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6 Dicembre 2008 | Paesaggio dell'anima

Diario cileno-emiliano

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

6 dicembre 2008

Musica. Gustavo Santaolalla: Atacama (dal tema di Amores Perros).

 

Eccoci di nuovo in Cile, cari ascoltatori, a seguire un pensiero di migrazione: il percorso straniante dei contadini modenesi che cento anni fa, rabbrividendo dentro pastrani e baveri nell’Appennino, hanno lasciato le loro case crepate, il secchio, i pochi animali nella stalla, il filo sottile dei monti in lontananza, per rifarsi una vita in Cile, forse più misera di quella da cui erano scappati. La prima cosa che salta agli occhi, a Capitan Pastene, è la fila di bandiere: quella cilena, quella italiana e quella dell’Emilia-Romagna. Ti guardi intorno, e vedi che i caratteri indigeni – capelli e volti scuri – sono minoritari rispetto al resto dell’Araucanía. In questa enclave dell’emilianità in Cile, strade e piazze sono intitolate a Verdi, Garibaldi, Dante e Mazzini, e le tradizioni gastronomiche dal prosciutto ai cappelletti sono rispettate, anche se quasi nessuno parla più l’italiano. Il negozio di Mabel e Angel Iubini è una specie di museo, con le foto dei primi migranti e i reperti dell’epoca: la tromba suonata dalla banda musicale, una vecchia macina, una macchina da cucire, un radiogramma originale, tazze, vasi e stoviglie. Ogni anno, chi ha sangue italiano celebra le proprie radici nella festa che ricorda l’arrivo dei coloni: gli abitanti si vestono come cent’anni fa e arrivano in paese su carretti trainati da cavalli.

 

Musica. Andina: Atacama.

 

Atacama, nel Cile settentrionale, è il deserto più asciutto del mondo. Il paesaggio ricorda quello di Marte: nessuna vita è possibile, se è vero che vi fu un periodo in cui non ha piovuto per quarant’anni. Anche qui troviamo un italiano, un emiliano, che ha lasciato un segno. Capocantiere e ispettore di perforazione a San Pedro de Atacama, il piacentino Renato Calatroni, emigrato in Cile nel secondo dopoguerra, riuscì nell’impresa di catturare due falde sorgive alla profondità di 200 metri e di far scorrere acqua tiepida e cristallina là dove c’è lo zero assoluto, il nulla. L’opera è rimasta anonima e nessuno oggi si ricorda più di Renato Calatroni, se non il nipote Ivan Moyano che ci ha trasmesso un commovente ricordo dell’emiliano che riuscì a perforare il deserto più arido del mondo alla ricerca di acque sotterranee. A San Pedro de Atacama nel 1957 non c’erano farmacie e l’ospedale più vicino si trovava a più di cento chilometri. I rifornimenti e i materiali di cantiere giungevano in camion su piste di terra battuta. Gli strumenti di perforazione pesavano tonnellate, e l’ingegno e il lavoro di gruppo sostituivano la mancanza di gru e altre macchine. Alla fine, l’acqua sgorgò dal deserto. In questo fiotto d’acqua sta il senso di una vita: l’umida Emilia si congiunge al deserto cileno, come se fossero le acque del Po a zampillare a San Pedro de Atacama.

 

Musica. Beirut: The white whale.

 

Cosa c’entrano – direte – questi ritmi balcanici con il Cile? Moby Dick, cari amici, è universale. Sì, stiamo parlando della famosa balena bianca, perché il paese di Pablo Neruda ha recentemente ospitato il vertice internazionale sulla moratoria nella caccia alle balene. Il Cile ha annunciato che mai più sul suo territorio marittimo saranno cacciate le balene: tutto il paese diventerà una riserva naturale dove le 43 specie di cetacei protette, pari alla metà delle specie conosciute al mondo, saranno liberate dall’ossessione di Achab, lo spettrale fiocinatore. Questo ci fa amare ancora di più il remoto paese andino, e la regione araucana da cui è iniziato il nostro viaggio, con i coloni modenesi di Capitan Pastene, Lumaco, Traiguén e Temuco. L’Araucanía, con i fiumi che scorrono liberi dalla Cordigliera al mare, e il piccolo Pablo Neruda che qui è nato “alla vita, alla terra, alla poesia e alla pioggia”: la gran pioggia australe che cade come una cateratta dai cieli di Capo Horn lasciando piste fangose. Da quelle terre, da quel fango, dal silenzio dei grandi boschi, è uscito il canto di Pablo Neruda. Il canto di un poeta che guardava dall’alto l’oceano e ne ascoltava la voce: “Non erano solo le immense onde spumeggianti che si levavano a molti metri sulle nostre teste, ma un fragore di cuore colossale, il palpito dell’universo”. Il litorale selvaggio, la selva primitiva, le fragranze di terra e di mare che si confondono, così come i lineamenti mapuche si mescolano ai criollos, gli europei latini. “Qui ti amo. / Negli oscuri pini si districa il vento. / Brilla la luna sulle acque erranti. / (…) A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima. / Suona, risuona il mare lontano. / Questo è un porto. / Qui ti amo”.

 

 Musica. Joan M. Serrat: Puedo escrivir los versos mas tristes esta noche.

 

Del musicista catalano Joan Manuel Serrat stiamo ascoltando un’altra poesia di Neruda: «Posso scrivere i versi più tristi stanotte. / Scrivere, per esempio, “La notte è stellata, / e tremano, azzurri, gli astri in lontananza”. E il vento della notte gira nel cielo e canta. / Posso scrivere i versi più tristi stanotte. / Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava. / In notti come questa l’ho tenuta tra le braccia. / L’ho baciata tante volte sotto il cielo infinito (…) / Posso scrivere i versi più tristi stanotte». Ma la tristezza passa se abbiamo la fortuna di avvistare da lontano la mitica balena, la balena del Pacifico, così carica di simboli. Simbolo del desiderio che si tramuta in viaggio, simbolo delle forze incommensurabili della natura, simbolo oscuro che sta tra il sovrannaturale e il demoniaco, come Moby Dick.  Tanti ne rimangono affascinati. Come Claudia Losi, artista piacentina che da anni realizza balene in tessuto a grandezza naturale e le espone nelle piazze. Il suo feticcio sono gli ossi di balena trovati in diverse zone dell’Appennino piacentino e bolognese, e la sua ossessione sono le balene che nuotavano, milioni di anni fa, tra le colline, là dove ora volano gli uccelli. Moby Dick ci aspetta, la prossima puntata.    

 

Musica. Banco del Mutuo Soccorso: Moby Dick.

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