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12 Dicembre 2006 | Racconti d'autore

N°39- RACCONTI D’AUTORE

Rossana Conte: “Pompilia Zambeccari. Le brave ragazze vanno in paradiso e le cattive in convento.” Editore Costa – 2006 (Collana di Storie bolognesi). Seconda punatata.


La lettura di oggi è tratta dal volume «Pompilia Zambeccari: le brave ragazze vanno in Paradiso e le cattive in convento» di Rossana Conte.


Il volume racconta una vicenda ambientata nel Cinquecento a Bologna.


Pompilia, figlia del conte Zambeccari, è poco più che bambina quando va sposa al conte Emilio Malvezzi, più anziano di lei, aggressivo e duro di carattere. Il fallimento della vita matrimoniale porta il marito ad accusare la moglie – complice il medico di famiglia – di aver cercato di avvelenarlo. Ma il processo si chiude con la condanna del medico, che viene giustiziato. Pompilia, nel frattempo, viene chiusa in convento e dopo un paio d’anni scagionata di ogni colpa e liberata. Dopo la morte del marito, Pompilia torna libera e cerca di rifarsi una vita con Girolamo Buoncompagni, nipote di papa Gregorio XIII. Pur di convivere con il suo innamorato, accetta di perdere ogni dignità – come accadeva in quel tempo – scendendo al riprovevole rango di concubina, nonostante fosse già madre di quattro figli avuti dallo Zambeccari.


Per riacquistare il proprio rango, tenta – inutilmente – di convincere l’amante a sposarla. Finge allora di essere incinta e compra un bambino che il Buoncompagni riconosce come proprio. Poi ci riprova con una seconda finta gravidanza, e ancora senza successo. Scoperta, viene denunciata dal Buoncompagni e condannata ad essere rinchiusa in convento per tutta la vita.


La vicenda raccontata da Rossana Conte porta alla luce il difficile ruolo sociale della donna nella Bologna papalina del Cinquecento.


L’autrice vive a Bologna, dove si è laureata in scienze politiche e svolge la professione di redattrice di consulenze finanziarie e informazioni commerciali. Rossana Conte ha svolto le sue ricerche su Pompilia Zambeccari presso la biblioteca dell’Archiginnasio, dove ha trovato parte della documentazione del processo.


VIII CAPITOLO
LA PRIMA NOTTE


Era stata una giornata sfiancante, ma ero troppo agitata per avere sonno. Lentamente mi avviai con Lucia e la cameriera verso quella che sarebbe stata la mia stanza. Mi guardai in giro con curiosità e mi affacciai un istante alla finestra che dava sulla Chiesa di San Giacomo Maggiore per respirare a pieni polmoni l’aria già tiepida di quella sera di primavera. Mi domandavo se quella bella dimora sarebbe stata la mia casa o la mia prigione, cacciai il brutto pensiero scotendo la testa e finalmente  varcai l’uscio della mia camera.


Rimasi senza fiato, la camera era come l’avevo sempre sognata: alle pareti damasco azzurro, sul soffitto un affresco dalle dolci tonalità, sul letto a baldacchino una bellissima coperta di seta azzurra ricamata e trapuntata in una tonalità leggermente più scura rispetto a quella delle cortine che pendevano mollemente ai lati del baldacchino, di fronte al letto un grande camino in alabastro e vetri colorati e sulle colonne laterali sculture rappresentanti visi di donna.


Ai piedi del letto la cassapanca che conteneva parte del mio corredo, una vera opera d’arte , in quanto mio padre aveva voluto che a costruirla fosse un noto artigiano fiorentino.


Era ora di prepararsi per la notte, Lucia e la cameriera mi aiutarono a svestirmi, lavarmi, pettinarmi e a indossare una camicia da notte ricamata, dopo di che mi lasciarono sola.


Non sapevo che fare. Mia madre infatti non mi aveva detto se questo benedetto marito lo dovevo aspettare a letto, seduta o in piedi. Passeggiai avanti e indietro continuando a guardarmi in giro, mi inginocchiai recitando le preghiere poi bevvi un po’ d’acqua. Ogni rumore mi faceva pensare che mio marito stesse per arrivare, allora fissavo la porta,ma non accadeva nulla.


Cominciai a sentire la stanchezza e mentre ripensavo alla giornata gli occhi mi si chiudevano. Decisi a questo punto di stendermi un poco sul letto, tendendo l’orecchio ai rumori del corridoio, ma come tutte le quindicenni mi addormentai di colpo di un sonno profondo.


Quando riaprii gli occhi era già mattina e il sole filtrava tra le tende. Per un attimo non ricordai dov’ero, ma quando realizzai mi resi conto che ero sola e che mio marito non mi aveva raggiunto. Mi sentii sollevata e avvertii improvvisamente i morsi della fame. Non sapendo se era corretto mangiare da soli quando si è sposati, chiamai Lucia che arrivò con un vassoio d’argento colmo di ghiottonerie.


“Lucia, ma che fine ha fatto mio marito?”


“Il maestro di casa mi ha pregato di comunicarvi che il signor Conte è dovuto partire improvvisamente per i suoi possedimenti di Dozza e che vi riverisce e vi prega di scusarlo”


Lucia forse si aspettava da me una reazione brusca e invece sorridendo le gridai:”Apri le finestre e godiamoci questa bella giornata!”


Terminata la colazione e la toilette mattutina, decisi di conoscere questa splendida dimora che ora era anche la mia.


Il piano nobile era un susseguirsi di saloni sontuosi a cui si accedeva tramite bellissime porte bianche ornate da modanature dorate che spiccavano sulle tappezzerie che erano di colore diverso a seconda del salone.


Il salone che mi colpii di più fu certamente la sala rossa con i suoi preziosi candelabri, i divani e l’imponente tavolo al centro, realizzato direttamente nella sala perché le sue dimensioni non ne consentivano il passaggio dalle porte.Bella era anche la decorazione pittorica del soffitto raffigurante ’La danza delle Ore ’,dalla finestra si poteva ammirare la facciata dell’antistante Chiesa di San Giacomo Maggiore.


Non meno bella era la sala da pranzo con le pareti affrescate e con al centro un candelabro da cui pendevano cristalli simili a ghiaccioli e la sala verde arricchita da uno splendido caminetto e da uno specchio dorato enorme che faceva sembrare il salone ancora più grande e poi ancora la ‘ Sala degli Amori’.


Memore degli insegnamenti materni,scesi come una buona padrona di casa il grande scalone fino al piano inferiore che comprendeva la stanza della biancheria, la sartoria, la lavanderia e infine la cucina dove nell’immenso camino, debitamente attrezzato, stava già cuocendo il pranzo.


La cuoca si mostrò felice della visita e mi domandò quali fossero i miei piatti preferiti , facendosi bella di alcune sue preparazioni che dal Conte venivano definite superbe: la Herbolata de maio  (una specie di torta salata a base di formaggio fresco, bietola, uovo, salvia, menta prezzemolo e zenzero, che è il suo ingrediente segreto), il Ministrum de Canapo (semi di canapa,pane, cipolla, zafferano,spezie ed uva passa) e per finire aggiunse con una punta d’orgoglio che il suo zabaglione era il migliore di tutta Bologna.


Dopo avere conosciuto il personale ed avere scambiato qualche parola con tutti, mi resi conto che era ancora troppo presto per il pranzo e che non sarebbe stata una cattiva idea fare una breve passeggiata con Lucia fino in Piazza Maggiore, dove si affollavano le bancarelle dei venditori di ogni cosa, ma soprattutto frutta e verdura provenienti dalla vicina campagna.


Nel breve percorso si moltiplicavano gli incontri e i saluti con dame e nobildonne che sorridenti mi porgevano auguri e inviti.


Decisi di spingermi fino al Canton dei Fiori (oggi angolo tra via Indipendenza e via Rizzoli) per acquistare un gran mazzo di rose.


Al ritorno nel passare davanti al Palazzo degli Stracciaroli non potei fare a meno di rivolgere uno sguardo alla Madonna della Campanella che mi guardava dal balcone posto sulla facciata e tacitamente pregarla di aiutarmi ad essere una buona moglie.


Era quasi mezzogiorno e dovetti  affrettarmi perché la sera precedente mio marito aveva invitato a pranzo la mia famiglia.


Quando giunsi a Palazzo, mi resi conto che per la prima volta non mi trattavano da ragazzina, ma da contessa.


Mi scusai per l’assenza di mio marito, ma i miei genitori non trovarono così naturale che il Conte fosse andato a Dozza anche se chiamato da affari urgenti, proprio la prima notte di nozze.


Va detto che il comportamento del Conte sebbene scortese nei riguardi della sposina, non era in verità, in questo periodo, più sorprendente di tanto.


Il matrimonio, infatti, era per lui semplicemente un accordo con una famiglia importante quanto la sua, famiglia  che gli aveva portato onore e dote e che in futuro avrebbe potuto essere un rilevante appoggio politico.


Di donne ne aveva avute tante e tante ne avrebbe avute ancora,mentre io sarei diventata unicamente la madre dei suoi figli.


Era passata ormai una settimana dal matrimonio e dopo i primi giorni dedicati alla scoperta del Palazzo , cominciavo ad annoiarmi.


Non sapendo che fare, decisi di fare una capatina in biblioteca sperando di trovare qualcosa da leggere che non fosse troppo barboso.


Stavo scartabellando un libro con delle interessanti stampe quando la porta d’improvviso si aprì ed ecco apparire il Conte che cerimoniosamente mi salutò:” Spero abbiate scusato la mia assenza, ma come è giusto sappiate la nostra ricchezza si fonda sul patrimonio fondiario e pertanto sono necessarie visite frequenti soprattutto in alcuni fondi, per evitare ruberie”.


Con un certo fervore cominciò a parlarmi del commercio della seta, ma notò immediatamente che l’argomento aveva una scarsa presa su di una quindicenne e improvvisamente ammutolì, s’inchinò e rapidamente come era entrato, se ne andò.


Ci rincontrammo a cena, dove erano ospiti gli esponenti del governo cittadino con le loro mogli.


Entrammo nel salone insieme, ma per tutta la sera mio marito parlò con il Conte Albergati della sua visita a Dozza, dei problemi derivanti dal brigantaggio e di tante altre cose che certo gli stavano più a cuore di me.


Io non lo perdevo d’occhio, pur continuando a chiacchierare con le dame presenti, cercavo di capire di che pasta era fatto quest’uomo con cui avrei dovuto dividere la mia vita.


Si capiva guardandolo che era un uomo raffinato, che sapeva muoversi con garbo, ma i suoi occhi erano gelidi e raramente sorrideva.


Mi domandai cosa provavo per lui e mi risposi: nulla, neanche un briciolo di simpatia. Mi incuteva timore e mi intimidiva, quando incidentalmente i nostri sguardi si incontravano sentivo il vuoto nello stomaco, sensazione che era molto simile alla paura.


Al termine della cena , insieme salutammo gli ospiti e quando l’ultima carrozza si  fu allontanata rimanemmo per qualche momento fermi l’uno accanto all’altro senza profferire verbo.


Prima che il disagio diventasse un muro insormontabile, chiesi il permesso di ritirarmi nelle mie stanze con Lucia e mentre mi allontanavo vidi con la coda dell’occhio che si chiudeva in biblioteca.


Mentre Lucia mi svestiva e mi pettinava, mi sentivo divorata dall’ansia, le sue cure e il suo instancabile chiacchiericcio, finirono con l’irritarmi sempre di più fino a che la cacciai in malo modo.


Rimasta sola, cercai di raccogliere le idee, ma non riuscivo a stare ferma e quando la porta si aprì per lasciare entrare mio marito, il sangue mi si gelò nelle vene.


Sorrisi incerta sperando in un sorriso di risposta, ma lui che in verità sembrava ubriaco, si limitò a guardarmi con le braccia lungo i fianchi, ciò che vide sembrò piacergli e cominciò senza un bacio e senza un moto di tenerezza a spogliarmi.


Non era neppure mezzanotte quando si alzò e senza dire una parola se ne tornò nella sua stanza.


Mi sentivo umiliata e dolorante, piangevo disperata, questo era dunque l’amore?


Chiamai Lucia che mi abbracciò e mi accarezzò i capelli fino a quando i singhiozzi si placarono. Pensai con terrore che quest’uomo orribile era il mio padrone e poteva costringermi a tutto.


Lettura di Fulvio Redeghieri. 


 


 

Brano corrente

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