27 settembre 2008
Musica. Jefferson Airplane: Somebody to love
Cari ascoltatori, ben tornati al “Paesaggio dell’Anima”. Ci siamo lasciati nell’ultima puntata che ascoltavamo musiche country e folk, legate alle radici, ai luoghi d’insediamento delle nostre emozioni, ai territori esplorati da bambini. L’infanzia – si sa – è esotica, sono le scorrerie selvagge che solo da piccoli, su cavalli immaginari, possiamo fare. Un bosco misterioso, un animale ferito, un prato immenso, un vecchio seduto sotto un platano, sono sprazzi di ricordi che non riusciamo a situare in città. E’ la campagna, come un fiume all’alba, che ci fa brillare gli occhi, ci dona quiete; sono i paesi di fienili e di poggioli, sono le foglie e le rugiade che ci indicano il cammino.
Trenta o quarant’anni fa, molti giovani hanno imbracciato la chitarra, caricato uno zaino in spalla, salutato la città e cercato qualcuno da amare. Perché avevano bisogno di amare. Sperimentazioni acide, flussi sonori, cuscini surrealisti (ci riferiamo al titolo di un disco dei Jefferson Airplane), incontri da Alice nel paese delle meraviglie, vaneggiamenti di pacifiche età dell’acquario mentre tutto volgeva alla guerra: cos’è rimasto di queste visioni nei sessantenni di oggi, a quarant’anni esatti dal ’68? Forse solo l’inquietudine che attraversa anche i loro figli, incerti sul da farsi, divisi tra erranza e radicamento. Nella scorsa puntata abbiamo dato voce alle radici, in questa ci consegniamo all’erranza. Con i suoni dei danesi Under Byen che vagano qui e là, picchiettano in testa, sono la colonna sonora distorta del cervello.
Musica. Under Byen: Film og omvendt
Il nostro viaggio in regione ci ha portato spesso a perderci, cari amici. Anzi, possiamo dire che viaggiamo per perderci, perché solo così possiamo recuperare quella parte di sogno che ci tormenta. Questo sogno è il desiderio dell’altrove, che ci attira in luoghi dove forse neanche vorremmo andare – ma ci andiamo. Vi portiamo allora per alcune puntate nei paesaggi fuori regione che i musicisti emiliano-romagnoli evocano, facendoci immaginare l’altrove.
L’insolita felicità della strada ci conduce questa volta lontano dal nostro fazzoletto di mondo. La musica ha la capacità di rendere fluttuante lo spazio, e noi con i bolognesi Perfect Motion (i deejay Andrea Recchia e Janos Forni) andiamo in Giappone con un “tribal groove”. Il loro sound ci fa intravedere un Giappone ipertecnologico, dove la sofisticatezza della tecnica ha bisogno di essere compensata dalla spiritualità della “trance music”: quella che si balla sulle spiagge orientali, caraibiche o mediterranee nei party della luna piena. La musica simula esotismi e accarezza avveniristiche architetture in un Giappone psichedelico, che non ha niente a che vedere con le stagioni-acid blues della baia californiana, quando i Jefferson Airplane giocavano a fare gli hippies e i rivoluzionari.
Musica. Perfect Motion: Japon is the reason
Il mondo è fluttuante, niente rimane immobile. I paesaggi si trasformano, spesso degradano. Dall’estremo Oriente ci spostiamo in Asia centrale, precisamente nel “Mare d’Aral”, titolo del brano del Quartetto Magritte, formazione bolognese nata quindici anni fa da un’idea bizzarra: fare musica surrealista ispirata ai quadri di Magritte. Il compositore Maurizio Minardi e i suoi compagni di viaggio hanno fatto sposare, alla maniera surrealista, l’ombrello e la macchina da cucire, cioè i generi più diversi, il tango e l’impressionismo, il jazz e il barocco, per approdare a un linguaggio originale. Una musica venata di malinconie d’interni, col clima struggente che si respira nel mondo rovesciato, nelle case fatali di Magritte. E così, il loro Mare d’Aral musicale si sovrappone a quello reale dell’Asia centrale, oggi Uzbekistan. Là dove c’era il quarto specchio d’acqua più grande al mondo, oggi c’è un deserto polveroso con in mezzo l’isola degli orrori, la sede del laboratorio segreto per la sperimentazione di armi batteriologiche dell’Unione Sovietica. Gli scheletri dei laboratori abbandonati, col loro contenuto di siringhe, maschere antigas, gabbie d’animali, giacciono circondati dall’anello di deserto coperto di sale e pesticidi che ha prosciugato l’acqua. Neanche nei peggiori sogni surrealisti l’umanità poteva degradarsi così.
Musica. Quartetto Magritte: Mare d’Aral
Restiamo sempre in Asia, ma questa volta con ottimismo. I progressi del gigante India – gigante economico, oltre che culturale – sembrano seguire l’impressionante scala vocale di quella che possiamo definire la voce, “the voice”, della Romagna, Luisa Cottifogli. Una voce potente che esce da un corpo esile e nervoso, tosto come le donne di qui. Da una proposta della radio nazionale austriaca è nato il primo lavoro della cantante, che è anche autrice di musica e testi, e spesso collabora con artisti visivi. “Aio Nenè” ripropone – prima di “Rumì” che è world music cantata in romagnolo – la tradizione musicale italiana, non disdegnando le incursioni di “un’italiana a Bombay”. Infatti la Cottifogli, invitata in India al Jazz Yatra Festival, è andata a studiare con Danashree Pandit-rai e Ustad Aslam Khan. Quello che ascoltiamo è il risultato del viaggio in India di Luisa. Arrivederci alla prossima puntata.
Musica. Luisa Cottifogli: Un’italiana a Bombay