19 maggio 2011
Nel 2009 è stato ristampato, per Quodlibet, Silenzio in Emilia di Daniele Benati, libro memorabile pubblicato nel 1997 da Feltrinelli nella collana I Narratori. Protagonisti degli undici racconti (o capitoli) che lo compongono, sono i morti che ritornano nella loro terra, l’Emilia, a fare più o meno quello che facevano prima: ma anche il fatto più comune e banale, visto dall’aldilà, diventa una visione, e il tran tran quotidiano diventa la cosa più immaginifica che esista. In Silenzio in Emilia, ha scritto Paolo Nori, autore emiliano amico di Benati, i protagonisti “continuamente si perdono, e sempre, nel libro, per tutto il libro, c’è quell’incanto di quando sei perso, quella tensione che fa sì che ogni cosa che vedi diventa importante”. Indimenticabile l’epigrafe, che traduciamo dal dialetto: «Signore, se ci siete / Fate che la mia anima, se ce l’ho / Vada in Paradiso, se c’è».
Il secondo viaggio in America
terza parte
Qualche giorno dopo l’ingegner Tadolini era là che volava in un volo di prima classe verso l’America. Era stato lui che aveva voluto fare le cose in grande. Niente di prenotato, ma tutto di prim’ordine. La ragazza, Federica, gli aveva detto che avrebbero noleggiato una macchina e che avrebbero attraversato l’America con la capotta scoperchiata, ascoltando la musica dalla radio. Bellissimo, aveva detto lui, e s’immaginava già là, sotto il sole, che passava attraverso le praterie degli Indiani, su e giù per i canyon. E così infatti succedeva, con la sua amica che ne sapeva una più del diavolo ed era furba e svelta a fare tutto quello che bisognava fare. Perdio, non si ricordava neanche più che fino a qualche giorno prima era sempre lì che pensava di volersi impiccare, dicevano i fratelli Cerchioni.
Impiccatevi voi, diceva adesso Tadolini, pensando ai fratelli Cerchioni, mentre era là che andava sotto il sole, in una di quelle belle strade americane che corrono senza fermarsi mai. Con una musichetta di sottofondo e la ragazza che si era tirata via la treccia lasciando andare i suoi capelli al vento.
Bestia d’un mondo, com’era bello il mondo! pensava. Eh sì, era anche una bella parola, il mondo. Tutto il mondo… Quant’è grande il mondo… Com’è bello il mondo… Pensava di queste cose, mentre la sua amica guidava. E ogni tanto lei si voltava per fargli un sorriso e lo prendeva per una mano. E allora Tadolini avrebbe voluto fermarsi per darle un bacio. Un bacio? Tadolini doveva esser diventato matto, dicevano i fratelli Cerchioni.
Eppure, alla sera, quando si sono fermati per dormire, in uno di quei posti, motel, sparsi per le strade americane, vicino alle insegne rosse dei ristoranti, o a quelle gialle dei distributori, e la ragazza, Federica, aveva preso una stanza sola con un letto matrimoniale, altro che un bacio gli era venuto in mente di darle. Prima erano passati dal ristorante e avevano mangiato qualcosa; e bisognava vedere come aveva saputo sbrigarsela bene, lei, in mezzo a tutti quegli automobilisti. Lui lo aveva fatto mettere a sedere a un tavolo, mentre lei era andata a ordinare i panini hamburger, con tutte le salse gialle e rosse, ed era tornata lì piena di sacchetti e sacchettini. E com’era stato goffo lui, che non sapeva neanche da che parte s’incominciava a mangiare quella roba, e non si fidava del sapore dei condimenti. Ma c’era stato da ridere, perché poi non è mai tardi per imparare le cose. E per un momento gli erano venuti in mente i fratelli Cerchioni, quei due stupidi là, che erano così lontani e non gli poteva passare neanche per l’anticamera del cervello dove poteva essere lui!
E quella era una lontananza che glieli faceva quasi tornar simpatici, i fratelli Cerchioni. Lì che giravano sempre per tutti i buchi di Rubiera senza mai mettere il naso fuori dal paese. E anche la vita, ha pensato in un altro istante, era poi bella in fin dei conti… Un istante in cui gli è venuto in mente come anche la vita, con tutti i suoi momenti bui e opachi, doveva poi alla fine sembrare comunque bella per uno che fosse morto. Ma chi se ne importava di tutti quei problemi là, che avevo in vita, pensava mettendosi nei panni del morto. Che valore avevano in confronto a adesso che sono morto? E si era anche un pochino assorto con questi pensieri per la testa, tanto che la sua amica gli aveva toccato un braccio sgranando gli occhi come per chiedergli cos’aveva. E lui aveva risposto: Sono un po’ stanco. Ma non era vero. Non era assolutamente vero che era stanco. E anche quando sono entrati nella camera del motel, aveva fatto finta di aver sonno e s’è voluto sdraiare subito per non doversi svestire, mentre lei era andata in bagno ed era tornata quasi nuda.
Perdio, Tadolini se non fosse perché aveva ormai più di ottant’anni sarebbe mica tanto stato lì a far finta di dormire. Solo che anche far finta di dormire alla lunga risultava più faticoso che fare lo sveglio; e mentre lei aveva cominciato a leggere una Bibbia che aveva trovato sul comodino, lui le ha chiesto se erano ancora molto lontani dal posto in cui dovevano arrivare. E nello stesso istante pensava quasi quasi di fare un approccio amoroso, che se poi gli fosse andato male avrebbe sempre potuto dar la colpa all’età, dicevano i fratelli Cerchioni. Ma subito s’è chiesto se per caso era diventato matto a pensare una cosa del genere, e aveva la testa talmente ingarbugliata in questi pensieri che non ha nemmeno fatto caso a quello che lei gli rispondeva.
Poi gli è venuto davvero un colpo di sonno e si è appisolato. E quando s’è risvegliato, ci ha impiegato un po’ di tempo per ricordarsi dov’era. Adesso era tutto buio, tranne una luce rossa che lampeggiava fra le stecche delle tapparelle. Da fuori giungeva il rumore di qualche macchina che gli ha fatto venire in mente la Via Emilia. Dov’era? Per un momento ha avuto paura di non riuscire a tornare indietro e di non rivederla più. Si sentiva talmente lontano da casa che gli sembrava di essersene staccato per sempre, e un po’ si rimproverava di aver fatto quel colpo di testa, che soprattutto alla sua età poteva trasformarsi in qualcosa di nocivo. Ma forse si sentiva così, solo perché aveva fatto un brutto sogno e già cogliendo con la coda dell’occhio l’ombra scura del corpo della ragazza, s’è tranquillizzato. E poi s’è addormentato di nuovo.
Il mattino dopo ha aperto gli occhi e ha sentito la voce della ragazza che canticchiava sotto la doccia. Anche lì ci ha messo un po’ di tempo per ricordarsi dov’era e dalla finestra veniva dentro una luce che lo abbagliava, dandogli fastidio. Subito si è preparato cercando di mettersi il vestito in ordine, ma quando la ragazza è uscita dal bagno, dopo averlo salutato e detto qualche frase carina, ha voluto che si cambiasse la camicia. E lui se l’è cambiata, mettendosene una a fiori che proprio lei gli aveva comprato prima di partire. Poi sono andati fuori per prendere un caffè e mentre attraversavano il piazzale lei lo teneva a braccetto. C’era un bel cielo azzurro con tante nuvole, e sotto la pensilina della stazione di servizio si vedeva un camion autofrigo, lungo lungo, che partiva mandando in alto il gas di scarico come una ciminiera. La ragazza era tutta allegra e prima d’entrare nel bar s’è messa a salterellare canticchiando una canzone che lui non capiva. Nel bar si sono seduti a un tavolo dove c’era già dell’altra gente, ma quando la cameriera è andata a prendere le ordinazioni lui ha detto alla ragazza che non aveva voglia di niente. Semmai un sigaro, o una sigaretta, ha detto. Qui non si può fumare, ha detto la ragazza. E poi l’ha obbligato a prendere un caffè. E mentre aspettavano, lei gli ha chiesto se c’era qualcosa che non andava, perché lo vedeva un po’ triste.
No no, ha detto lui, tutto bene. Ma dove siamo qui? ha poi aggiunto per cambiare discorso. Neanche lei lo sapeva con precisione, ma da qualche parte in mezzo all’America. E poi ha aggiunto, come per rimproverarlo per scherzo: Non è così che è bello andare, senza sapere mai dove si è? E lui ha detto: Sì sì. E poi gli sono venuti in mente i fratelli Cerchioni, che se facevano tanto di arrivare fino a Reggio, si perdevano. Una sera, al buio, s’erano anche picchiati, perché s’erano scontrati in bicicletta e uno non aveva riconosciuto che l’altro era suo fratello. Glielo ha raccontato in macchina, dopo un po’ che avevano ripreso il viaggio e lei non faceva altro che chiedergli come mai era diventato così silenzioso e immusonito. Allora lui per nascondere la tristezza, si era messo a raccontare tutti gli aneddoti che gli venivano in mente. E lei stava ad ascoltarlo, chiedendogliene sempre di nuovi, oppure indicando col braccio una qualche bellezza del paesaggio che stavano attraversando. Erano in mezzo a una prateria, con dei colori brunastri, gialli e arancioni, macchiati qua e là da qualche cespuglio verde.
A un certo punto ha voluto chiamarla per nome ma non se lo ricordava più. Voleva dirle che voleva tornare indietro, che forse alla sua età non si possono fare dei viaggi così, e che aveva paura. Era tutto bello, tutto bellissimo, ma preferiva tornare a casa. E anche la sua scala, non gl’importava più di rivederla. Ma la ragazza proprio in quel momento ha rallentato la macchina e s’è fermata. S’era persa, ha detto. E dandogli prima un bacio, è scesa per cercare delle informazioni in una catapecchia di legno che aveva un gran cartellone rosso sul tetto con scritto sopra Coca-Cola. Lui è stato un po’ lì a guardarla, facendosi schermo con una mano contro il sole, fino a che lei non è scomparsa dietro la porta. Avevano preso di sicuro una strada sbagliata, perché dopo un po’ che aspettava s’è accorto che non passava nessuno di lì; solo una macchina che era partita da dietro la catapecchia ed era andata in mezzo alla prateria sollevando un gran polverone.
Lui è rimasto ancora ad aspettare, ascoltando le canzoni trasmesse dalla radio. Ma gli era incominciata a venire una smania addosso che ogni secondo d’attesa gli sembrava più lungo di un’ora. E a un certo punto ha pensato d’andare a vedere cosa succedeva là dentro, e come mai la sua amica ci mettesse così tanto a tornar fuori. Che le fosse successo qualcosa? Erano in mezzo a una zona desertica e qualcuno se ne poteva approfittare. Ma anche in quel caso, che aiuto avrebbe potuto dare lui così vecchio? dicevano i fratelli Cerchioni.
Be’, comunque era meglio andare a vedere lo stesso, perché questa storia cominciava a non piacergli. E forse si era anche un po’ ingelosito, ha addirittura pensato cercando una ragione a quel malumore che lo aveva preso. Quando ha aperto la porta della catapecchia, però, ha visto che non c’era nessuno dentro, ed era tutto abbandonato, come se nessuno ci avesse messo più piede da un sacco di tempo. C’erano delle assi di legno, e delle tavole vecchie con delle sedie intorno tutte sfilacciate. Negli angoli del soffitto si vedevano delle ragnatele polverose e dalle fessure delle finestre entrava un sibilo di vento. Gli sembrava un po’ la sua bottega di falegname, così a prima vista, e questo gli ha messo addosso un po’ di nostalgia, ma anche di contentezza; e per qualche momento gli è parso di essere tornato a casa, perché come allora, non si ricordava più cosa c’era andato a fare lì dentro, o a cercar chi. Ma è rimasto a guardarsi intorno con l’aria sperduta. Fino a quando non ha sentito dei passi fuori dalla finestra che si avvicinavano. Voleva chiamare e dirgli di entrare, ma non ci riusciva. Aveva come un impedimento che lo bloccava e non capiva più se stava dritto in piedi oppure era sdraiato per terra. E poi non ha sentito più niente; solo una forza che lo portava via.
Da fuori intanto continuava a venire un rumore di passi, e delle voci che chiamavano: Ingegnere… Poi s’è sentito un picchio e si sono viste due persone, lì davanti alla porta, che corrispondevano ai fratelli Cerchioni. Ingegnere, hanno chiamato ancora mettendo la testa dentro la bottega, ingegnere! Poi sono entrati pian piano e hanno visto Pietro Tadolini disteso per terra, che straparlava. Pietro! ha detto uno di loro chinandosi su di lui. Ma Tadolini se ne stava lì con gli occhi chiusi, continuando a borbottare: Federica… praterie… bello mondo… Santa Fe… motel… dove sono? andiamo a casa? Pietro! hanno chiamato ancora i fratelli Cerchioni. Ma non c’era più niente da fare, il suo cuore non batteva più.
Allora si sono guardati intorno e hanno visto che era tutto in disordine, come se ci fossero appena passati i ladri. Il tavolo e le sedie erano a gambe all’aria e i cassetti dei mobili sparsi qua e là, con delle carte rovesciate ovunque; e in mezzo a tutta quella baraonda, una damigiana di vino, vuota, che uno di loro, urtandola, ha fatto rotolare per un po’.