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12 Aprile 2006 | Paesaggio dell'anima

N°7-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 7° Puntata

L’amore è un mito creato dalla poesia: un mito che nasce dal bisogno dell’uomo di trovare nel mondo qualcosa di infinito, che vinca il desolato morire dei giorni. Siamo con Francesco Petrarca a Parma, appena ricevuta la notizia della scomparsa di Laura, rapita dalla terribile peste del 1348. Il poeta è preda di meste fantasie di morte e si rafforza in lui il sentimento melanconico della fugacità della vita, della provvisorietà di tutte le cose. Havel havalìm, vanità delle vanità: tutto in questo mondo è vano e inutile, dice l’Ecclesiaste, e lo ripete questa canzone di Angelo Branduardi.


Musica: Angelo Branduardi, Vanità di vanità



Nel 1341 a Parma e a Selvapiana, Petrarca porta a termine l’Africa, un poema latino in versi iniziato in Provenza, a Valchiusa. Vi celebra la storia di Roma antica e, attraverso di essa, la grandezza e bellezza dell’Italia. Ah, l’Italia! Quanto deve il nord padano alle sue radici celtiche e latine? A Parma, Petrarca aveva due orti, e a Selvapiana un frutteto piantato sui dossi della valle dell’Enza. Il pomario messo a dimora nel boscoso altipiano di Selvapiana, sull’Appennino reggiano, era poco lontano da una grande selva: uno dei tanti boschi sacri agli dei antichi, che all’epoca di Petrarca erano ancora intatti. Con i suoi tenebrosi faggi, era dimora di uccelli e animali selvatici, ma anche di spiriti e demoni. Gli spiriti e i demoni delle selve – scrive Piero Camporesi – erano temuti e venerati, perché nel mondo agrario padano era ancora radicato il culto popolare degli alberi.



Musica: New Age music, Celtic nights, Hills of Myst



Dovunque decidesse di metter su casa, Petrarca sceglieva sempre luoghi appartati. Selvapiana, vicino all’antico santuario vegetale dei Celti, era un luogo magico, sopravvissuto ai disboscamenti dei monaci cistercensi e benedettini, impegnati a sradicare con spietati disboscamenti la religione silvestre dei druidi, i sacerdoti celtici.


Negli orti di Parma e nel frutteto di Selvapiana, Petrarca aveva piantato viti, meli, peri, peschi e diceva di godere della vista di “belle e larghe campagne ove sono buoni e grassi pascoli”.


A Parma, dov’era arrivato per la prima volta nel 1341, ospite del signore di Correggio, era stato iniziato ai prelibati salumi, cui sarebbe rimasto fedele sino alla morte.


La lavorazione di salumi e insaccati per cui il territorio di Parma è noto nel mondo, ha origini longobarde. La conservazione della carne per mezzo del sale era tipica dei barbari migranti. Questi, nei lunghi spostamenti a cavallo, erano soliti tenere la carne a scaldare tra le gambe, così da renderla più tenera e frolla. Loro, che avevano la cultura del maiale, nelle vallate dell’Appennino avevano trovato il clima perfetto per la produzione e la stagionatura degli insaccati. E’ stato il vento del nord, dunque, a influire sulle nostre abitudini alimentari, e a separarle da quelle della cosiddetta dieta mediterranea, che in realtà  – spiega Camporesi – ha filiazioni magrebine e  mediorientali. E “Il vento del nord” è il titolo di questa canzone dei Nomadi, gruppo storico emiliano che ha forti radici nel nostro territorio. 



Musica: Nomadi, Il vento del nord




La chiave genetica dell’originario sistema di minestre padano – dice Camporesi – sta nelle pastasciutte fresche che interrompevano la dieta molle delle farinate e dei prodotti dell’orto. Queste pastasciutte erano il punto d’arrivo dei grani teneri coltivati nella pianura, in opposizione ai grani duri che contraddistinguono le paste del sud Italia. Ecco dunque l’orgia di tortelli, tortelloni, tortellini, ravioli, agnolotti, anolini, cappellacci e cappelletti, nelle innumerevoli combinazioni locali che vanno dai turtei mantovani ai caplazz ferraresi (entrambi con la zucca), dagli anolèn parmensi ai turtlèin bolognesi.



Musica: Modena City Ramblers, La mondina



A Parma, Petrarca – racconta ancora Camporesi – aveva assistito anche al prodigio del latte trasformato in solide forme di formaggio. “Conosceva la bravura dei plasmatori di caci, maestri di un’arte collegata a quella della coltivazione degli orti, alla coltura delle erbe e dei fieni. Essi creavano dal latte il formaggio come gli agricoltori, spremendo la terra, ne mungevano i raccolti. Scrutatori dei cicli lunari come gli astrologi, attenti ai venti e alle stagioni come i contadini, geometri naturali di forme tonde, enormi come lune piene, i casari domavano nelle caldaie il liquido riottoso e lo modellavano in sbalorditive ruote commestibili”: le forme di formaggio grana parmigiano-reggiano.


Seguiamo ancora i ragionamenti che Camporesi fa ne Le vie del latte, il libro che abbiamo preso a nostra guida in questo girovagare emiliano-romagnolo. Nei secoli in cui la vita era breve e l’esistenza fragile, il latte, come il sangue, aveva il fascino irresistibile dell’elisir di lunga vita. Per questo le streghe, vecchie megere dalle mammelle rinsecchite e vizze, di notte si calavano dai camini per succhiare latte e sangue.


Base e sostegno dell’esistenza, prezioso sangue reso bianco dalla lenta ebollizione nel tiepido forno del corpo umano o animale, il latte – sostenevano i medici del Seicento – era il liquore vitale che, attinto al seno della nutrice, avrebbe plasmato il carattere del poppante. In quel fluido lunare che sgorgava dal microcosmo femminile, era come inscritta e prefigurata l’immagine del futuro uomo.



Musica: Jan Grabarek & The Hilliard Ensemble, De spineto nata rosa



La virtù del latte di alimentare, accrescere, moltiplicare la vita, aveva fatto sì che i seni delle donne venissero considerati fonti magiche, sorgenti distillatrici di linfe tiepide e dolci, matrici di riproduzione e abbondanza, metafore universali di fertilità per uomini, animali e campi. Ecco come ci ha portato lontano il parlare di formaggio grana… Siamo già alle metafore, ai simboli, alle grandi opposizioni: da un lato l’estinzione e l’annullamento che vengono dal secco, dall’altro la vita che germina nel liquido, nel molle, nel bagnato.


Seguiamo la nostra guida intellettuale, Piero Camporesi, per altre vie, quelle tracciate in un altro suo bellissimo libro, I balsami di Venere: vie che ci portano questa volta in Romagna, sempre seguendo la funzione vitale del latte e la sua simbologia legata alle proprietà femminili. La donna dalle forme burrose, di carne florida, espansa, tondeggiante, era d’altronde l’ideale femminile del Rinascimento. Il canone della bellezza muliebre poggiava sull’idea che il grasso, la ciccia, fossero seducenti, in epoche in cui la fame accumulata nei lunghi e nebbiosi inverni, e ancor più nelle grame e stentate primavere, era una desolante realtà. Alla dispensa vuota si contrapponeva dunque l’ideale della donna grassa. Un cetaceo in decomposizione? Ma no, ascoltiamo l’elogio che ne fa Franco Battiato in questa canzone.



Musica: Battiato, Ecco com’è che va il mondo



Scendiamo dagli Appennini, parmense e reggiano, per tornare sulla via Emilia e raggiungere la Romagna, perché dobbiamo raccontarvi una storia. Ma è tardi, e lo faremo la prossima volta. Arrivederci alla nuova puntata del “Paesaggio dell’anima: un viaggio in regione attraverso la musica”.

Brano corrente

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