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23 Agosto 2008 | Paesaggio dell'anima

Emilia, una via romana

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

23 agosto 2008

Musica. Arvo Pärt: An den Wassern zu Babel

Sentite, cari amici, questo canto bellissimo? Il compositore estone Arvo Pärt ha una capacità speciale: quella di portare la musica in territori inesplorati, fuori dal tempo. Musica metafisica, evocativa: il brano ci fa pensare ai sacerdoti di Babilonia, ai miti della dea Ishtar, alle imbarcazioni che scivolano lente sul fiume Eufrate. Questa voce da soprano ci riporta ai fiumi di Babilonia, dove “sedevamo piangendo al ricordo di Sion”, e senza più la gioia di cantare. “Ai salici di quella terra abbiamo appeso le nostre cetre” – recita un famoso salmo. Il salmo ricorda la distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 586 a.C., e il conseguente esilio babilonese del popolo ebraico. Ma perché – ci chiederete – ci spingiamo tanto lontano nel tempo, allontanandoci anche dalla nostra regione? E’ semplice. I giorni intorno a ferragosto sono i più vuoti dell’anno: tutto è fermo, immobile – gesti bianchi. Per quanto la moltitudine vacanziera cerchi di strapparci alla nostra apatia, intasando tutte le strade, le entrate e le uscite, e circondandoci di rumore, noi ci abbandoniamo al sogno. Anche in una spiaggia affollata, o negli autogrill dell’autostrada. Chiudiamo gli occhi, e siamo fuori dall’ordinario, dalla massa. “Seguimi”, s’intitola il brano che andiamo ad ascoltare. E’ di un noto pianista, Cesare Picco, già sentito al Festival della Poesia di Parma, che ama improvvisare, a metà strada tra Bill Evans e Bach. Seguiteci anche voi, cari ascoltatori, nelle nostre improvvisazioni di viaggio.

Musica. Cesare Picco: Seguimi.

L’ossessione moderna per la programmazione ci priva del senso del viaggio, che è dato dal piacere della sorpresa e dalla contentezza di saper far fronte agli imprevisti. Usciamo dalle autostrade delle vacanze, e facciamo una deviazione nel passato. L’asfalto su cui corrono le nostre automobili, ricopre un suolo antico, vie già tracciate nell’era neolitica. Allora gli uomini percorrevano, di generazione in generazione, itinerari stabiliti dalla natura: per valicare un monte sceglievano il passo più agevole e per attraversare un fiume, il guado più facile. Queste piste attraversavano tutta l’Europa, consentivano di portare l’ambra dal Mar Baltico al Po, e l’ossidiana dalle isole Eolie all’attuale Emilia. Ma se le piste si aprono con i piedi, per fare una strada ci vogliono le mani. Sono state le mani dei Romani a dotarci delle strade su cui ancora oggi allunghiamo i nostri passi, anche quando siamo sintonizzati sul rombo dei motori. Spegniamoli ora, i motori futuristi, e immaginiamo la tipica strada lastricata romana, larga abbastanza da farci passare due carri. Costruite per lo più sulle antiche piste, le strade romane furono progettate con scopi militari, per raggiungere la meta con il percorso più breve. Ecco allora la via Emilia: una linea dritta tracciata tra due piazzaforti, l’antica colonia di Rimini e quella più recente di Piacenza, dal console Marco Emilio Lepido, nell’anno 187 a.C.

Piacenza-Rimini, dunque. Rimini che non conosceva ancora i borghesucci che sulla spiaggia vogliono sembrare sempre più giovani, come canta il bolognese Lucio Dalla. Pseudo-giovani con la “faccia di latta”, con la “faccia da sdraio schiantata”…

Musica. Lucio Dalla: Rimini.

La via Emilia corre da Rimini a Piacenza attraversando l’alta pianura romagnola e emiliana al piede degli Appennini, evitando da un lato le zone della bassa padana, che tendevano a impaludarsi e dove i fiumi divagavano frequentemente, e dall’altro i dislivelli delle colline, che non avrebbero consentito un tracciato rettilineo. Tutti i centri della nostra regione sono nati su questa strada: grazie a questa strada. Anzi, le città romane nel nostro territorio erano molte di più. Delle 13 sopravvissute alle invasioni barbariche, 11 si trovano sulla via Emilia. Restano fuori solo due porti: Ravenna, sede della flotta romana sull’Adriatico, che diventerà capitale bizantina, e Brescello, posta lungo il Po a servizio della navigazione fluviale.

La musica che state ascoltando è una rivisitazione dell’universo sonoro della Roma imperiale, con strumenti molto simili a quelli utilizzati all’epoca. Certo, non sarà proprio la stessa musica, ma ce ne possiamo fare un’idea. Nel nostro immaginario, l’antica Roma è quella del “Satyricon” di Fellini, decadente e volgare, dominata dalle nuove classi sociali. E’ una visione onirica, come tutti i film del Maestro.

Musica. Synaulia: Music from Ancient Rome.                                           

Già nella Roma imperiale era molto sentito il problema del traffico urbano e in particolare dell’inquinamento acustico. A turbare il sonno dei cittadini, ad esempio, erano le ruote dei carri che sobbalzavano sugli acciottolati urbani. Recentemente da Einaudi è uscito un saggio di Maurizio Bettini, “Voci”, che ricostruisce la “fonosfera” del mondo antico. Il suo universo sonoro era molto diverso dal nostro. Non conosceva, è ovvio, i rumori del traffico motorizzato, l’urlo delle sirene, i fragori delle fabbriche, le voci degli altoparlanti, gli squilli dei telefoni cellulari. Né le campane che avrebbero scandito il tempo del mondo cristiano. La fonosfera del mondo romano era più leggera e sottile della nostra. Comprendeva suoni ormai scomparsi, come il cigolio dei carri, i colpi di martello dei fabbri, il rumore delle macine dei mugnai, le voci degli animali: latrati, ragli, nitriti, belati, cinguettii. Sicuramente ci manca oggi il canto degli uccelli, la cui presenza era allora molto più numerosa, variegata e distribuita. Una sorta di musica diffusa, che aveva il compito di “arredare” fonicamente gli ambienti in cui si svolgeva la vita delle persone. E con questo sottofondo canoro, vi diamo appuntamento, cari amici, alla settimana prossima.

Musica. Canto degli uccelli. 

Brano corrente

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