22 marzo 2012
Il poeta Alfonso Gatto (1909-1976) , in occasione di un viaggio svolto nel 1949 in quattro regioni del nord per conto del quotidiano “L’Unità”, scrisse una trentina di articoli, ora raccolti in volume da Interlinea Edizioni, ispirati alle cronache del Giro d’Italia. Alcuni di questi articoli riguardano paesi e territori dell’Emilia-Romagna: letti oggi, in una situazione socio-economica e politica totalmente diversa, ci appaiono come testi in cui la passione per il “paesaggio umano” si salda con le ragioni ideologiche di quegli anni, ancora influenzate dagli eventi della guerra da poco conclusa.
Alle imprese dei ciclisti si sostituiscono nella cronaca gli incontri lungo il percorso, al posto della sfida tra i campioni sui pedali subentra la partecipazione politica del poeta che anima il giornale del Pci, impegnato in una massiccia opera di propaganda. Compagni di viaggio furono l’autista Guido Fortini e l’operatore Gigi Regi. Della carovana faceva parte anche l’angelo Gavroche, un dipinto donato a Gatto in occasione del viaggio, che diventa personaggio volante e surreale.
L’EMILIA E’ UNA BELLA RAGAZZA CHE SCRIVE LETTERINE D’AMORE
L’Emilia è una ragazza che ci ha sempre scritto lettere d’amore. Fortini non aveva mai avuto tanti appuntamenti sotto le Torri dell’Orologio. Io gli vado dicendo: «E una bella campagnola, ha le guance rosse le piace correre in bicicletta incipriarsi di polvere».
Fortini è da anni che sente parlare dell’Emilia, l’ha sempre vista di sfuggita tra un viaggio e l’altro. Tutti, ad ogni tappa nel Veneto e nella Lombardia, gli hanno insinuato: «Questo è ancora nulla, vedrai in Emilia». E lui s’aspetta di vedere finalmente la terra promessa. Quando ha letto il messaggio inviatomi dai compagni di Carpi, ha concluso semplicemente in romanesco, com’è suo costume: «Qui ci sanno fare». Potete stare sicuri che questa frase Fortini non la pronuncia mai a cuor leggero, gliel’ho sentita ripetere poche volte, solo quando la festa era perfetta e i bambini non si arrampicavano sulla macchina e i compagni gli organizzavano la vendita dei libri e dei distintivi, indovinandogli persino i pensieri.
Gavroche è andato a trovare Colombi in Federazione e gli ha dichiarato semplicemente: «Voglio si sappia che io non sono un angelo qualunque e che io non mi balocco con le stelline d’argento o con i rami di pesco. Sono un angelo comunista e chiedo d’iscrivermi al Partito, sia pure alla sezione giovanile se è difficile stabilire la mia età. Le ali non mi impediscono di poggiare i piedi a terra. Guarda: ho una stella rossa in fronte e due stelle rosse fra le mani. Puoi bene disporre che mi si fotografi: d’ora in poi viaggerò sospeso al pennone della macchina. Gatto e la sua compagna mi hanno ritagliato su un bel foglio di latta, mi hanno dipinto di vermiglio i bottoni del vestito, le stelle e le ali. Son vivo e luccicante come un pesce».
Prima di partire, come si conviene, ho voluto intervistare i compagni di carovana. Fortini è stato poeta di poche parole. Ha detto testualmente: «A Comacchio porterò il saluto di Ceruacchio. A Cento il saluto del vento. A Portomaggiore il saluto dell’amore, a Pavullo il mio cuore fanciullo. A tutti i paesi senza rima Cicirinella giungerà per prima». E Regi, solennemente come un ciclista, ha dichiarato: «Quindici tappe e un sol giorno di riposo: questo “Giro dell’Emilia” è lungo e irto di difficoltà, dall’Appennino alle valli salate, dalla Romagna di nuovo sino ai confini della Lombardia. Partiremo con l’ultima estate e ritorneremo ai primi freddi dell’autunno. Tanti saluti alla mamma». Gavroche se l’è sbrigata con una cantatina, sull’aria del Barbiere di Siviglia. S’è messo a canticchiare: «Giro di qua, giro di là – sono un ragazzo di qualità. – Porto le ali – vendo i giornali – suono le trombe sulla città. – Sopra Guastalla – gioco alla palla. – Sopra Cesena – all’altalena…».
Con questi propositi in versi e in prosa, oggi la carovana scenderà in terra d’Emilia. Quanto a me, io invito le trecciaie di Carpi a intrecciar danze nella piazza della nostra festa, i compagni di Cento a organizzare una delle loro celebri corse al trotto fra tutti gli strilloni de “l’Unità”, gli isolani di Portomaggiore a illuminare a giorno i loro canali, i pescatori e i salinari di Comacchio a scivolare coi loro barchetti neri attraverso valli e vallette sino alla torre dell’orologio che sarà il faro della nostra domenica, i cittadini di Cesena a dar battaglia a tutti i papalini come già fecero i loro antenati nella gloriosa giornata di Monte nel 1832,27 chiamando in aiuto anche i vicini di Lugo, i bolognesi di Budrio e di Minerbio ad aprire le porte della loro celebre colombaia a tutte le colombe della pace perché volino sempre più lontano al di là dell’oceano. A Pavullo e a Villa Mínozzo rispondano i canti partigiani dell’Appennino sino a Scandiano, a Reggio, a Guastalla.
Ritorneremo sulla strada di casa verso Fidenza e nella città dove i comuni italiani giurarono i patti della Seconda Lega Lombarda, anche noi giureremo parole di lotta e di libertà. Quanto a Bobbio, che è stata dei sardi, dei liguri, dei pavesi e che sembra oggi definitivamente affidata ai piacentini, siamo convinti che si addica all’Emilia e al nostro viaggio.
Una festa a Bobbio ci sta bene, così come è giusto che a Castel San Giovanni, il paese dell’uva, dei bottoni e degli scialli, si srotolino gli ultimi metri del nostro viaggio. I compagni ci attacchino pure tutti i bottoni che vogliono, ma chiudano degnamente il nostro giro di feste. Sarà una vendemmia di applausi.
CON L’INNO DI GARIBALDI NASCE UN BAMBINO IN PALUDE
RAVENNA, 12. – Ce ne è voluto, a staccarsi da Carpi. Fortini, finalmente, ha avuto una donna. Era da giorni che andava gridando: «Datemi una donna, datemi una donna». I compagni di Carpi gli hanno messo tra le braccia una donna di bronzo, modellata dallo scultore Baraldi.
«Scriverò anche questa avventura nelle mie memorie», ha detto con bella semplicità e con la sua abituale faccia tosta il nostro eroe.
Un’ora dopo il cielo era sgombro da ogni minaccia e il comizio è andato benissimo, nonostante tutte le avversità avessero impedito ai compagni ed agli amici dei paesi vicini di raggiungerci.
Cento è un po’ la pecora nera dell’Emilia, ma noi le abbiamo strigliato il pelo come si conveniva. Abbiamo parlato a molti nemici ed a molti avversari presenti, i quali sono rimasti sino a tarda notte a vedere il film. Tanto meglio. Sono seguite due giornate movimentate sullo sfondo del più drammatico e del più dolce paesaggio che abbia l’Italia.
Ma il nostro dovere di cronisti ci impone, prima, di parlare di Portomaggiore e della bella festa che sabato vi abbiamo tenuto a battesimo. Non fosse altro che per quel palco alto quasi otto metri, dal quale abbiamo parlato, arrampicandoci per raggiungerlo su una scala da pompieri che dava le vertigini. Per me è stata una vera e propria ascensione di sesto grado. Ma, una volta lassù, che spettacolo!
La piazza era illuminata a giorno e i compagni davano gli ultimi ritocchi ai padiglioni, agli spacci, al parcheggio del ballo: segavano, inchiodavano, davano di mano ai pennelli: c’era lavoro per tutti, per gli uomini, per le donne, per i bambini. E la folla, che si andava raccogliendo da tutti i paesi che punteggiavano la notte di lumi, guardava con fiducia il cielo stellato rimesso a nuovo dal fresco e dal sereno.
Robustini, il giovanissimo segretario, e Nino Beltrami, nero e barbuto come un marinaio, erano finalmente tranquilli e ringraziavano la carovana di aver dato alla festa della domenica una vigilia così ricca di promesse.
Da Runco, da Voghenza, da Voghiera, da tutti i paesi che innalzano sulla vasta pianura fasci e fasci di canapa avvicinati insieme come tende di un accampamento, erano venuti i braccianti che avevano lavorato per tutto il giorno alla dura fatica dei maceri. Eravamo in uno dei paesi più distrutti dalla guerra, dove l’acqua che stagna e si ammala nei canali è ancora un miraggio alla sete degli abitanti, che sono costretti a comprarla alla ferrovia o ad attingerla coi pozzi artesiani in fondo alla terra. La tubercolosi miete vittime tra i bambini, le donne e gli uomini piegati per tutta la stagione in un lavoro durissimo. Parlavamo a questi amici, a questi compagni, anche alla colonia dei saragattiani, che quaggiù vantano qualche successo.
La domenica era dedicata a Comacchio. Nella bella mattina siamo partiti verso Ostellato e verso l’ampio orizzonte delle valli salate, ove anche il cielo sembra solo, affacciato sullo specchio immobile delle acque.
Comacchio vuole dire povertà, vuol dire sete, abbandono. Nella vecchia cittadina che ha addosso il viscido e il colore della laguna, il tenente dei carabinieri Caroppo, che è famoso quasi quanto il maresciallo Cau,28 aveva già pronto in mano il suo verboten e gli stessi compagni, purtroppo, non avevano da mostrarci altro che la loro stessa rassegnazione. Che ci restava da fare, nella domenica, se non andare in cerca di qualche nostra festa, o là dove i compagni, anziché lasciarci andare, si sarebbero prodigati invece a trattenerci?
Siamo andati a trovare Garibaldi, a Porto Garibaldi, dove il vecchio cippo è rimasto ancora a ricordarlo sulla spiaggia ingombra di macerie e di sbarramenti anticarro. Addentrandoci poi nella strada che, tagliando canali e canali, porta a Ravenna, la fortuna doveva portarci ad incontrare compagni che restano sempre soli. Alla Cantoniera vi sono poche case di legno, un pontone che viaggia da una sponda all’altra. I pochi abitanti erano raccolti davanti alla porta di un’abitazione poco più grande di una garitta. «Sta per nascere un bambino – ci hanno detto – forse è già nato». Fortini ha preparato il disco, ha alzato il pennone, Gavroche ha spiegato le ali. Tutti eravamo in silenzio: si vedeva in lontananza la casa dove morì Anita29 e le pinete correre nel cielo. Un vagito è risuonato, il pianto del bambino che si affacciava alla vita in quella capanna solitaria. È risuonato l’inno di Garibaldi. E il padre, dopo qualche tempo, affacciandosi alla porta insieme con la levatrice che aveva il pupo tra le braccia, ha detto: «Lo chiamerò Garibaldi».
Siamo rimasti sino a notte con quelle poche decine di compagni. Abbiamo suonato tutti i nostri dischi, abbiamo fatto il cinematografo. E la nuova mamma, dal suo letto, attraverso la finestra aperta, guardava anche lei sul piccolo schermo. Proiettato 14 luglio,30 la dove si vede un paese del Sud con un pontone che attraversa il fiume da una sponda all’altra. «Anche laggiù stanno come noi – diceva un vecchio – non hanno nemmeno un ponte».
Così sotto la notte stellata, in quel silenzio ove il bambino appena nato si era raccolto nel braccio della mamma addormentata, eravamo veramente pionieri di una terra leggendaria, di una umanità nuova, Bret Harte, il vecchio scrittore del Far West, era con noi, con le mani ficcate nelle tasche, e rideva?’