, da immigrati Napoletani che vivevano a Little Italy, che in qualche modo l’ambiente statiunitense abbia ispirato quello che è attualmente il cibo piu popolare al mondo. In realtà, Gennaro Lombardi, immigrato napoletano, introdusse a New York la pizza nel 1897 e lancio la moda della “pizza al taglio” (il Sig. Lombardi cominciò a fare la pizza a fette perchè i clienti del suo quartiere non si potevano permettere di comprarla intera) ma non l’inventò di certo lui. La sua pizzeria, sotto il nome di “Lombardi’s”, e ancora fra i posti più buoni di new york ed e ora gestita dai suoi nipoti.


Idem per il cappuccino. Tutto cio che proviene dall’Italia degli emigrati, come quanto da altri paesi, è stato assorbito dalla cultura new yorkese. Benché ci sia una consapevolezza dei luoghi d’origine di questi marchi new yorkesi (da Fiorello La Guardia al calzone al bagel- pane di origine ebrea) la loro appropriazione nel patrimonio della citta è come il piccolo prezzo pagato per una accoglienza aperta e incondizionata.


Allora, fra dieci anni anche il sushi sara new yorkese? Scommettiamo proprio di sì!

Brano corrente

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