Cari amici, riprendiamo il nostro viaggio dalla Bassa reggiana, da Luzzara, dove le insopportabili zanzare e l’invasione delle rane fecero fuggire Francesco Petrarca, una sera d’estate del 1350. Ma Petrarca, nonostante i disagi del clima, amava queste terre che allora rientravano nel territorio della grande Lombardia, comprendente l’Emilia fino a Bologna, ma senza Dopo l’esperienza francese in Valchiusa, Petrarca – scrive Piero Camporesi – non lasciò più le terre padane, che preferì anche alla nativa Toscana. Le stagioni lombarde videro Petrarca salire e scendere da cavallo, imbarcarsi su chiatte e barconi, respirare l’immobile nebbia autunnale, scuotersi dalla pelliccia il ghiaccio, la neve, la galaverna, inzupparsi di sudore nei torpidi giorni canicolari. In barca o a cavallo, questo coriaceo oratore innamorato dell’Italia, delle sue genti e ancor più della bellezza del suo paesaggio, era infaticabile nel percorrere le fertili pianure bagnate dal Po, il re dei fiumi: rex Padus. Inafferrabile e irrequieto, Petrarca curava le sue ansie con la medicina del viaggio, rompendo la monotonia sedentaria con la varietà del movimento. Era come se avesse sempre alle briglie dei cavalli bradi che lo distoglievano da sé, dal troppo pensare, dalla malinconia e dall’accidia che lo affliggevano. Cavalli bradi è il titolo di questa bella canzone di Milva, la cantante ferrarese, di Goro sul delta del Po, che è stata grande interprete di Astor Piazzolla, di Brecht, di Franco Battiato. Dice il testo: “Sul burrone, proprio al baratro, al limite del buio / cavalli sto frustrando sempre più / e il cuoio sembra acciaio / e non so perché manca l’aria / con ansietà io nebbia ingoio / e una voce dentro me / mi dice che scompaio”. Musica: Milva, Cavalli bradi “Una voce dentro me / mi dice che scompaio” – canta la voce teatrale di Milva. Scomparire, cioè assistere impotente alla fuga inarrestabile delle ore e dei giorni, era l’ansia di Petrarca. Nella maturità e nella vecchiaia, si svegliava intorno alla mezzanotte, incalzato dall’ansia della vita breve. Già avanti negli anni, il poeta non smetteva di cercare nel viaggio una tregua alle proprie inquietudini. Lui, amante dei recessi ombrosi e delle selve, aveva questa predilezione per la pianura padana che girava in lungo e in largo, nonostante il pessimo clima. Anni trascorsi nel passare da un posto all’altro, tanto da definirsi, nella sua padana erranza, solivagus, cioè vagabondo solitario. Pavia, Mantova, Parma, Bologna, Padova, Treviso – e comunque sempre le campagne al di qua e al di là del Po: terra fertile, grassa e fresca, con raccolti abbondanti. Sotto il Po, questa terra è attraversata dalla lunga via Emilia. E’ il territorio emiliano. Vi ricordate le rane che hanno fatto fuggire Petrarca dalla villa di Luzzara in cui era ospite? Ritornano in un celebre brano, Emilia, cantato a tre voci da Francesco Guccini, Lucio Dalla e Gianni Morandi. Il testo è un manifesto dell’emilianità. Dedicato a noi che viviamo “in questa spianata di sole che strozza la gola alle rane / di nebbia compatta, scabrosa, stirata che sembra di pane / e una strada antica come l’uomo / marcata ai bordi dalle chiacchiere di un duomo…”. Musica: Guccini-Dalla-Morandi, Emilia Dunque, una “Emilia di monti, fra i campi e sui prati / lagune, piroghe e le terramare / guerrieri del nord dai capelli gessati (…) / l’Emilia allungata fra l’olmo e il vigneto / voltata a cercare quel mare mancante / e il monte Appennino (…)”. Paesaggi diversi: dal fodero di nebbia in cui ci si infila nelle campagne emiliane, si esce approdando ai torrenti d’acque, vivi di pietre e di calcine, dell’Appennino. Sono luoghi in cui la voce materna si alterna con il silenzio della terra. Ricordi, brevi istantanee, come questi versi del poeta di Parma Antonio Riccardi: “Hanno sentito entrare qualcuno / dalla parte della loggia per le scale, / coperto d’erba medica e di cardi / ha lasciato un segno sulle scale, / nelle stanze di mezzo”. Presenze sospese nel tempo, tracce, segni lasciati da chi non c’è più. A Parma, Petrarca aveva un orto che curava personalmente. Era, infatti, un esperto frutticoltore, un creatore di orti – come ci ricorda Piero Camporesi, lo storico romagnolo che è la nostra guida in questo tratto del nostro viaggio in Emilia. Petrarca, dunque, era uno sperimentatore di trapianti e di innesti. Studiava su libri contemporanei e antichi, tra cui l’Opus agriculturae di Emiliano Palladio, il cui manoscritto abbellito da miniature di strumenti agricoli e da note autografe del Petrarca vergate in lettere gotiche, è giunto fino a noi. Mentre faceva esperimenti con i trapianti di viti nel suo orto parmense, nel settembre del micidiale 1348, l’anno della peste nera, annotava sul suo Palladio i progressi fatti come agricoltore. Quello stesso anno, a Parma, a maggio, gli giunse notizia della morte di Laura. Laura, con la luce del suo sguardo e dei biondi capelli, era al centro del mondo fantastico del poeta: figura insieme vicina e lontana, un caro fantasma del cuore, reale ma al tempo stesso trasfigurata nella poesia, come tensione verso una vita più bella. Nella sua immagine soave, Petrarca vagheggiava tutta la bellezza del mondo. Musica: Nek e Cerena, Laura non c’è Nel Canzoniere, Petrarca gioca sul duplice simbolo Laura-lauro. L’alloro incorona i poeti e amore di donna è dunque amore di poesia. “Laura non c’è / è andata via…”. Questo brano di Nek, cantante di Sassuolo, è dedicato a una Laura assente-presente, vaga e reale come la Laura petrarchesca, ed è cantato in coppia con Torniamo a Parma in quella funerea primavera del 1348. La morte di Laura approfondisce in Petrarca il senso doloroso della fugacità della vita terrena. “La vita fugge, e non s’arresta un’ora, / e la morte vien dietro a gran giornate…”, scrive in un sonetto dopo la scomparsa della sua amata. Non si rassegna a quella fine, e nella solitudine di Valchiusa – dove rimarrà fino al 1353 – s’inventa il miracolo della presenza eterna di Laura nella sua vita. Il poeta la sogna, la vede uscire dalla sua squallida tomba, ancora intatta nella sua dolce bellezza. Il cuore gli trema quando la vede riapparire nel fondo dell’anima. Se lamentar augelli, o verdi fronde è un altro bellissimo sonetto, dove Laura riappare come per incanto, evocata dal paesaggio dove il poeta la vide e Musica: Franco Battiato, Perduto amore Una vecchia canzone di Adamo, “Perduto amore”, ripresa e cantata da Franco Battiato, chiude questa nostra puntata. La canzone – dice Battiato – “rappresenta tutto quello che ci perdiamo della bellezza dell’esistenza”. Noi lasciamo Petrarca a Parma, con la notizia della morte di Laura, ma lo ritroveremo di nuovo, la prossima settimana, nel ricordo dei suoi anni padani tracciato da Piero Camporesi. Un modo, anche questo, per conoscere meglio la nostra terra.
3 Aprile 2006
| Paesaggio dell'anima
N°6-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA
Un viaggio in regione attraverso la musica. 6° Puntata