Cari amici, abbiamo attraversato la settimana scorsa le terre di Romagna con la cantante Luisa Cottifogli. Ora torniamo in Emilia, dove c’è un bluesman reggiano che già conoscete, Adelmo Fornaciari in arte Zucchero, che scambia le terre padane per le vaste pianure attraversate dal Mississippi. Se è vero che il blues è un modo per sfogare un’urgenza espressiva, questa voglia di creare, di dire tutto e subito, è tipica anche delle zone bagnate dal Po.
Pensiamo a uno che non badava ai generi come Cesare Zavattini: se aveva qualcosa da dire, si inventava scrittore, pittore, sceneggiatore o
giornalista. Oppure Antonio Ligabue, il “selvaggio” della pittura italiana,
uno che voleva dipingere e dipingeva, rintanato tra gli alberi, le nebbie e
le calure della Bassa, stralunato e folle nella sua miseria solitaria. O
ancora l’altro Ligabue, Luciano detto “il Liga”, il rocker di Correggi uno
che imbraccia la chitarra e via, parte con la sua voce roca impastata di
fumo e di nebbia.
Musica: Luciano Ligabue: Angelo nella nebbia.
Il cuore che batte in un mucchio di sabbia è una bellissima immagine
blues. Come quella delle due lepri che urlano nella nebbia. Esiste quindi un blues padano, il cui interprete più autentico, cioè quello più arrabbiato, urlante, pulsionale, è Zucchero, che nel 1987 pubblicò Blues, un album ricco di atmosfere soul. Zucchero racconta di essersi innamorato di questa musica ascoltando a Bologna un pezzo di Otis Redding cantato da uno studente nero. Blues è forse il disco più bello di Zucchero insieme a Oro, incenso & birra, da cui ascoltiamo Overdose (d’amore), un brano graffiante, ruvido, capace di comunicare forza e energia, con le sue voci gospel che sembrano fare la spola tra New Orleans e Reggio Emilia.
Musica. Zucchero: Overdose (d’amore)
C’è, insomma, una specie di cortocircuito geografico tra il Po e il
Mississippi. Gli ampi meandri in cui divaga il grande fiume americano sono la culla del blues, in cui si specchia anche la cultura del piccolo (al
confronto) Po. Esiste tutta una letteratura, da noi, sul “Blues Padano”
titolo, tra l’altro, di un libro di Marco Ballestracci, dove ad esempio
capita di leggere di uno scalcagnato terzetto blues che si esibisce in un
locale dove ancora aleggia l’odore dolce della mortadella appena scottata.
Non è St. Louis, non è Memphis, ma è un posto sperduto nella pianura
padana, tra un canale d’irrigazione e una fabbrica lattiero casearia. Basta, però, stare nell’incrocio giusto, tra una via e una piazza della Bassa, per poter ascoltare, in estate, l’armonica di Jerry Portnoy, uno dei bluesmen internazionali che si esibiscono al Festival Blues di Piacenza. Eh sì, a Piacenza c’è il Festival Blues, come a Porretta il Soul Festival: segno che la nostra regione ha una sua “negritudine”, un suo calore deciso, un’anima che incrocia le grandi correnti della musica americana.
Musica. Jerry Portnoy: Canadian Sunset.
L’incrocio più famoso della storia del blues si trova nel Delta del
Mississippi, tra Clarksdale e Tunica. Qui, secondo la leggenda, al crocevia tra le strade 61 e 49, Robert Johnson incontrò un uomo vestito di ner gli vendette l’anima (era il diavolo) e in cambio ne ebbe la più bella voce e la miglior chitarra di tutti i tempi. La gente lo aspettava ai crocevia delle città del Delta, dove lui arrivava a ogni ora del giorno e della notte, perché ogni momento era buono per mettersi la chitarra in spalla e partire. Il bluesman è un uomo di strada. E quella che ascoltiamo è la voce agonizzante di Robert Johnson in Cross Road Blues.
Musica. Robert Johnson: Cross Road Blues.
Ecco cosa succede a fermarsi negli incroci. Questo è un tema che ci
affascina. Tutto quello che si incontra, si scontra e si trasforma, si
amalgama e crea qualcosa di nuovo, ci piace. Ci piacciono, ad esempio, i festival estivi della nostra regione, dove tra una via e una piazza, agli
angoli delle strade, si mescolano carte e destini, si mettono in
comunicazione mondi e popoli lontani. I pifferai dell’Appennino si incantano alla voce di Miriam Makeba, una cantante della Mongolia ascolta il coro delle mondine, una giovane vocalist romagnola intona un raga indiano. E il Po si specchia nel Mississippi. Infatti anche da noi c?è chi vorrebbe aver la pelle nera per cantare e suonare come un nero. Ce lo dice con questo brano una band bolognese, i Bononia Sound Machine, il cui repertorio, sostenuto da una potente sezione fiati e da una ritmica spumeggiante, attinge al funky, al rythm’n blues, evoca i grandi soul singers, cerca i meandri musicali del Delta del Mississippi, ai quali torneremo nella prossima puntata – ma con le spalle appoggiate al muro di un vecchio casolare di un pescatore d’anguille, nel Delta del Po.
Musica. Bonomia Sound Machine: La pelle nera.
Lettura Fulvio Redeghieri.