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11 Marzo 2008 | Paesaggio dell'anima

Cavalli pazzi delle pianure

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Mascia Foschi

11 marzo 2008

Musica. Of Montreal: I was a landscape in your dream.

“Io ero un paesaggio nel tuo sogno”: c’è titolo più bello per una canzone? Bellezza di una frase che vale più della completezza della pagina: e proprio così, destrutturata e distratta, è la musica degli Of Montreal, band americana che infila gli aforismi del leader Kevin Barnes in un sound che ti alza da terra, ti fa levitare, interrompendo la legge di gravità per lo spazio di una canzone.

Cari amici, la prossima puntata della nostra trasmissione sarà la numero 100. Tante sono infatti le settimane di vita della nostra radio, che si presenterà – allo scoccare del secondo anno di attività – con una nuova veste e una nuova organizzazione delle rubriche. Rinnoviamo l’impegno a diffondere nel mondo qualche segno della nostra regione – una delle più avanzate d’Europa – affinché possa essere scambiato con i segnali, le energie, le novità delle altre parti del pianeta. Sulla rete viaggiano parole, immagini, visioni, suoni, pensieri: noi non facciamo che raccogliere quelli prodotti nel nostro piccolo territorio chiamato Emilia-Romagna, e li mescoliamo con il grande frullato universale, li immettiamo nel mainstream, nel flusso ininterrotto di segni, bit, informazioni, sperando che qualcosa rimanga, qualcosa si salvi e arrivi a qualcuno che è come noi – lontano ma vicino a noi, simile a noi.

Ci sentiamo, insomma, un po’ come indiani che mandano segnali di fumo. Indiani padani, che era poi il nome di un gruppo rock attivo da queste parti agli inizi degli anni Novanta. Ed è anche la filosofia “selvatica”, da cavallo pazzo delle pianure, del rocker di Correggio Luciano Ligabue, che ascoltiamo in una nota canzone di Fabrizio De Andrè, dedicata alla memoria degli indiani Cheyenne massacrati sul fiume Sand Creek.

Musica. Luciano Ligabue: Fiume Sand Creek (cover di Fabrizio De Andrè).

Era l’alba del 29 novembre 1864, sulla sponda di un torrente del Colorado. “Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura / sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura”. Sono stati sorpresi nel sonno, gli indiani, con i fuochi ancora accesi nelle tende, quando il loro sogno di Cheyenne era solo quello di cacciare i bisonti nelle grandi praterie. Invece arrivarono le “giacche blu”del colonnello Chivington e li sterminarono tutti, donne e bambini compresi.

Sulla sponda del Sand Creek ci sono tutti gli inermi della terra, per i quali parteggiamo. Sulla sponda del fiume Sand Creek “c’è un dolore che sembra riguardare soprattutto l’occidente: la spaccatura micidiale fra noi e l’anima del mondo, quell’energia intuita e sempre tradita, che ci tiene vivi.
Questa ‘anima del mondo’, questo pezzo di brace cosmica che brucia nella terra e in ognuno di noi”, è la forza della poesia. Sono le parole di Mariangela Gualtieri, poetessa di Cesena e anima del Teatro della Valdoca, in questi giorni in scena alla Soffitta di Bologna. Il Teatro della Valdoca fa spettacoli bellissimi, con le immagini avvolgenti di Cesare Ronconi e le parole strazianti, in fiamme, della Gualtieri. Gli attori acquistano peso, sostanza, attraverso la parola. Ma ascoltiamo una poesia di Mariangela Gualtieri messa in musica dal gruppo romagnolo dei Bevano Est, che già diverse volte vi abbiamo proposto. L’album si chiama “Corone” ed è del 1998.

Musica. Bevano Est: Corone – Liun.

I nostri spettacoli, dice Mariangela Gualtieri, sono un “atto di resistenza contro la Signoria Attuale. Che (…) è la “forza che tenta di fare di noi un ovile muto, di deprimere la nostra vivezza, di metterci sulla schiena pesi schiaccianti. Ci guardiamo intorno e scorgiamo ovunque segni invasivi di questa forza indebolente. Pochi chilometri più in là la vediamo all’opera coi suoi morti ammazzati e bombardati. Ecco, ci muove una voglia d’esortazione, una paura, una pietà. Soprattutto la voglia di tenerci ben desti, di pronunciare parole troppo taciute, di cantare e ballare con la potenza disarmata dei bambini”.

Per difendere i deboli dalle ingiustizie Alexandre Dumas si è inventato “Il Tulipano Nero”, diventato poi film con Alain Delon e oggi titolo del brano che vi facciamo ascoltare del Quartetto Magritte, formazione bolognese nata nel 1997 ad opera di Maurizio Minardi e bravissima a mescolare il colto e il popolare, il jazz e il barocco, il minimalismo e il tango. Vi lasciamo a “Il Tulipano Nero” , mentre pensiamo all’eroe mascherato che fa piazza pulita delle ingiustizie del mondo. Ma ha ragione la Gualtieri a dire basta alle parole funebri che ci ossessionano ogni sera dai telegiornali. Basta con il fotografare “l’ira, la nostra faccia lurida, la nostra miseria umana sempre sbattuta in primo piano”. Dateci parole luminose, senza retorica e miele, capaci di immergersi nei temi più misteriosi. “Ora l’impresa più alta e rischiosa è parlare della gioia, pronunciare la parola amore. Ritrarre la bellezza del mondo”. Insomma, vogliamo un po’ di tango e un po’ di habanera.

Musica. Quartetto Magritte: Tulipano Nero.

Cari ascoltatori, in queste cento puntate abbiamo viaggiato nella nostra regione e là dove ci hanno portato le nostre divagazioni, senza esaurire minimamente le potenzialità del viaggio, che sono infinite. Anche se viene da chiedersi che senso abbia viaggiare, nell’epoca in cui chiamiamo “navigare” lo stare seduti per ore davanti a un computer. Il viaggio più bello – ha detto qualcuno – è che quello che si fa intorno alle pareti della propria stanza. Ma il nostro è certamente un viaggio che guarda alla dimensione spirituale, di conoscenza interiore, che ha a che fare con la bellezza. Nel viaggio non si cercano, forse, immagini di bellezza – anche se l’impulso del turismo di massa è quello di realizzare sogni nati per lo più davanti alla tv e che finiscono con lo scadere nel kitsch? L’unico viaggio possibile è dove gli spazi si raccontano, sanno raccontarsi. Dove il paesaggio è sogno, e il sogno dispiega paesaggi meravigliosi. Ricordate la canzone d’inizio? I was a landscape in your dream. Io ero un paesaggio nel tuo sogno.

Allora chiudete gli occhi, sgombrate la mente, anche se siete in ufficio a Cesena, in autobus a Bologna o per le strade di Parma, e ascoltate questi delicati arpeggi di chitarra. Dove siamo, che giorno è? Potenza dell’immaginazione: è un “paesaggio cubano con pioggia” quello che ci si dispiega davanti agli occhi. E noi, siamo sempre sulla linea di fuga. Arrivederci alla prossima tappa del viaggio.

Musica. Los Angeles Guitar Quartet: Cuban landscape with rain (di Leo Brouwer).

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