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4 Dicembre 2006 | Paesaggio dell'anima

N°38-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 38^ puntata. Dal Po al Mississippi.


Non è difficile, in fondo, cari amici, fare del blues nella pianura padana. Ci vuole la voce giusta – può essere anche quella di un bianco -, ci vuole un’armonica piantata nel cuore e poi un ritmo che smuove le radici del Delta. Eccoci a Bologna, dove è sbarcato parecchi anni fa Andy J. Forest, che stiamo ascoltando in un brano, Leavin’ Louisiana, che fa tanto “crossroad” tra i campi di cotone. Musicista blues di fama internazionale e pittore, Andrew Forest ha realizzato 13 album dal 1979 a oggi, ha fatto anche l’attore di cinema, quindi si è dedicato alla letteratura, pubblicando per l’editore bolognese Pendragon “Lettera dall’Inferno”, un romanzo  “blues” profondamente calato nell’ambiente  musicale dell’autore. Se è vero che il  blues è la “musica del diavolo”, nel romanzo c’è un intenso vagabondaggio presso gli incroci maledetti, e l’amore vive al ritmo swing dell’armonica, che è lo strumento prediletto di Forest. Lo strumento con cui ha accompagnato molti altri musicisti, come Zucchero nell’album “Miserere”.


Musica. Andy J. Forest: Leavin’ Louisiana.


Bologna mi piaceva tantissimo – ricorda oggi Andy Forest.- Ebbi una buonissima impressione appena arrivato in città, alla fine degli anni ‘70. C’era un fermento notevole e tantissimi gruppi. Io e la mia band provavamo nelle cantine di Via San Vitale, dove dopo potevi incontrare altri gruppi. C’era un clima d’amicizia. Ogni band invitava ai propri concerti gli altri musicisti e ogni sera era una festa. C’era una radio che sosteneva la scena, Radio Città, e organizzava concerti nel capoluogo emiliano”.


Gli anni ’70 sono stati, in effetti, la culla del blues padano. Un altro musicista che ha fatto la storia di questo genere è Fabio Treves, milanese. Con la sua Treves Blues Band è sulla scena dal ’75, ha pubblicato 18 dischi e suonato l’armonica con grandi miti come Frank Zappa. Lui, il successo vero non l’ha mai raggiunto, perché il blues non è musica da hit parade. L’inossidabile Treves dice che “il blues rappresenta una piccola fetta di gente con un grande cuore”. Gente che si ritrova sui prati estivi, nei festival dedicati al genere, a sognare ‘Mississippi’ Muddy Waters, o i Bluesbreakers di John Mayall che nel ’66 suonarono con Eric Clapton. Un giro d’armonica ed ecco, fratelli in blues, la musica per il vostro mal di vivere.


Musica. Treves Blues Band: Fuorigiri.


Torniamo ora ai nostri due grandi fiumi, il Po e il Mississippi: fiumi nazionali che hanno nelle loro acque il sangue, l’inventiva e la felicità dei rispettivi popoli. Certo, se si considera la dimensione multiculturale, si coglie subito la diversità. Il Po rischia di sfigurare, apparendo provinciale, di fronte all’enorme palcoscenico di culture in cui si snoda il Mississippi, con il confluire di elementi indigeni, poi francesi, inglesi, spagnoli, africani (attraverso gli schiavi) e oggi con l’apporto etnico degli immigrati messicani e latinoamericani. I latinos, presenti in massa negli Stati del sud, agganciano la loro cultura al carro blues delle zone del Delta, come ben appare in questo brano della Mississippi Blues Band che disegna il paesaggio notturno di un quartiere chicano in qualche città tra Memphis e New Orleans.


Musica. Mississippi Blues Band: Nocturno a mi barrio.


Guardando indietro nella storia, però, scopriamo che i battelli a vapore con le pale – quelli dei romanzi di Mark Twain e di William Faulkner – c’erano anche sul Po durante il dominio austriaco del Lombardo-Veneto. E che gli immigrati di oggi contribuiscono a rinnovare, con strabilianti cortocircuiti di colori e di immagini, i paesaggi della Bassa descritti da Guareschi e Zavattini. Un altro esempio del cortocircuito geografico fra America e Bassa padana da cui siamo partiti, lo troviamo nel Museo del Po a Boretto, in provincia di Reggio Emilia, quasi un baricentro del fiume. Qui fa bella mostra di sé una delle prime draghe in azione sul Po, chiamata, guarda caso, Mississippi, come testimonia il cartello con il nome stampato del fiume, che in lingua algonchina – quella degli indiani aborigeni – significa “padre delle acque”: Missi Sepe.


Ma anche noi abbiamo le nostre belle contaminazioni. Lungo le rive del nostro piccolo grande fiume, nelle piazze dei paesi e sopra palchi improvvisati in campagna, possiamo anche ballare tutta la sera: tota la sira, come dice in dialetto modenese questa canzone dei Modena City Ramblers, tornati in scena finalmente con un disco nuovo per la gioia dei fans. E’ bello lasciarsi danzare dalla musica del tempo, musica padana della tradizione contaminata con il punk dei giovani rockettari, con il folk celtico e balcanico, con i suoni delle balere estive, con i ritmi latini e quelli nordafricani portati dagli immigrati che lavorano nelle nostre fabbriche.


Musica. Modena City Ramblers: Tota la sira.


A un certo punto, la ruvidezza del blues cerca qualcosa di tiepido in cui stemperarsi, una dolcezza agreste in cui sconfinare. Nasce così, anche per un bluesman arrabbiato come Zucchero, il bisogno di scrivere un pezzo ovattato e a suo modo sensuale come “Diamante”, dedicato alla nonna che portava questo nome. Le parole, bellissime, sono di Francesco De Gregori, al quale Zucchero, in un pomeriggio trascorso insieme, chiese un testo capace di trasmettere un senso di pace e di serenità, di comunicare i colori e i sapori della campagna emiliana del dopoguerra. Ne è uscito forse il capolavoro del musicista di Reggio Emilia, per quella atmosfera darziana (Silvio D’Arzo era uno scrittore reggiano, morto giovane nel 1952) intrisa di nostalgia, che il testo di De Gregori ha saputo evocare. Ascoltiamo il brano nella versione a due voci, sulla quale vi salutiamo dandovi appuntamento alla prossima settimana.


 Musica. Zucchero e Francesco De Gregori: Diamante.
Lettura Fulvio Redeghieri.

Brano corrente

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