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22 Marzo 2012 | Racconti d'autore

Viaggio per l’Italia all’insegna dell’Unità

Di Alfonso Gatto, Interlinea Edizioni, 2011 (prima puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

22 marzo 2012

Il poeta Alfonso Gatto (1909-1976) , in occasione di un viaggio svolto nel 1949 in quattro regioni del nord per conto del quotidiano “L’Unità”, scrisse una trentina di articoli, ora raccolti in volume da Interlinea Edizioni, ispirati alle cronache del Giro d’Italia. Alcuni di questi articoli riguardano paesi e territori dell’Emilia-Romagna: letti oggi, in una situazione socio-economica e politica totalmente diversa, ci appaiono come testi in cui la passione per il “paesaggio umano” si salda con le ragioni ideologiche di quegli anni, ancora influenzate dagli eventi della guerra da poco conclusa.
Alle imprese dei ciclisti si sostituiscono nella cronaca gli incontri lungo il percorso, al posto della sfida tra i campioni sui pedali subentra la partecipazione politica del poeta che anima il giornale del Pci, impegnato in una massiccia opera di propaganda. Compagni di viaggio furono l’autista Guido Fortini e l’operatore Gigi Regi. Della carovana faceva parte anche l’angelo Gavroche, un dipinto donato a Gatto in occasione del viaggio, che diventa personaggio volante e surreale.

L’EMILIA E’ UNA BELLA RAGAZZA CHE SCRIVE LETTERINE D’AMORE

L’Emilia è una ragazza che ci ha sempre scritto lettere d’amore. Fortini non aveva mai avuto tanti appuntamenti sotto le Torri del­l’Orologio. Io gli vado dicendo: «E una bella campagnola, ha le guance rosse le piace correre in bicicletta incipriarsi di polvere».

Fortini è da anni che sente parlare dell’Emilia, l’ha sempre vista di sfuggita tra un viaggio e l’altro. Tutti, ad ogni tappa nel Veneto e nella Lombardia, gli hanno insinuato: «Questo è an­cora nulla, vedrai in Emilia». E lui s’aspetta di vedere finalmen­te la terra promessa. Quando ha letto il messaggio inviatomi dai compagni di Carpi, ha concluso semplicemente in romanesco, com’è suo costume: «Qui ci sanno fare». Potete stare sicuri che questa frase Fortini non la pronuncia mai a cuor leggero, gliel’ho sentita ripetere poche volte, solo quando la festa era perfetta e i bambini non si arrampicavano sulla macchina e i compagni gli organizzavano la vendita dei libri e dei distintivi, indovinandogli persino i pensieri.

Gavroche è andato a trovare Colombi in Federazione e gli ha dichiarato semplicemente: «Voglio si sappia che io non sono un angelo qualunque e che io non mi balocco con le stelline d’argento o con i rami di pesco. Sono un angelo comunista e chiedo d’iscrivermi al Partito, sia pure alla sezione giovanile se è difficile stabilire la mia età. Le ali non mi impediscono di pog­giare i piedi a terra. Guarda: ho una stella rossa in fronte e due stelle rosse fra le mani. Puoi bene disporre che mi si fotografi: d’ora in poi viaggerò sospeso al pennone della macchina. Gatto e la sua compagna mi hanno ritagliato su un bel foglio di latta, mi hanno dipinto di vermiglio i bottoni del vestito, le stelle e le ali. Son vivo e luccicante come un pesce».

Prima di partire, come si conviene, ho voluto intervistare i compagni di carovana. Fortini è stato poeta di poche parole. Ha detto testualmente: «A Comacchio porterò il saluto di Ceruac­chio. A Cento il saluto del vento. A Portomaggiore il saluto dell’amore, a Pavullo il mio cuore fanciullo. A tutti i paesi sen­za rima Cicirinella giungerà per prima». E Regi, solennemente come un ciclista, ha dichiarato: «Quindici tappe e un sol giorno di riposo: questo “Giro dell’Emilia” è lungo e irto di difficoltà, dall’Appennino alle valli salate, dalla Romagna di nuovo sino ai confini della Lombardia. Partiremo con l’ultima estate e ritor­neremo ai primi freddi dell’autunno. Tanti saluti alla mamma». Gavroche se l’è sbrigata con una cantatina, sull’aria del Barbie­re di Siviglia. S’è messo a canticchiare: «Giro di qua, giro di là – sono un ragazzo di qualità. – Porto le ali – vendo i giornali – suono le trombe sulla città. – Sopra Guastalla – gioco alla palla. – Sopra Cesena – all’altalena…».

Con questi propositi in versi e in prosa, oggi la carovana scenderà in terra d’Emilia. Quanto a me, io invito le trecciaie di Carpi a intrecciar danze nella piazza della nostra festa, i compa­gni di Cento a organizzare una delle loro celebri corse al trotto fra tutti gli strilloni de “l’Unità”, gli isolani di Portomaggiore a illuminare a giorno i loro canali, i pescatori e i salinari di Co­macchio a scivolare coi loro barchetti neri attraverso valli e val­lette sino alla torre dell’orologio che sarà il faro della nostra do­menica, i cittadini di Cesena a dar battaglia a tutti i papalini co­me già fecero i loro antenati nella gloriosa giornata di Monte nel 1832,27 chiamando in aiuto anche i vicini di Lugo, i bolognesi di Budrio e di Minerbio ad aprire le porte della loro celebre co­lombaia a tutte le colombe della pace perché volino sempre più lontano al di là dell’oceano. A Pavullo e a Villa Mínozzo ri­spondano i canti partigiani dell’Appennino sino a Scandiano, a Reggio, a Guastalla.

Ritorneremo sulla strada di casa verso Fidenza e nella città dove i comuni italiani giurarono i patti della Seconda Lega Lombarda, anche noi giureremo parole di lotta e di libertà. Quanto a Bobbio, che è stata dei sardi, dei liguri, dei pavesi e che sembra oggi definitivamente affidata ai piacentini, siamo convinti che si addica all’Emilia e al nostro viaggio.

Una festa a Bobbio ci sta bene, così come è giusto che a Ca­stel San Giovanni, il paese dell’uva, dei bottoni e degli scialli, si srotolino gli ultimi metri del nostro viaggio. I compagni ci at­tacchino pure tutti i bottoni che vogliono, ma chiudano degna­mente il nostro giro di feste. Sarà una vendemmia di applausi.

CON L’INNO DI GARIBALDI NASCE UN BAMBINO IN PALUDE

RAVENNA, 12. – Ce ne è voluto, a staccarsi da Carpi. Fortini, fi­nalmente, ha avuto una donna. Era da giorni che andava gri­dando: «Datemi una donna, datemi una donna». I compagni di Carpi gli hanno messo tra le braccia una donna di bronzo, mo­dellata dallo scultore Baraldi.

«Scriverò anche questa avventura nelle mie memorie», ha detto con bella semplicità e con la sua abituale faccia tosta il nostro eroe.

Un’ora dopo il cielo era sgombro da ogni minaccia e il comi­zio è andato benissimo, nonostante tutte le avversità avessero im­pedito ai compagni ed agli amici dei paesi vicini di raggiungerci.

Cento è un po’ la pecora nera dell’Emilia, ma noi le abbiamo strigliato il pelo come si conveniva. Abbiamo parlato a molti ne­mici ed a molti avversari presenti, i quali sono rimasti sino a tar­da notte a vedere il film. Tanto meglio. Sono seguite due gior­nate movimentate sullo sfondo del più drammatico e del più dolce paesaggio che abbia l’Italia.

Ma il nostro dovere di cronisti ci impone, prima, di parlare di Portomaggiore e della bella festa che sabato vi abbiamo te­nuto a battesimo. Non fosse altro che per quel palco alto quasi otto metri, dal quale abbiamo parlato, arrampicandoci per rag­giungerlo su una scala da pompieri che dava le vertigini. Per me è stata una vera e propria ascensione di sesto grado. Ma, una volta lassù, che spettacolo!

La piazza era illuminata a giorno e i compagni davano gli ul­timi ritocchi ai padiglioni, agli spacci, al parcheggio del ballo: segavano, inchiodavano, davano di mano ai pennelli: c’era lavo­ro per tutti, per gli uomini, per le donne, per i bambini. E la fol­la, che si andava raccogliendo da tutti i paesi che punteggiavano la notte di lumi, guardava con fiducia il cielo stellato rimesso a nuovo dal fresco e dal sereno.

Robustini, il giovanissimo segretario, e Nino Beltrami, nero e barbuto come un marinaio, erano finalmente tranquilli e rin­graziavano la carovana di aver dato alla festa della domenica una vigilia così ricca di promesse.

Da Runco, da Voghenza, da Voghiera, da tutti i paesi che in­nalzano sulla vasta pianura fasci e fasci di canapa avvicinati in­sieme come tende di un accampamento, erano venuti i brac­cianti che avevano lavorato per tutto il giorno alla dura fatica dei maceri. Eravamo in uno dei paesi più distrutti dalla guerra, dove l’acqua che stagna e si ammala nei canali è ancora un mi­raggio alla sete degli abitanti, che sono costretti a comprarla al­la ferrovia o ad attingerla coi pozzi artesiani in fondo alla terra. La tubercolosi miete vittime tra i bambini, le donne e gli uomi­ni piegati per tutta la stagione in un lavoro durissimo. Parlava­mo a questi amici, a questi compagni, anche alla colonia dei sa­ragattiani, che quaggiù vantano qualche successo.

La domenica era dedicata a Comacchio. Nella bella mattina siamo partiti verso Ostellato e verso l’ampio orizzonte delle val­li salate, ove anche il cielo sembra solo, affacciato sullo specchio immobile delle acque.

Comacchio vuole dire povertà, vuol dire sete, abbandono. Nella vecchia cittadina che ha addosso il viscido e il colore del­la laguna, il tenente dei carabinieri Caroppo, che è famoso qua­si quanto il maresciallo Cau,28 aveva già pronto in mano il suo verboten e gli stessi compagni, purtroppo, non avevano da mo­strarci altro che la loro stessa rassegnazione. Che ci restava da fare, nella domenica, se non andare in cerca di qualche nostra festa, o là dove i compagni, anziché lasciarci andare, si sarebbe­ro prodigati invece a trattenerci?

Siamo andati a trovare Garibaldi, a Porto Garibaldi, dove il vecchio cippo è rimasto ancora a ricordarlo sulla spiaggia ingombra di macerie e di sbarramenti anticarro. Addentrandoci poi nella strada che, tagliando canali e canali, porta a Ravenna, la fortuna doveva portarci ad incontrare compagni che restano sempre soli. Alla Cantoniera vi sono poche case di legno, un pontone che viaggia da una sponda all’altra. I pochi abitanti erano raccolti davanti alla porta di un’abitazione poco più gran­de di una garitta. «Sta per nascere un bambino – ci hanno det­to – forse è già nato». Fortini ha preparato il disco, ha alzato il pennone, Gavroche ha spiegato le ali. Tutti eravamo in silenzio: si vedeva in lontananza la casa dove morì Anita29 e le pinete correre nel cielo. Un vagito è risuonato, il pianto del bambino che si affacciava alla vita in quella capanna solitaria. È risuona­to l’inno di Garibaldi. E il padre, dopo qualche tempo, affac­ciandosi alla porta insieme con la levatrice che aveva il pupo tra le braccia, ha detto: «Lo chiamerò Garibaldi».

Siamo rimasti sino a notte con quelle poche decine di compa­gni. Abbiamo suonato tutti i nostri dischi, abbiamo fatto il cine­matografo. E la nuova mamma, dal suo letto, attraverso la finestra aperta, guardava anche lei sul piccolo schermo. Proiettato 14 lu­glio,30 la dove si vede un paese del Sud con un pontone che attra­versa il fiume da una sponda all’altra. «Anche laggiù stanno come noi – diceva un vecchio – non hanno nemmeno un ponte».

Così sotto la notte stellata, in quel silenzio ove il bambino appena nato si era raccolto nel braccio della mamma addor­mentata, eravamo veramente pionieri di una terra leggendaria, di una umanità nuova, Bret Harte, il vecchio scrittore del Far West, era con noi, con le mani ficcate nelle tasche, e rideva?’

Brano corrente

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