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16 Gennaio 2007 | Paesaggio dell'anima

N°43-UNA CITTA’, UNA STORIA

Praga Magica. Terza puntata.

Cari amici, siamo di nuovo a Praga, alla ricerca di quello che non vedono o non cercano i turisti, sospinti dall’immaginazione letteraria della nostra guida, lo scrittore italiano Angelo Maria Ripellino, autore di “Praga magica”, uno degli atti d’amore più belli verso la città.


Vogliamo, per esempio, inseguire la Praga ebraica, entrando nell’antico ghetto di Staré Mesto, la Città Vecchia, dove si avverte in modo particolare il fascino misterioso della capitale boema. Praga era una sorta di Gerusalemme dell’Europa centrale, il centro ebraico più importante, con un ghetto che già nel Duecento era autonomo dal punto di vista amministrativ una città nella città. La Staronova synagoga, la vecchia sinagoga, fu costruita nel 1273 e da allora gli ebrei subirono sulla propria pelle le vicende della storia. Vi furono periodici pogrom che terminavano con l’incendio delle loro case, ma anche tolleranza e accettazione, come nel 1850, quando la città ebraica entrò ufficialmente a far parte dell’amministrazione praghese, chiamandosi Josefov, dal nome dell’imperatore Giuseppe II che aveva attenuato le discriminazioni razziali. Ma già a partire dal 1893 molte famiglie israelite cominciarono a uscire da Josefov, come quella di Kafka che andò ad abitare nei condomini dell’amministrazione imperial-regia, o come i ricchi commercianti diretti verso i quartieri della buona borghesia urbana. Nel ghetto rimasero gli ebrei ortodossi e i più poveri, spazzati poi via dai nazisti, così che oggi Josefov conserva dell’antica atmosfera solo sparuti ricordi, alcune sinagoghe, il municipio, diversi tesori d’arte e il vecchio cimitero. Qui, affastellate su un terreno sconnesso, in un ambiente fiabesco dove il bosco si insinua tra lapidi di arenaria, calcare e marmo, restano circa 11mila sepolture. Il Bet Hayyim – in ebraico, Casa dei viventi – fu usato dal 1439 al 1787, quando Giuseppe II pose fine all’affollamento. Sulle lapidi appaiono i simboli dello stato sociale dei defunti, come le mani benedicenti per i sacerdoti, un paio di forbici per il sarto, una pinzetta per il medico, un’arpa per il liutaio, un libro per lo stampatore.


Tra le tombe dei personaggi di rilievo, spicca quella del rabbino Jehuda ben Bezalel, morto nel 1609 e soprannominato Rabbi Löw. A lui è legata la leggenda praghese del Golem, radicata nella cultura ebraica e ripresa, in epoca romantica, dagli scrittori cechi. Cos’è un Golem? Un uomo artificiale, d’argilla: letteralmente, dall’ebraico golem, un rudimento, un embrione, un grumo informe. Nel Talmud, una donna che non abbia ancora concepito, una brocca non ancora levigata, sono golem. La leggenda racconta che questo fantoccio d’argilla sarebbe stato animato da Rabbi Löw scrivendogli sulla fronte la parola emet (verità). Quando gli fosse stata cancellata la lettera e e fosse rimasto met (morte), il Golem si sarebbe dissolto. Il suo ruolo di servo sciocco, di automa, di robot – di cui fu il precursore (robot è un’altra parola ceca) – fu pensato dagli scrittori anche in positivo. La leggenda gli attribuì il potere di difendere gli ebrei dalle persecuzioni.


Ma torniamo all’oggi, perché prima o poi dovremo congedarci da Praga magica. Se cercate un po’ di verde tra le architetture urbane, fate una passeggiata nel parco dell’Isola di Kampa , cui si accede tramite una scalinata dal Ponte Carlo, o sulle colline Petriny , dalla parte di Mala Strana, da cui si gode uno splendido panorama. Nei 115 ettari dell’ex riserva reale di caccia di Stromovka , il parco più grande di Praga, c’è invece il complesso espositivo di Vystaviste , dove potete assistere agli zampilli multicolori della fontana musicale di Krizik che danno vita a spettacoli di acqua danzante a ritmo di musica classica o rock.


Ma per afferrare il vero spirito praghese è d’obbligo una sosta nelle birrerie che si trovano ad ogni angolo di strada. La birra, qui, è quasi una religione che non si cambia e non si tradisce. Dalla Plzensky Prazdroj alla Budvar, ognuno ha la sua preferita e va a consumarla nella sua «pivnice» abituale.


Ci sarebbero ancora tante cose da dire. Praga è così letteraria, così carica di ricordi, che non è facile abituarsi al tran tran turistico di una normale capitale europea. Bisognerebbe percorrerla conoscendo le sue leggende, seguendo gli itinerari dei poeti e degli scrittori che l’hanno amata, imparare un po’ la faticosa lingua dei suoi abitanti. E allora, tornando a casa la notte, potrebbe capitare di sedersi sul ponte Carlo, finalmente deserto, e ascoltare leggende di fantasmi e di vodnici, gli omini acquatici che vegliano su Praga dal fiume Vltava, per ritrovare nell’oscurità silenziosa la magia di un tempo.


Vogliamo salutarvi con l’immagine della nostra cara, vecchia Praga barocca sotto una coltre di neve. Praga e la neve: un tema frequente negli scrittori praghesi. E’ immerso nella neve il Castello di Kafka, come un paesaggio invernale di Bruegel. L’Agrimensore chiede a Pepi: “Fra quanto tempo sarà primavera?” – “Primavera? – ripeté Pepi. L’inverno è lungo da noi, molto lungo e monotono, però non ce ne lamentiamo, contro l’inverno siamo ben protetti; un bel giorno la primavera verrà, e anche l’estate, non c’è fretta. Ma nel ricordo primavera ed estate sembrano tanto brevi, poco più di due giorni, e anche in quelle stagioni, pur con un tempo splendido, cade qualche volta la neve”.


La neve, dunque: quella che ritorna ossessiva nelle liriche di Jirí Orten, poeta ebreo di lingua ceca, travolto e ucciso da un’autoambulanza tedesca sul lungofiume di Praga nel giorno del suo 22° compleanno, il 30 agosto 1941. Una colata di neve si posa “come una pezza fredda sulla città indolenzita”. “Palpavo la neve, era fredda e riscaldava il mio palmo / la bella, la bella neve, la mia prediletta…”.


Non sappiamo se nevicherà, questo Natale, a Praga. Forse sì: “Un nevicare paziente / in noi si scioglie sommesso”… E tanto ci basta. Arrivederci, Praga!

Brano corrente

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