Arrivammo in casa della zia in dicembre dopo la morte “Che cosa ne fate di un cane?” disse un giorno la zia. una vena del suo collo rotonda come una corda. lo Ma non dimenticavo lo scherzo ch’essa mi faceva da Giunse la sera della vigilia di Natale. La vigilia di Natale dalle mie parti non è la vigilia di Natale delle altre La zia era seduta su una sedia antica con un abito a righe, Edmondo mette nel sacco e butta nel Po cani gatti e topi: il Po A Borgoforte c’è il ponte di barche, venti chilometri dalla mia terra, dove si fermano i relitti che la corrente porta dal nord. Mia madre impallidì, mia sorella si alzò carica di piatti e andò in cucina a piangere. Io mi misi a correre per la stanza: “Bu bu” facevo. Misi le mani per terra e correvo abbaiando interno alle sottane della zia, gliele mordevo. “Basta”, urlò la zia ferma in mezzo alla stanza con gli occhi grigi spalancati.
di mio padre: mia madre, io, mio fratello, mia sorella,
c’era anche il cane, Moschino, cresciuto con noi. Rimasti
senza un soldo, non c’era altro scampo per il momento:
essa ci accolse freddamente e quando mia madre a tavola
si alzò prima degli altri per portarle via il piatto, la rincorse
con le grandi mani e si rimise il piatto davanti
picchiandolo sul legno.
La zia ripeté la frase spalancando gli occhi grigi, si vedeva
inseguii il cane per ingraziarmi la zia cui dovevo chiedere
un paio di scarpe nuove, e lo presi perfino a calci.
bambino: mi chiamava e io mi voltavo di scatto trovandomi
sotto il naso un suo dito bagnato di saliva; e rideva per un
minuto con la gola, s’interrompeva guardandomi male se
non accettavo lo scherzo. Io ho per la saliva degli altri un
grande terrore, fatemi correre nudo ma non mettetemi a
contatto con la saliva del mio prossimo, in nessun modo.
parti del mondo. Di solito una nebbia nera copre il paese,
alle otto i negozi sono chiusi, dalle otto alle nove non si
ode un rumore.
La gente è chiusa nelle case e mangia avidamente, le
donne hanno lavorato due giorni per i cibi e gli uomini
non dicono brava bene, mangiano in silenzio e bevono
dentro grandi .bicchieri con il manico. Hanno quasi tutti i
dolori reumatici e il fegato malato, nella faccia rossa rametti azzurri; dopo il pasto escono avvolti nel mantello o
s’addormentano sulla sedia. La sera della vigilia tornano
dalle città, chi può ritorna, e intorno alla tavola dopo aver
divorato i tortelli di zucca parlano con le labbra unte di
testamenti, rinascono i rancori e al mattino col primo
treno vanno via.
ci guardava, stavamo pranzando, io ero entrato da
poco, e avevo guardato a lungo sulla neve le pedate di
Manti il nostro creditore una striscia lunga rasente il
muro, Disse: “Moschino l’ho mandato a Verona.” Nessuno
rispose. Io capii, da molte ore non avevo più visto il
cane, la zia invece aveva parlato a lungo con l’uomo del
sacco, scopertili mi ero allontanato fischiando.
scorre vicino, d’inverno è plumbeo, solo le rive hanno una nebbia
bianca e poco alta, viene voglia di rotolarsi in quella nebbia leggera. “Moschino è a Borgoforte, adesso,” dissi io con indifferenza, e continuai a mangiare.
23 Dicembre 2006
| Racconti d'autore
N°41- RACCONTI D’AUTORE
Cesare Zavattini “Io sono il diavolo”. Dalla raccolta “Opere 1931/1986”.