Musica. Francesco Guccini: Le piogge d’aprile.
“Ma dove sono andate quelle piogge d’aprile / che in mezz’ora lavavano un’anima o una strada (…) / ma dove quelle piogge in primavera / quando dormivi supina / e se ti svegliavo ridevi? (…) / ma dove quelle estati senza fine / solo colore verde di ramarri / ma dove quelle stagioni smisurate?”. Cari ascoltatori, dove sono andate le piogge di primavera che Francesco Guccini ricorda nella sua canzone? E quelle stagioni smisurate, che sembrano non aver fine quando contengono l’infanzia e l’adolescenza, e poi invece ci consegnano tutti al passare dei giorni, alla fine delle ere? La scorsa puntata, la numero 100 della nostra trasmissione, abbiamo fatto una sosta, riproponendovi una tappa passata. Ora ripartiamo. Il viaggio di oggi ci porta indietro nel tempo, alla ricerca delle piogge perdute di primavera.
E così, scopriamo che noi uomini moderni veniamo dalla fame, dalla lebbra, dall’impostura, dalle superstizioni, da allucinazioni diaboliche, da un mondo di vagabondi e saltimbanchi, e di odori feroci; veniamo dal putridume della carne, dalla materia sfatta, dal sapore del latte, dalle foreste incontaminate, da simboli che oggi non hanno più significato per noi. E viviamo aspettando ogni giorno il miracolo – come canta Leonard Cohen. Il miracolo dell’amore.
Musica. Leonard Cohen: Waiting for miracle.
Cosa vedremmo, se una macchina del tempo ci riportasse alle epoche passate, al fastoso e carnale Cinquecento, al fosco e mortuario barocco o al lezioso e viperino Settecento? Camporesi ci ricorda che a quei tempi si vedeva la morte per strada. La morte sopraggiungeva solitaria durante il cammino, dopo il ricovero negli ospedali dei pellegrini. “Dopo il decesso, i vagabondi venivano inumati nei cimiteri riservati ai ‘poveri forestieri’, di solito posti fuori dalle mura urbane, non molto lontane dalle catapecchie nelle quali trovava precario alloggio la gente non protetta, gli uomini dagli incerti mestieri, gli esclusi dalle corporazioni, i marginali e i reietti”. Liberiamo la mente dall’Arcadia, dall’idillio: il mondo premoderno assomigliava all’India dei nostri giorni, o a un’immensa favela. Miseria ovunque, sporcizia, fogne pestilenziali che scorrono a cielo aperto tra il marciapiede e le case, minuscole botteghe traboccanti di merci, uomini accovacciati sui marciapiedi che improvvisano i più improbabili mestieri.
Ovunque in India si avverte la presenza della morte con i suoi colori e con il suo odore: un sentore di polvere, di spezie e di decomposizione. Così doveva essere il mondo antico, dove la terra era svelta – molto meglio di un inceneritore di rifiuti – a inghiottire i cadaveri dei pellegrini e i resti di gente inutile: “pezzenti senza fissa dimora, mendicanti di campagna o cantastorie falliti, ciechi suonatori ambulanti, giocolieri, acrobati, questuanti con cani ammaestrati, stagionali in cerca di lavoro, soldati disertori o sbandati, furfanti da trivio o romiti penitenti”.
Musica. Fulvio Redeghieri: Jenny.
Abbandoniamoci a questo magnifico pezzo del bolognese Quartetto Magritte prima di porci la fatale domanda: se il corpo è morto in tale sordidezza, squallore, solitudine, l’anima salirà in paradiso o andrà all’inferno?
Musica. Quartetto Magritte: Mare d’Aral
E se invece l’inferno fosse vuoto? “Esiste, ma potrebbe anche esser vuoto”, diceva uno dei maggiori teologi contemporanei, Hans Urs von Balthasar. Vuoto come in fondo lo pensava Origene, che sognava la liberazione finale di tutti i dannati: un’amnistia generale, valida anche per Satana e i diavoli. Vuoto, aggiunge Camporesi, “come una città perduta o un villaggio abbandonato, (…) come una qualunque città del ferragosto italiano”. Oppure un “non luogo”, come sostiene Giorgio Manganelli, senza frontiere e senza confini, “espanso a macchia d’olio come l’incubo di una megalopoli giapponese o messicana”.
Diamanda Galas: The Desert – part 2 (Da “Defixiones, Will and Testament”)
L’inferno è ovunque e da nessuna parte? Riprenderemo l’argomento la prossima volta.
Musica. Leo Ferrè: Les Bijoux (dal poema di Charles Baudelaire).